di Alessia de Antoniis
Ci sono segreti che custodiamo per proteggere gli altri e altri che servono soprattutto a proteggere noi stessi. Ma cosa accade quando ciò che abbiamo scelto di tacere comincia a condizionare la nostra vita? È da questa domanda che riparte Paolo Genovese con Il rumore delle cose nuove, il film che apre la ventunesima Festa del Cinema di Roma, presentato nella sezione Grand Public e in uscita nelle sale il 12 novembre con 01 Distribution.
Dopo Perfetti sconosciuti e FolleMente, Genovese torna a raccontare ciò che si nasconde dietro le relazioni. Tre coppie che non si conoscono, sei persone imprigionate in equilibri costruiti nel tempo, fino a quando un evento inatteso non le costringerà a confrontarsi con ciò che hanno evitato di vedere.
«C’è un filo rosso tra Perfetti sconosciuti, FolleMente e Il rumore delle cose nuove, anche se apparentemente sono tre film completamente diversi», spiega il regista durante la conferenza stampa. Nel primo erano i segreti quotidiani, quelli custoditi nei cellulari. Nel secondo, i pensieri che non abbiamo il coraggio di esprimere. Qui, invece, entrano in gioco quelli che Genovese definisce «segreti dell’anima», verità lasciate dormienti per non compromettere gli equilibri della propria esistenza.
Più che la menzogna in sé, al regista interessano le sue conseguenze. «Sinceramente mi interessano le conseguenze della verità e della bugia». I segreti, osserva, ci costringono spesso ad assumere comportamenti che altrimenti non avremmo scelto. E le bugie più difficili da riconoscere sono talvolta quelle che raccontiamo a noi stessi.
Tratto dall’omonimo romanzo pubblicato da Einaudi nel 2023, Il rumore delle cose nuove presenta un finale diverso rispetto alla versione letteraria. Soffermandosi su cosa fosse cambiato nel suo sguardo sui personaggi e se la nuova conclusione rispondesse a una scelta personale o cinematografica, Genovese chiarisce che la trasformazione non riguarda soltanto il finale.
«Quando scrivi un romanzo, e anche quando scrivi una sceneggiatura, c’è un momento in cui qualcuno te la toglie di mano, perché devi pubblicare o cominciare a girare. In realtà gli sceneggiatori li toccherebbero sempre all’infinito».
E prosegue: «Non è l’unica cosa, il finale. Ci sono anche delle altre dinamiche. È normale, penso, che una storia contemporanea parli di tematiche molto attuali e in quattro anni le sensibilità cambino. Quando abbiamo rivisto questa storia insieme a Igor Artibani, c’erano delle cose che ci interessava raccontare semplicemente in maniera diversa. Quasi come se in quei quattro anni i personaggi si fossero evoluti anche loro con noi».
Nessuna concessione alle aspettative del pubblico, dunque, né il tentativo di ricondurre la storia a una formula cinematografica riconoscibile. «Non è assolutamente un discorso di pubblico, di messa in scena per l’uscita. È semplicemente che hanno preso una strada diversa».
Tra le vicende raccontate, quella di Alba e Umberto affronta il tema della violenza domestica. Emanuela Fanelli ed Edoardo Pesce interpretano una coppia in cui l’apparenza pubblica e la realtà privata convivono in una contraddizione dolorosa.
«Alba è un personaggio che mi ha intenerito molto», racconta Fanelli. «È molto pura, luminosa. Anche quando parlavamo con Paolo dicevamo che doveva avere dei tratti infantili, dove infantile non vuol dire poco maturo, ma proprio con una purezza che hanno i bambini». Una natura solare che dentro casa viene soffocata, fino a portarla a guardare se stessa attraverso gli occhi del marito.
Ma l’attrice rifiuta di identificarla con la fragilità. «Non volevo commettere l’errore di guardarla pensando a una donna fragile, perché in realtà è piena di delicatezze che però non sono fragilità». E aggiunge: «Io penso che chi si fida tanto degli altri, della vita e del mondo sia fortissimo. Dentro di me lei è sempre stata molto forte».
Edoardo Pesce interpreta invece Umberto, un uomo violento nella vita domestica che all’esterno offre un’immagine generosa e rassicurante di sé, impegnandosi nella clown therapy con bambini oncologici.
«Questo Umberto mi sembra molto presente come maschera proprio nella società attuale, purtroppo», osserva l’attore. «Queste persone tendono a voler apparire positive in società, a dare di se stesse una visione empatica, generosa, brillante, e poi magari nell’intimo sono violente».
Genovese racconta di essersi confrontato, durante la preparazione della storia, con professionisti e realtà impegnate nel contrasto alla violenza. Due gli aspetti che lo hanno colpito maggiormente: la difficoltà delle vittime a interrompere una relazione abusante e il bisogno del carnefice di costruirsi un’immagine sociale capace di assolverlo ai propri occhi.
«Quando sei dentro è difficile per mille motivi, per mille sudditanze psicologiche, anche per motivi pratici», spiega il regista, soffermandosi sulla speranza che ogni giorno possa essere diverso dal precedente. Quanto a Umberto, «il carnefice ha sempre bisogno di un alibi che in qualche modo lo assolva da quello che fa».
Vittoria Puccini interpreta Andreina, una donna convinta che non tutto debba essere condiviso all’interno di una relazione. «Andreina è la regina delle bugie, dei non detti», racconta l’attrice. «È convinta che per salvaguardare la coppia, per proteggere se stessi e la persona che si ama, certe cose non vadano condivise, perché altrimenti si rischiano delle fratture che diventano insanabili». Un personaggio che Puccini confessa di non aver mai sentito particolarmente vicino, ma proprio per questo tra i più interessanti della sua carriera.
Claudia Pandolfi dà volto a Viola, un’attrice che ha progressivamente sostituito la propria esistenza con una rappresentazione di sé. «Sulla base della sua frustrazione professionale costruisce un mondo di menzogne e lo butta addosso alla persona che più le vuole bene», osserva Pandolfi. Una donna che le suscita tenerezza e tristezza, perché ha scelto di non essere autentica, trasformando tutto ciò a cui ha rinunciato in un rumore costante.
Stefano Accorsi, alla sua prima collaborazione con Genovese, racconta invece di essere rimasto colpito dalla precisione della sceneggiatura già alla prima stesura e dalla capacità di rappresentare comportamenti che non rispondono sempre a una logica immediata. «Ci sono delle cose che non sempre hanno una logica evidente in quello che noi facciamo», osserva. «Alle volte c’è troppa spiegazione logica dei personaggi e poca comprensione empatica». Nel film ha ritrovato uno sguardo che non cerca necessariamente di giustificare o condannare le scelte dei protagonisti, ma di comprenderne la complessità.
Per Lino Musella, il lavoro sul personaggio è passato anche attraverso la dimensione corale del racconto. «È un personaggio che vive anche di luce riflessa», spiega, «che vive della casualità, sicuramente, ma anche delle scelte degli altri». Una costruzione che rende ogni esistenza inseparabile dalle conseguenze delle azioni altrui.
Claudio Santamaria interpreta infine un uomo che si è isolato dal mondo per paura di tornare a soffrire, nascondendo dietro il distacco e l’ironia una ferita mai rimarginata. «Il suo vero impedimento non è quello fisico, di non poter camminare, ma è proprio quello di aver chiuso il suo cuore in gabbia», racconta l’attore. «Ha paura di riaprire quella porta e di essere profondamente ferito».
A colpirlo è soprattutto la possibilità di una rinascita, raccontata senza trasformare l’incontro con un’altra persona in una facile storia di salvezza. «Non mi commuovono le scene drammatiche, ma quelle in cui un personaggio arriva a toccare qualcosa di sé, lo mostra e di nuovo apre la porta, riapre il suo cuore».
Sei personaggi attraversati da desideri inespressi, paure e scelte rimandate. E un regista che torna a interrogarsi su quanto le persone conoscano davvero chi hanno accanto. O, prima ancora, se stesse.
Il rumore delle cose nuove è prodotto da Lotus Production, società Leone Film Group, con Rai Cinema, in collaborazione con Disney+ e in associazione con Vice Pictures.
Argomenti: Cinema