Il napoletano, lo slang dei 'negri' del vesuvio: gioie e dolori della lingua più musicale d’italia
Top

Il napoletano, lo slang dei 'negri' del vesuvio: gioie e dolori della lingua più musicale d’italia

Prossimamente un nuovo film su Pino Daniele scatena la protesta di Claudio Poggi: Ma Pino è ‘nata cosa!

Il napoletano, lo slang dei 'negri' del vesuvio: gioie e dolori della lingua più musicale d’italia
Preroll

globalist Modifica articolo

2 Agosto 2026 - 20.02


ATF

di Renato Marengo

Severo intervento di di Claudio Poggi a proposito del film di prossima uscita “Je so pazzo ”, il primo produttore artistico di Pino Daniele e di fatto il suo scopritore ha rilasciato il suo pensiero pubblicato su Il Mattino di Napoli. Giudizio che condivido pienamente e con l’occasione dirò anche la mia su questo film che ancora non abbiamo visto ma il cui trailer mi turba non poco, perché la cosa più deleteria per la credibilità artistica nazionale di un grande musicista napoletano come Pino è mettere in evidenza la parte popolar-pulcinellesca (quella che lui, insieme a tutti noi ha combattuto sin dagli anni ’70). Pino è stato invece l’alternativa di quella immagine sciatta e volgare degli stereotipi napoletani,  di quello spirito  del tiraccampare e di tutti  quei luoghi comuni. Pino Daniele, quello vero,  ha proprio ribaltato il concetto stesso di “basta ca c’è sta ‘o cielo, basta ca ce sta ‘o  mare….. e tutto va bene” o di quella  “tazzulella e cafè, toccasana dei poveri …e tutto passa , (anche il cancro come diceva Jannacci). E Claudio Poggi, suo primo produttore e mio storico amico e collaboratore, ha sostenuto ciò che Pino, rigorosamente attraverso la lingua napoletana, che amava, intendeva divulgare. Ha “gridato forte la sua protesta ” attraverso “gli strilli” di un articolo su Il Mattino (che ringrazio per la coraggiosa pubblicazione) che quel trailer dove fanno falsamente dichiarare da un poco credibile “Claudio Poggi-attore”, che, rivolto a Pino,  afferma che “…..non ti capiscono se parli in dialetto…. (!?!)” che è l’esatto contrario dell’atteggiamento che Poggi, suo primo e coraggioso produttore ha sempre avuto nel presentare e  supportare la musica e i testi di Pino verso le major per  fargli fare il suo primo disco. Leggetelo questo articolo, guardate bene quel trailer con un Pino che da buon napoletano “oleografico” mastica malamente dei broccoli che gli escono da tutte le parti dalla bocca  A me guardando quel trailer  è venuto subito in mente una brano di  un altro cantautore napoletano non meno famoso di Pino, Edoardo Bennato: “ Abbi   dubbi”. E ho dubbi su questo film guardando il trailer .  

Questa  recente polemica esplosa  intorno all’ultimo  racconto cinematografico  su Pino Daniele, polemica rimbalzata su Dagospia,  ha dunque riportato al centro  una frase  arbitrariamente attribuita a Claudio Poggi,  che  nella realtà ha sempre sostenuto esattamente il contrario di quella del trailer: il pubblico non capirebbe i tuoi testi in napoletano e, per questa ragione, il disco non venderebbe” . Non entro nel rapporto fra la realtà e la libertà narrativa del cinema, ma posso testimoniare che quel modo di pensare apparteneva davvero alla discografia italiana di quegli anni. Vedere che dopo oltre 50 anni, da quando col Napule’s Power abbiamo strenuamente lottato proprio per affermare che lo slang della protesta la lingua del nostro blues è proprio il napoletano o comunque il dialetto che caratterizza da sempre (e rende sonora) la nostra musica popolare ancora e mettere  la “questione del dialetto”  in discussione, crea non poche perplessità.   

Era , il 1972, quando proposi alla EMI di pubblicare uno dei primi dischi da me prodotti della Nuova Compagnia di Canto Popolare, naturalmente tutto in napoletano, con la direzione artistica di Roberto De Simone. La risposta da parte dei dirigenti milanesi fu secca: “ Marengo, ti rendi conto che la RAI ha deciso di non mandare più in onda canzoni napoletane dopo che i guappi  hanno sequestrato i pullman della RAI durante l’ultimo Festival della Canzone Napoletana?.  

Faticai molto  per spiegare che si trattava di un’opera colta, brani ricercati dal musicologo De Simone con Annabella Rossi, Diego Carpitella, l’americano Alan Lomax..  La spuntai  parlando di etno/country internazionale e alla fine pubblicarono il disco anche  per  tenermi buono perché come critico musicale di Ciao 2001 e di  Radio1 Rai  recensivo dischi e concerti di tanti  altri loro celebri artisti.

Poi “Tammurriata nera” fece il miracolo e, dopo una settimana dall’uscita del disco, quella magica versione della NCCP divenne famosa in tutto il mondo.  Seguirono Tony Esposito, Napoli Centrale, Tullio De Piscopo, Avitabile, Edoardo Bennato. Anche gli Osanna, che erano già un affermato gruppo di prog molto angloamericano, sterzarono verso melodie e ritmi in lingua napoletana.  Era vero rock mediterraneo e stavo iniziando a  raggrupparli nel Napule’s Power. Nacquero Musicanova, Teresa De Sio e  infine arrivò Pino Daniele, Gragnaniello e altri grandi autori a  smentire quei discografici    

Oggi tutto questo è storia, ma furono anni difficili per noi operatori culturali napoletani, nonostante la crescente popolarità degli artisti che producevamo l’industria provava sempre a convertirli in “cantanti italiani”.  Alan Sorrenti fu un esempio importante.  Aveva iniziato ad affermarsi in italiano con le sue scelte di “avanguardia”, con album come Aria e Come un vecchio Incensiere . Poi ebbe l’idea di reinterpretare Dicitencello vuje, un celebre brano napoletano  del 1930. Fu un successo. I discografici, malvolentieri, l’avevano  pubblicata . io ricordo di averlo strenuamente  difeso dagli attacchi dagli intransigenti  del rock italiano più impegnato che lo percepivano come  un ammiccamento borghese. Su Ciao 2001, lo paragonai all’americano  Tim Buckley . Ma neanche questo bastò. Per loro il napoletano era una moda passeggera. Difatti, negli anni ‘80, con l’avvento della Dance, della commercialissima Discomusic, ne approfittarono per chiuderlo in una nicchia.

A questo proposito mi diverte ricordare un episodio proprio con Claudio Poggi, mio stretto collaboratore in Rai , pensammo di portare  finalmente anche Enzo Gragnaniello dalle multinazionali milanesi . Ci ricevette Mara Maionchi, allora direttrice della Ricordi. Le canzoni di Enzo le piacquero subito tanto che propose ai grandi capi di fargli  subito un contratto.  Noi felici, ma, mentre stavamo andando via, Mara mi  chiamò in disparte dicendomi: “Glielo dici tu che deve tradurre tutto in italiano? Sai l’ondata napoletana è passata….”. Inutile dire che rifiutammo, uscimmo molto ma molto  arrabbiati. Era come se qualcuno avesse chiesto a Carlos Santana di cantare Hoyo Como va? Anziché  in spagnolo ….in inglese: “Hey, How’s it going?   

Native

Articoli correlati