Verso una drammaturgia di periferia: Luigi Cinque e il festival “Le Ali della Città”
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Verso una drammaturgia di periferia: Luigi Cinque e il festival “Le Ali della Città”

A Corviale, dal 3 al 30 ottobre, Le Ali della Città di Luigi Cinque fa della periferia un laboratorio di teatro, musica e parola, con cinque produzioni originali e un cartellone che va da Calvino a Pirandello.

Verso una drammaturgia di periferia: Luigi Cinque e il festival “Le Ali della Città”
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Giuseppe Costigliola Modifica articolo

3 Ottobre 2026 - 10.33


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Dal 3 al 30 ottobre 2026 gli spazi del Centro Polivalente Nicoletta Campanella e della Biblioteca Renato Nicolini a Corviale (Municipio XI di Roma) ospitano la nuova edizione de Le Ali della Città, rassegna ideata e diretta da Luigi Cinque. Dopo i cicli del triennio 2022-2024, la manifestazione consolida il proprio insediamento sul territorio trasformando il celebre complesso residenziale in un laboratorio vivo di teatro, musica e parola. L’impianto concettuale alla base dell’iniziativa rifiuta l’idea di periferia come recettore passivo di eventi calati dall’esterno: al contrario, assume la complessità urbana e sociale di Corviale come materia drammaturgica, attivando cinque produzioni originali e percorsi laboratoriali in cui professionisti della scena nazionale operano a stretto contatto con compagnie e realtà associative residenti.

A guidare questa operazione è una figura poliedrica e anomala del panorama culturale italiano. Diplomatosi in clarinetto e composizione e laureato in Filosofia Estetica, Luigi Cinque ha attraversato l’etnojazz, l’avanguardia contemporanea e la world music transgenica, fondando nel 2001 la Hypertext O’rchestra e pubblicando oltre venti album. Un percorso che intreccia la musica con la scena visiva e teatrale, collaborazioni storiche con artisti come Carmelo Bene, Pina Bausch, Jannis Kounellis, Carlo Quartucci e scrittori quali Nanni Balestrini e Paco Ignacio Taibo II. Già direttore per quasi un ventennio dello storico festival romapoesia (1997-2015), saggista e narratore, Cinque è attivo anche sul fronte cinematografico: dopo i lungometraggi Transeuropæ Hotel (2012) e The Fabulous Trickster (2018), è ora impegnato nella lavorazione del suo terzo film, Beckett on the train (2026).

Il cartellone di questa edizione si articola lungo il mese di ottobre, con una scansione settimanale che affianca sistematicamente la sezione teatrale InCorti a concerti, letture sceniche e proiezioni: si parte il 3 ottobre alle 18:00, con in scena Il diverbio, testo di Renato Capitani nell’adattamento di Rocco Ditella; alle 19:00 Le città invisibili di Italo Calvino, interpretate da Maurizio Donadoni con il paesaggio sonoro elettroacustico di Nicola Alesini (sassofoni, clarinettino ed elettronica). Con gli stessi orari, il 9 ottobre sarà la volta di Monologando, rassegna di monologhi curata da Rocco Ditella, e di Viento, concerto-dialogo che unisce canzone d’autore e poesia, con Canio Loguercio e la poetessa e scrittrice Maria Grazia Calandrone, affiancati da Giovanna Famulari al violoncello, Massimo Antonietti alla chitarra ed Ermanno Dodaro al contrabbasso. Il 16 andrà in scena Provini, drammaturgia e regia di Rocco Ditella, e Il fronte della città, serata a cura di Luigi Cinque dedicata a Pier Paolo Pasolini e al «folle volo» dell’Odysseus di Francesco Guccini, con letture dantesche affidate alla voce di Stefano De Sando e interventi musicali di Malabi (voce ed elettronica) e dello stesso Luigi Cinque (voce e sax). Il 23 sarà rappresentato il celebre atto unico umoristico di Anton Čechov L’orso, con l’adattamento di Rocco Ditella, e la proiezione del lungometraggio Transeuropæ Hotel, diretto da Luigi Cinque. La rassegna chiuderà il 30 ottobre con il testo La violenza sulle donne in ambito familiare di Rocco Ditella, e la performance musicale e letteraria Pirandello per voce sola, interpretato da Francesco Carrassi, accompagnato dal sassofono di Stefano Di Battista.

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Per l’occasione abbiamo intervistato Luigi Cinque sui temi e gli obiettivi della rassegna.

Il festival arriva alla sua quarta edizione parlando di «drammaturgia cucita sul Fronte della Città». In che modo gli spazi della Biblioteca Nicolini e del Centro Campanella, l’architettura di Corviale, hanno orientato la scelta degli spettacoli?

Il focus logistico del Festival è il centro Ristoro Campanella. Un luogo con ampi spazi: è un punto di ristoro multifunzionale, di buona qualità, economico, dove trovi un bancone con i libri da scambiare, ne porti uno e ne prendi un altro. Ha qualcosa di simile ai diners americani della highway sixty one, per dire. Dove hanno iniziato a suonare – come abbiamo visto nei vari documentari – che ne so, Bruce Springsteen da giovane o Woody Gutrie, o molti grandi del rock americano e soprattutto della country music. È un luogo non luogo circondato da un ampio e importante prato dove in altre occasioni abbiamo fatto programmi molto interessanti di rockjazz sperimentale, quello più giovanile per intenderci. Un non luogo ideale per impostare un programma che ha un cuore antico e gambe al futuro ovvero: alcune declinazioni della parola in Parola Teatrale, La Parola Cantata, l’ibridazione della Parola con la tecnologia.

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Nel programma la letteratura ha un peso determinante: Calvino, Pasolini, Dante, Pirandello, Čechov. Come si porta questa densità testuale a un pubblico eterogeneo senza cadere nell’accademismo?

Sono letture che nel nostro caso rifuggono da qualunque accademismo. Che avvengono sul piano di operine leggere con la musica dal vivo e il prevalere di una densità narrativa molto contemporanea e interpretata da artisti davvero straordinari: Maurizio Donadoni, Maria Grazia Calandrone, Giovanni Fontana, Andrea Satta, Canio Loguercio, Marco Palladini, Claudio Orlandi (grande interprete, tra l’altro, di Jim Morrison dei Doors) sono dei top winner della poesia performativa e dello spoken poetry. Il testo, insomma, esce dal libro e si ravviva in oral poetry.

La novità di quest’anno è il ruolo attivo affidato alle realtà e alle compagnie locali nella costruzione del cartellone. Com’è avvenuto, sul piano pratico, il lavoro a quattro mani tra gli artisti ospiti e chi vive e opera quotidianamente nel quartiere?

La collaborazione con la compagnia Oltretà di Corviale, ensemble di anziani con innesto di giovanissimi, con i loro Corti Teatrali sono una dimensione interessante e completamente “glocale”. Il regista è Rocco Ditella.

Nella sua storia artistica la musica non è mai semplice sottofondo, ma un codice narrativo autonomo. Che funzione hanno gli accostamenti del festival – pensiamo al violoncello e ai contrabbassi con la poesia di Calandrone, o al sax di Di Battista con Pirandello?

Parlavo prima di Operine leggere molto contemporanee con innesti di jazz rock e contemporary, daranno il senso di una ricerca in atto verso nuove forme di intrattenimento narrativo e al contempo concertante.

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Per quasi vent’anni lei ha guidato romapoesia. Ritrova in questo lavoro a Corviale la stessa spinta verso una poesia intesa come azione pubblica e corpo vivo?

La poesia, anche se, come si dice, poco letta o poco seguita direttamente dal mainstream, sottende a tutte le forme di resistenza culturale oggi in campo in difesa dell’Essere dagli attacchi inconsulti del “Neocapitalismo punto quattro” già gestito dall’Intelligenza Artificiale al servizio dei padroni del Pianeta e della guerra.

Il cartellone propone la visione di Transeuropæ Hotel, mentre è in cantiere il suo nuovo film Beckett on the train. Questa intensa attività registica dialoga in qualche modo con il teatro e la voce che sta portando in periferia?

Sono lavori cinema che hanno strettamente attinenza con le invocazioni che nel “gran villaggio” che arrivano dall’arte contemporanea, dalla nuova musica, dalla parola. Sono storie, racconti a cavallo tra Novecento e futuro. Storie che cercano di recuperare il senso vero della tradizione e una memoria minacciata da una prossima riscrittura che ne farà la tecnologia e la robotica e di cui saremo presto, se non stiamo attenti, completamente privati. Qui si sta cercando di cancellare le “fotografie” e i documenti che serviranno invece ad attestare da dove veniamo e dove vogliamo andare. Resistendo, si capisce. Il tentativo sopra le nostre teste è quello di essere trasformati tutti in androidi. Restiamo umani con la poesia degli umani e le loro emozioni. I miei lavori cinema derivano direttamente dalle esperienze dei concerti, degli artisti uomini straordinari che ho incontrato, dal paesaggio che abbiamo e stiamo attraversando. Transeurpæ Hotel è un film che racconta le avventure di un gruppo di musicisti alle prese con avventure picaresche, più grandi di loro, tra magia e scienza tra la Sicilia e il Brasile del Candomblé. Un’avventura che ha anche un aspetto narrante alla Tex Willer.

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