Matteo Renzi è una presenza assidua e trasversale in tantissimi media nonostante la dimensionata rilevanza politica. Non c’è scampo. Spunta da ogni tv, visione orizzontale o verticale che sia, lui è lì. La sua abilità comunicativa e la sua disponibilità verso il conduttore di turno ricordano il famoso e vecchio sketch televisivo “Vieni avanti, cretino!” di Walter Chiari all’allora attore-spalla Carlo Campanini. Insomma, lo “stare al gioco” rendono Matteo Renzi un ospite perfetto, ma proprio per questo sovraesposto. E la sovraesposizione, in televisione, è il primo passo verso l’assuefazione.
Accade ovunque ma ultimamente soprattutto a La7. La settimana scorsa Renzi ha iniziato con Dimartedì, appunto nel prime time di martedì, la mattina appresso a Omnibus, il venerdì pomeriggio a Tagadà e terminato con il prime time di In Onda alla domenica. Ma forse ne dimentico alcune delle sue comparse a La7. Più che un politico sembra un opinionista, invadente e saccente più di Paolo Mieli, “l’uomo ovunque” di questi ultimi tempi.
Non nego che Urbano Cairo sia riuscito a costruire negli anni una precisa identità editoriale alla sua televisione per presidiare, spesso anche con qualità, lo spazio lasciato scoperto da una televisione generalista sempre più schiacciata tra intrattenimento e prudenza politica. E riconosco che è una scelta industriale comprensibile. Una rete commerciale, senza canone e sostenuta dalla pubblicità, che fa parte di una grande azienda editoriale che punta sulla crossmedialità, deve massimizzare l’attenzione e fidelizzare un pubblico riconoscibile.
Ma negli ultimi tempi lo stratega piemontese, nato sotto l’ala di Berlusconi, sembra aver irrigidito le proprie logiche economiche del contenimento dei costi attraverso drastica riduzione degli investimenti sui nuovi ingressi e crescente ricorso a forme di lavoro precario. Il risultato è un sistema che tende a valorizzare soprattutto i nomi già affermati, i “soloni” del giornalismo televisivo e della carta, come garanzia di autorevolezza immediata a scapito del ricambio e della sperimentazione. Una scelta che rischia di comprimere pluralismo e qualità, spingendo verso un giornalismo più performativo che investigativo. Le tensioni interne e mobilitazioni nelle redazioni del Corriere della Sera fino agli scioperi che hanno coinvolto La7 sono il segno di un equilibrio sempre più fragile tra sostenibilità economica, autonomia professionale ed etica del lavoro giornalistico.
In queste condizioni, ciò che viene meno è la capacità stessa di raccontare il Paese nella sua complessità reale dei territori. Così i conflitti sociali, le trasformazioni economiche e culturali restano sullo sfondo, sostituiti da una rappresentazione autoreferenziale e ripetitiva, dove la politica si specchia nei propri protagonisti più visibili senza riuscire a intercettare ciò che accade fuori dallo studio televisivo. È una logica che premia chi sa semplificare e tendere alla polarizzazione e che, inevitabilmente, seleziona una classe di ospiti adatti a quel ritmo e a quelle regole. Sappiamo da tempo che il mezzo stesso, la televisione in questo caso, è messaggio ma rischia di essere banalizzato con l’insistenza ripetuta a modellare la politica secondo le proprie esigenze narrative.
Non si tratta di negare il valore dei talk, né di ignorare il loro ruolo nel mantenere vivo il dibattito pubblico, ma quando il dibattito diventa routine, perde la sua funzione critica. E quando gli ospiti diventano habitué, non sono più interlocutori competenti ma solo personaggi. Potrebbe configurarsi un paradosso con La7 che nasce, e si afferma, come alternativa a un sistema percepito come uniforme, e poi rischia di replicarne le dinamiche interne.
Perché una televisione che parla sempre di politica, ma lo fa sempre con gli stessi, rischia di svuotare proprio ciò che pretende di raccontare.
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