Cecilia Miniucchi e il cinema dell’assenza
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Cecilia Miniucchi e il cinema dell’assenza

Con Dinner with Dante, premiato a Venezia con il Kinéo, la regista italiana racconta ciò che resta della guerra e torna sui temi che attraversano il suo cinema: amori interrotti, distanza tra le persone e indipendenza artistica. Intanto prepara No Place Like Rome e Off the Walls

Cecilia Miniucchi, regista e sceneggiatrice di Dinner with Dante - premio kineo 2026 - venezia 83 - intervista di alessia de Antoniis
Cecilia Miniucchi, regista e sceneggiatrice italiana
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

29 Settembre 2026 - 22.53


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di Alessia de Antoniis

Firenze, 1946. Sabato 20 ottobre, ore 17.00. Una donna siede in Piazza Santa Croce a un tavolo apparecchiato per due. Sul volto e sulle mani porta le cicatrici dell’esplosione che ha ucciso il suo promesso sposo. Sabato 22 novembre 1952, ore 17.00: stessa piazza, stesso rito, due coperti. Poi il 1962, il 1980, il 2003. Cambiano gli abiti, i tavolini, la città; non cambia il posto vuoto davanti a lei. E non cambia Dante, presenza di pietra a cui continua a parlare mentre la vita, intorno, procede.

È il dispositivo semplice e ostinato di Dinner with Dante, mediometraggio di circa trenta minuti, scritto da Katherine Schimmel e diretto da Cecilia Miniucchi, con Gaia Bottazzi nel ruolo della protagonista. Premiato dal Kinéo, riconoscimento collaterale alla Mostra del Cinema di Venezia, come miglior cortometraggio, il film apre con Standstill di Joseph Tusiani, sull’idea di qualcosa che rimane fermo, e chiude con la Vita Nova: in mezzo, quasi sessant’anni di sabati alle cinque e una donna che cambia tutto tranne il punto in cui il trauma l’ha fermata.

Per Miniucchi, regista e sceneggiatrice italiana da anni negli Stati Uniti, con una carriera costruita tra Hollywood e l’Italia, il 2026 è anche l’anno di No Place Like Rome – world premiere alla Festa del Cinema di Roma 2025 – con Cristiana Capotondi, Stephen Dorff e Radha Mitchell, che la regista indica in arrivo nelle sale italiane a novembre. Altri progetti tra cinema e serialità sono in fase di lavorazione e distribuzione.

Che cosa cambia un premio come il Kinéo per un film indipendente? 

Sono una cosa bellissima, ma non cambiano granché. Più che altro può cambiare qualcosa la partecipazione ai festival, perché c’è un pubblico fatto anche di critici, distributori e addetti ai lavori. Ricevere un premio fa sempre piacere, naturalmente, ma cambiamenti reali e pratici non ne ho notati. La difficoltà nella distribuzione e nel raggiungere il pubblico rimane. 

Siamo esposti continuamente alle immagini della guerra. Una sovraesposizione che non sembra renderci più consapevoli. Che cosa può fare il cinema che quelle immagini non riescono a fare?

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Non so se ci riesca. Io ho scelto di non mostrare nemmeno mezzo fotogramma di guerra. Sono contro la violenza, quindi contro qualsiasi guerra. Questo film parla delle conseguenze del trauma di guerra: che cosa succede a un individuo dopo? Chi muore purtroppo non può raccontarcelo, ma chi sopravvive può raccontare molte storie. Quella descritta nella sceneggiatura di Katherine Schimmel è una delle storie più tristi che abbia mai letto.

Nel film si vedono le cicatrici fisiche e psicologiche di questa donna, che ha visto esplodere davanti ai propri occhi il fidanzato, il suo promesso sposo. Attraversiamo tutta la sua vita e per lei non cambia mai nulla: rimane impietrita, incapace di affrontare una nuova vita. 

Katherine Schimmel ha detto che lei ha rispettato la sceneggiatura; lei ha detto di averla cambiata e rielaborata. Dove finisce la scrittura di Schimmel e dove comincia realmente il suo film?

La regia comincia nel momento in cui si gira il primo fotogramma, ma anche prima io avevo cambiato alcune cose. Era la prima sceneggiatura di Katherine e aveva bisogno di essere ritoccata, sia dal punto di vista tecnico sia nei contenuti. Poi c’è stata la fase delle riprese e quella del montaggio, durante la quale ho riscritto in parte anche la voice over.

Ho ricreato le immagini, gli ho dato vita: è quello che fa un regista. Normalmente scrivo tutte le mie sceneggiature; questa è stata una coincidenza particolare. Mi piaceva molto il contenuto, lo trovavo attuale. Per questo ho accettato di fare la regia. 

Da Normality a Expired, da Life Upside Down fino a Dinner with Dante, continua a tornare su persone sole, bloccate o incapaci di raggiungere davvero l’altro. Perché torna sempre lì?

Credo che ognuno di noi abbia una propria poetica e ci siano argomenti che interessano più di altri. A me interessa l’interazione personale: i rapporti amorosi, d’amicizia, familiari, i rapporti tra gli individui. E su questi temi ritorno. 

In Expired l’amore mette in crisi chi lo riceve; in Dinner with Dante sopravvive addirittura all’assenza dell’altro. Che cosa le interessa raccontare dell’amore? 

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L’impossibilità dell’amore. Ci sono storie in cui non si sanno esprimere i propri sentimenti, si rimane chiusi nel proprio mondo, imprigionati nel proprio mondo di sensibilità e di sentimenti. Ci sono amori che vengono distrutti perché non si sa come trattarli e altri che sono utopici, perché non potranno più realizzarsi. Molto spesso gli amori sono impossibili.

Non è curioso che questo accada proprio mentre siamo continuamente connessi?

No, oggi non siamo connessi per niente. Non c’è mai stata tanta solitudine. Vedo nelle nuove generazioni, nei nostri figli e nei nostri nipoti, una solitudine spaventosa. Questa mancanza di contatto è una vera tragedia.

Negli Stati Uniti, dove vivo, comincio però a vedere dei piccoli segnali di ribellione: laboratori di ceramica, pittura, fotografia, luoghi nei quali i giovani cercano di incontrarsi fisicamente per fare qualcosa di tangibile e non soltanto elettronico. 

Dinner with Dante è un mediometraggio. Questa storia avrebbe potuto diventare un lungometraggio oppure la sua forza dipende proprio dal fatto di non esserlo?

Ci è stato chiesto da diverse persone di farne un lungometraggio e ci stiamo pensando, ci stiamo lavorando. Vedremo.

Questa è la lunghezza che ha chiesto il film. Quando si lavora a un film bisogna dimenticare le etichette, dimenticare se stessi, quello che viene richiesto, gli obblighi. Bisogna concentrarsi soltanto sul fare il lavoro nel modo migliore possibile. Questo film ha chiesto di essere lungo così, né più né meno.

Per quasi un secolo le major hanno prodotto cinema anche come forma di soft power, raccontando al mondo una certa idea di società. Oggi, nell’era delle piattaforme globali e degli algoritmi, quanto controllo reale conserva un regista sul proprio film? E soprattutto: che cosa significa ancora cinema indipendente? Indipendente da chi?

Per me significa non avere nessuno che ti dica, a livello artistico, che cosa devi fare. Noi abbiamo una compagnia di produzione e lavoriamo con equity investors. Spesso troviamo un accordo con una società di distribuzione ancora prima di realizzare il film, ma nessuno viene a controllarci artisticamente o a dirci come dobbiamo farlo. A volte non lo consegniamo nemmeno e il film resta a Euphoria Productions, la nostra compagnia.

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Il problema arriva con la distribuzione, perché lì bisogna ancora rientrare nel sistema. Esistono distributori che amano il cinema indipendente, ma non si può ancora fare completamente da soli. Ci stiamo arrivando: il famoso middleman sta progressivamente scomparendo.

Io però auspico una democratizzazione che protegga e rispetti i filmmaker, non che li utilizzi senza retribuirli. Sempre più spesso film e musica vengono fruiti senza pagare e questo è deleterio per gli artisti, perché di questo viviamo.

È in produzione Off the Walls, con cui vuole parlare d’arte «senza lo snobismo del mondo intellettuale dell’arte». Che cosa la infastidisce del modo in cui l’arte viene raccontata?

Abbiamo fatto questa serie proprio per portare l’arte a tutti, perché chiunque possa avvicinarsi e appassionarsi. Non vogliamo fare un discorso da critico d’arte: quel linguaggio lo detesto perché spesso è impossibile da capire e finisce per allontanare il pubblico dall’arte. Il nostro vuole essere un invito ad avvicinarsi. Non c’è bisogno di sapere tutto: basta sentire, guardare, osservare e cercare di capire, se si vuole. Abbiamo scelto personaggi famosi  perché attirino il pubblico e lo invitino a vedere, conoscere e ammirare l’arte. In questo caso la star di Hollywood è una guida.

A che punto è oggi Off the Walls?

È nelle mani di un agente importante a Los Angeles. Non è ancora del tutto finita: dobbiamo girare altri due episodi. È una serie nuova e, come tutte le serie, richiede tempo per essere completata.

E persino con nomi come Keanu Reeves e Jack Black può essere difficile arrivare al pubblico?

Abbiamo cominciato da poco, quindi non posso ancora dire che sia difficile. Però so che tutto ciò che contiene la parola “arte” viene immediatamente percepito come qualcosa che farà meno soldi rispetto alla violenza, al sesso o all’horror.

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