Femminicidi in Italia, la violenza non arriva da fuori
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Femminicidi in Italia, la violenza non arriva da fuori

I dati indicano che la maggior parte dei casi in Italia avviene in ambito familiare o relazionale e per mano di uomini italiani.

Femminicidi in Italia, la violenza non arriva da fuori
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11 Febbraio 2026 - 18.19 Culture


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di Lilia La Greca

Il 2026 si è già aperto con sette femminicidi. In tutti i casi l’autore è una persona vicina alla vittima, marito, figlio, ex partner e in tutti i casi si tratta di uomini italiani. Una constatazione che riporta a galla un tema che spesso fatichiamo ad accettare: la violenza non arriva “da fuori”, ma nasce molto spesso tra i nostri connazionali, dentro relazioni affettive e familiari, alimentata dall’idea di possesso della donna. Esiste, pertanto, una discrepanza tra il fenomeno migratorio reale e quello percepito dalla popolazione, spesso amplificato dai media e dalla propaganda politica.

A quanti di noi accade di stare in piedi in metropolitana o attendere l’autobus e stringiamo la borsa al petto, abbassiamo lo sguardo e ci assicuriamo con un colpo d’occhio di non restare soli? È probabile che, se si avvicinasse una persona che percepiamo come “rassicurante”, come ad esempio un volto che associamo automaticamente a status e rispettabilità, molte di queste cautele vengono meno. Al contrario, se chi ci passa accanto è percepito come “diverso” rispetto all’immaginario dominante, il sospetto arriva più in fretta. E se il nostro istinto di difesa si attiva soprattutto verso chi “sembra diverso”, forse vale la pena chiederci quanto di quella paura sia sicurezza, e quanto, invece, pregiudizio.

Una risposta comportamentale molto pericolosa, come ha dato prova Alex Manna, un italiano di vent’anni che dopo aver riempito Zoe Trinchero di pugni e averla strangolata per poi gettarla nel fiume, avrebbe detto agli amici che ad aggredire la ragazza era stato un nordafricano. Per colpa di questo tentativo vigliacco di farla franca, il trentenne accusato da Manna, Naudy Carbone, sabato mattina ha rischiato il linciaggio da una trentina di amici della ragazza. Per fortuna, l’uomo è riuscito a chiudersi in casa e a chiamare i soccorsi prima che succedesse qualcosa. 

Se non fossimo così travolti e confusi dalla velocità con cui scorrono notizie e contenuti e dalla loro quantità, e dal conseguente disinteresse verso l’approfondimento, i numeri apparirebbero sicuramente più nitidi. Non è un dettaglio irrilevante che i primi sette femminicidi del 2026 siano stati commessi da uomini italiani. E non si può parlare di coincidenza se anche i dati del 2025 mostrano una tendenza analoga: secondo il monitoraggio dell’Osservatorio di Non Una Di Meno, circa l’80% dei femminicidi è stato compiuto da autori italiani.

Eppure, nella costruzione delle notizie, la percezione spesso si rovescia. Basta che nei dintorni di un fatto di cronaca compaia una persona straniera perché quell’elemento diventi subito un dettaglio messo in evidenza nei titoli, talvolta anche quando non è centrale nella vicenda. È un meccanismo narrativo che orienta l’attenzione verso l’alterità e rischia di distogliere lo sguardo dai dati reali. La violenza di genere viene commessa, nella maggioranza dei casi, da persone vicine alla vittima. 

È sicuramente più conveniente e facile pensare che il pericolo arrivi da fuori, che abiti lontano e ancora meglio se per caso, ha un passato non chiaro e la pelle diversa dalla nostra, che si nasconda nei vicoli più oscuri della città. Eppure, si possono conoscere tutte le strade, le vie e ogni volto del quartiere, ma questo non conta, se il pericolo se ne sta seduto comodamente sul divano di casa. 

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