Palestina 36: quando tutto è iniziato
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Palestina 36: quando tutto è iniziato

Il film che spiega la storia dell'occupazione palestinese ben prima della Nakba

Palestina 36: quando tutto è iniziato
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13 Settembre 2026 - 12.08 Culture


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di Luisa Marini

Andare a vedere Palestina 36 è anzitutto una presa di coscienza della verità storica alle origini di un’oppressione che dura da ben 90 anni, oltre che un altro atto di protesta verso il genocidio in atto nella striscia di Gaza e i fatti quotidiani che stanno coinvolgendo i paesi vicini.

Appena uscita in Italia con la stessa casa di distribuzione del documentario No Other Land, la pellicola, scritta e diretta da Anne-Marie Jasir, prima regista donna palestinese ad aver diretto un lungometraggio, è stata presentata lo scorso anno in anteprima nei festival di Toronto e Roma e premiata a Tokyo. Duramente osteggiato in Israele, il film è promosso in questi giorni via social da personalità come Francesca Albanese, Paola Caridi, Moni Ovadia, Fabrizio Gifuni, Nabil Bey e altri.

Si tratta dell’unica opera di finzione girata in Palestina e Giordania negli ultimi anni, la cui produzione – che vede coinvolti Palestina, Regno Unito, Francia, Giordania e fondi arabi – è terminata lo scorso anno dopo un percorso travagliato durato oltre 10 anni, a partire dalla prima idea e dalle relative ricerche storiche. La co-produzione ha coinvolto sia attori locali sia britannici, tra cui il premio Oscar Jeremy Irons, nel ruolo del personaggio storico dell’Alto Commissario britannico Arthur Wauchope. Le riprese del film sono state pesantemente condizionate dai fatti scoppiati in Palestina a partire dall’attacco del 7 ottobre e la regista ha dichiarato che, per questo motivo, alcuni passaggi più leggeri in sceneggiatura sono stati eliminati.

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Il valore del film, oltre a quello indubbio sia artistico che tecnico, sta dunque soprattutto nel mostrare al pubblico i fatti storici che hanno portato alla situazione attuale, prima della Nakba (la catastrofe, in arabo) del 1948, ossia l’esodo forzato della popolazione palestinese durante la guerra civile ad opera principalmente di gruppi paramilitari sionisti e, successivamente, dell’esercito israeliano. Stilisticamente, il film contestualizza la storia dei personaggi alternando immagini di repertorio, restaurate e ricolorate, frutto di un’attenta ricerca d’archivio, segnalate dall’uso del differente formato in proiezione, come a voler coinvolgere l’occhio dello spettatore in un passato che evoca il presente.

Ambientata nel 1936 durante il Mandato Britannico in Palestina, la storia segue le vicende di Yusuf (Karim Dawud Inaya), giovane palestinese che si divide tra l’aiuto alla sua famiglia nel villaggio di contadini e il lavoro per una coppia di giornalisti a Gerusalemme. È il momento in cui gli ebrei sfollati dall’Europa iniziano a colonizzare le terre in Palestina appoggiati dagli inglesi, la cui repressione violenta verso la popolazione locale porta alla nascita della resistenza palestinese, di cui Yusuf entra a far parte, e sfocia nella Grande Rivolta Araba del 1936-1939.
L’occhio della regista lascia l’occupazione sionista sullo sfondo, mostrando a tratti l’operoso tirar su muri di legno e torrette nei kibbutz, e punta soprattutto al rapporto tra la popolazione locale e gli occupanti britannici, la cui punta di crudeltà gratuita è rappresentata dal Capitano (Robert Aramayo), non dando spazio a episodi di contatto diretto tra palestinesi e coloni, se non nel momento in cui i bambini di entrambi i popoli giocano insieme. Fino a quando, dalla torretta di un kibbutz, sparano al padre di Yusuf.

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Palestina 36 è un film di occhi, quelli degli attori che ci scrutano dallo schermo con i primi piani, come a chiederci conto del loro passato e insieme del nostro presente. Da quegli occhi fieri esce prepotente nel film l’orgoglio del popolo palestinese, che reagisce contro l’ingiustizia delle imposizioni imperialiste britanniche a favore degli occupanti sionisti, e il suo profondo legame con la terra e la natura, che fanno da sfondo alle vicende umane.

Nel film spiccano i personaggi femminili: dalla volitiva giornalista Khulud (Yasmin al-Masri), costretta a usare pseudonimi maschili, la quale, usando le proprie doti diplomatiche, cerca e trova la verità sotto la superficie dei fatti e si espone in prima persona, scoprendo il coinvolgimento del marito al soldo dei sionisti che cercano di manipolare la realtà e scegliendo infine da che parte stare, alle donne che insieme a lei manifestano chiedendo fermamente giustizia all’Alto Commissario; dall’anziana nonna (Hiam Abbass) che si oppone alle violenze dei soldati inglesi e muore accanto al marito malato, alla giovane madre vedova che aiuta i ribelli e fa fuggire la figlia Afra dal villaggio occupato, la cui corsa finale nella Gerusalemme liberata fa sperare in una fine diversa.

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Sono le donne che curano, da sempre, mentre gli uomini fanno la guerra, tranne eccezioni, come il prete cristiano ortodosso che muore da martire, provocando nel ragazzino amico di Afra la voglia di vendetta, che mette in pratica usando l’arma fino ad allora tenuta nascosta contro un soldato inglese; oppure Thomas, il giovane segretario dell’Alto Commissario (Billy Howle), amico della giornalista locale, che si indigna e protesta al tavolo delle strategie inglesi e sceglie infine di andarsene, alla fine di uno scambio di vedute con lei. L’opportunità politica e le ragioni economiche non tengono conto né della giustizia né dell’umanità. Una storia che dura fino ad oggi.

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