Niqab e diritti delle donne: la battaglia contro l’oppressione non giustifica un decreto con misure razziali
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Niqab e diritti delle donne: la battaglia contro l’oppressione non giustifica un decreto con misure razziali

Quattro anni fa, la morte nelle carceri iraniane di Jina Masha Amini, aveva suscitato grande indignazione come il ritorno al potere dei taleban in Afghanistan, nell’agosto 2021.

Niqab e diritti delle donne: la battaglia contro l’oppressione non giustifica un decreto con misure razziali
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Giuliana Sgrena Modifica articolo

23 Settembre 2026 - 18.35


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Donne con il niqab svelate di fronte a un pubblico urlante «libertà». L’immagine dello scempio commesso sul corpo delle donne dalla Lega sul palco di Pontida è un manifesto della loro concezione suprematista. Una posizione – il divieto del burqa e del niqab nelle scuole – che ora viene rincorsa da Meloni in affanno verso le elezioni. Considero il velo il simbolo dell’oppressione della donna ma è un tema complesso che non può essere affrontato in un decreto di legge. Un decreto che, tra l’altro, contiene misure razziali contro gli studenti non italiani, molti nati in Italia da cittadini stranieri privati della cittadinanza. 

Ci sono precedenti sui divieti dell’uso del velo – dall’hijab fino al burqa – in Europa, tutti preceduti da dibattiti approfonditi. Il divieto dell’uso di simboli religiosi può essere garantito solo da uno stato laico, come la Francia, ma in Italia il governo riconosce solo i valori cristiani violando la libertà religiosa garantita dalla Costituzione. Una libertà che dovrebbe essere garantita anche con la possibilità luoghi dove praticare il culto religioso, quali le moschee. 

Non si può ignorare che dietro l’imposizione – sia violenta che con l’inganno – del velo vi è una violazione dei diritti universali delle donne. Quei diritti per cui lottano anche e soprattutto le donne dei paesi musulmani, spesso rischiando la vita come le iraniane e le afghane. Purtroppo, un relativismo culturale diffuso anche tra alcuni movimenti femministi occidentali non garantisce loro quella solidarietà internazionale necessaria per farle uscire dall’isolamento. «Donna, vita, libertà», lo slogan lanciato dalle curde del Rojava nella lotta contro l’Isis, unisce le donne che lottano contro l’integralismo e l’oscurantismo teocratico in Iran e Afghanistan.

Quattro anni fa, la morte nelle carceri iraniane di Jina Masha Amini, aveva suscitato grande indignazione come il ritorno al potere dei taleban in Afghanistan, nell’agosto 2021. Ma il clamore è stato effimero. Così come effimero è stato lo sgomento per l’assassinio di Saman Abbas da parte dei genitori perché voleva vivere libera, senza le privazioni religioso-tribali della famiglia.

Saman, Sana, Hina, e la lista potrebbe continuare, hanno subito la stessa sorte. Eppure, chi condanna le imposizioni di famiglie che vogliono riprodurre nel nostro paese modelli religiosi e tribali perché non difende chi lotta all’interno della propria comunità per affermare i propri diritti di libertà? Queste giovani donne vivono i loro drammi in solitudine, nell’indifferenza del mondo che le circonda e che si limita a promulgare decreti, che non verranno mai rispettati, a fine politici e/o elettorali. 

Purtroppo, anche chi si oppone, giustamente, a questa politica suprematista non va oltre una difesa stereotipata dell’integrazione. Un approfondimento che non può essere sostituito solo da riferimenti al colonialismo francese – come fa Renata Pepicelli su il Manifesto del 22 settembre – , dove  ricorda come in Algeria avrebbe imposto uno svelamento delle donne come esempio di emancipazione contro i costumi tradizionali.

Sicuramente la politica coloniale francese voleva esibire i propri valori come emancipatori, ma nella guerra di liberazione il velo veniva spesso usato – anche da uomini – per nascondere le armi e le mujahidat, combattenti, più famose come Samia Lakhdari, Zohra Drif, Djamila Bouhired e Hassiba Ben Bouali sono state ritratte in una foto storica mentre imbracciano le armi e sono vestite all’«occidentale». E non erano le sole.

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