L’amletico interrogativo che questa estate ci consegna, guardando al “campo minato” del centrosinistra è: ci sono o ci fanno? Sollecitati da una stampa “maliziosa”, esponenti di primo, secondo e vari piani del Partito democratico si arrovellano su un tema che alla gente normale, che annovera tra le sue fila anche elettori di centrosinistra, frega punto: primarie sì, primarie no, primarie come, quando, con chi. Tutto questo mentre il mondo è dentro una Terza guerra mondiale sempre meno a pezzi e sempre più globale; il prezzo del petrolio aumenta con ricadute devastante sulla bolletta energetica dei contribuenti europei e italiani; la sanità pubblica è sempre più allo sfascio; le diseguaglianze sociali si estendono; i lavori poveri diventano di fatto disoccupazione camuffata.
Ecco, la gente normale si attenderebbe un autunno caldo su questi temi, la pace, il disarmo, il contrasto alle diseguaglianze e alle vecchie e nuove povertà. Auspicherebbe un’agenda di lotta. Invece no. Invece si discute se fare o no le primarie. Un dibattito politicista, tutto interno agli establishment politici, la “casta” avrebbe scritto qualcuno di importante. Una discussione che riempie le pagine dei giornali ma che non scalda i cuori, non emoziona, non riempirebbe mai una piazza.
Le primarie sarebbero “un bagno di sangue”, avverte in una intervista al Corriere della Sera l’ottimo Roberto Speranza. Si vabbè, ma le primarie non sono mica come il concorso di Miss Italia, riafferma il puntuto direttore del Fatto quotidiano, Marco Travaglio. E vai con i retroscena, le dichiarazioni strappate, ufficialmente o con la garanzia dell’anonimato, a dirigenti Dem, alcuni dei quali, vicini alla segretaria Elly Schlein, sembrano aver coniato l’ennesima definizione del “correntone” anti-primarie: i Conte dem.
C’è poi chi, il presidente del Pd Stefano Bonaccini, prova una improbabile quadratura del cerchio, sostenendo che le primarie andrebbero pure bene se fossero primarie di programma e non sui nomi.
Ma i fedelissimi di Conte non recedono: le primarie si devono fare, mettiamoci d’accordo sulle modalità e poi chi vince vince. Più o meno ciò che pensa Schlein e la maggioranza Pd che la sostiene. Non si deve avere paura del dibattito, è la loro tesi, e d’altro canto come potrebbe rigettare le primarie chi grazie alle primarie è arrivata alla guida del Partito democratico, ribaltando l’esito della consultazione degli iscritti? Dicono: ci sono due modi per indicare il candidato/a premier del “campo largo”: le primarie di coalizione o, come ha fatto il centrodestra, il candidato è espressione del partito della coalizione che prende più voti alle elezioni. Tertium non datur.
A proposito di tertium. Ci eravamo dimenticati di quelli, novelli Diogene, alla ricerca di un terzo incomodo tra Conte e Schlein. Attività particolarmente adusa al Renzi-Diogene, attratto dalla sindaca di Genova, Silvia Salis.
Per non essere da meno, anche in Avs si pensa di correre alle primarie e c’è già una caccia al candidato: Fratoianni, Bonelli e perché no la pasionaria della Palestina Francesca Albanese?
Avanti un altro, che a me vien da ridere, ci si potrebbe scherzare su, se la posta in gioco non fosse maledettamente seria: il governo dell’Italia e anche, non meno cruciale, l’elezione del successore di Mattarella al Quirinale.
Annota con pungente e rigorosa amarezza Massimo Cacciari: il campo largo non ha uno straccio di visione del mondo. Purtroppo, non sembra avere neanche una visione di quel che è o vorrebbe essere.