'Just Sports' spot 2026. Solo sport davvero?
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'Just Sports' spot 2026. Solo sport davvero?

La campagna di Novig con Sydney Sweeney riporta al centro il corpo femminile proprio nel luogo in cui le donne combattono da anni per essere guardate per ciò che sanno fare. E no, non è provocazione: è qualcosa che abbiamo già visto fin troppe volte.

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21 Settembre 2026 - 18.07 Culture


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di Lilia La Greca

Credevamo di aver superato la fase in cui, per parlare di donne e sport nella stessa frase, servisse necessariamente un corpo da guardare. Evidentemente ci sbagliavamo.

Non potevo credere ai miei occhi quando mi sono imbattuta nella campagna pubblicitaria di Novig con Sydney Sweeney, attrice statunitense e azionista della società: nuda, coperta soltanto da guantoni, mazze e attrezzatura sportiva, mentre ripete: “Just Sports”. Solo sport.

La campagna ha fatto immediatamente il giro dei social, sollevando un’ondata di indignazione, soprattutto tra le atlete. Tra le prime a esporsi c’è stata Ariarne Titmus, nuotatrice australiana e quattro volte campionessa olimpica, che su Instagram ha parlato di “uno schiaffo” non soltanto alle donne che hanno dedicato la propria vita a perfezionare un talento, ma anche a tutte quelle che amano lo sport per ciò che rappresenta: lavoro di squadra, amicizia, dedizione, eccellenza e unità. E ha posto una domanda tanto semplice quanto scomoda: “com’è possibile che, ancora oggi, monetizzare il corpo di una donna e sessualizzare lo sport femminile funzioni?”

Titmus non è rimasta sola. A lei si sono aggiunte molte altre voci, di atlete e non, che non hanno nascosto la propria indignazione. Ed è dal loro pensiero che nasce anche il mio. Io non sono una sportiva. Non lo sono mai stata, a meno che non vogliamo considerare tale la mia sporadica comparsa in palestra per una lezione di Pilates. Eppure lo sport lo seguo, tanto, e soprattutto lo amo.

Amo vedere le donne vincere. Amo vederle entrare in luoghi che per decenni sono stati maschili, prendersi il proprio spazio senza chiedere permesso, competere alla pari quando è possibile e, quando ancora non lo è, costruire passo dopo passo il sentiero perché un giorno possa esserlo. E non succede soltanto con le atlete, ma anche le giornaliste sportive, le ingegnere ai box, le dirigenti, le arbitre, le allenatrici. Donne che sono arrivate fin lì non per essere guardate, ma perché capaci.

Forse è proprio per questo che lo spot di Novig ha infastidito così tante di noi. Non perché Sydney Sweeney abbia deciso di mostrare il proprio corpo in una pubblicità per una piattaforma di scommesse. Lo ha già fatto, è una sua scelta e non è questo che ci riguarda. Sarebbe paradossale, del resto, rivendicare la libertà delle donne per poi stabilire quanto possa o non possa spogliarsi, o in quale modo usare la propria immagine.

Il problema è il contesto: prendere ancora una volta il corpo femminile e inserirlo in una campagna del genere come scorciatoia per attirare l’attenzione. È scegliere la sessualizzazione proprio in un mondo in cui le donne hanno impiegato anni a chiedere che lo sguardo si spostasse altrove: su quello che fanno.

Perché nello sport femminile c’è già abbastanza da guardare. Ci sono record, tempi, decisioni, vittorie, sconfitte, sacrifici. Ci sono corpi, certo, ma sono corpi che corrono, saltano, nuotano, guidano, cadono e si rialzano. Corpi allenati per raggiungere un risultato, non messi lì per attirare uno sguardo.

E forse dovremmo ricordarci che quello sguardo ha conseguenze molto più concrete di quanto immaginiamo. Secondo Sport England, quasi due ragazze su tre hanno abbandonato lo sport entro i 16-17 anni. E tra le ragioni c’è proprio il rapporto con lo sguardo degli altri. Una ricerca di Women in Sport, condotta su oltre 4.000 adolescenti, ha rilevato che il 73% delle ragazze non ama essere guardato mentre fa attività fisica; tra quelle che un tempo si consideravano sportive e poi hanno smesso, il 68% indica la paura di essere giudicate come una delle barriere alla partecipazione.

Sono numeri che rendono questa discussione molto meno astratta. Perché mentre chiediamo alle ragazze di fare sport, di sentirsi forti nei propri corpi e di non avere paura di occupare spazio, continuiamo a raccontare quei corpi come qualcosa da osservare e giudicare. E se a sedici anni una ragazza rinuncia a correre, nuotare o allenarsi anche perché sente addosso gli occhi degli altri, forse dovremmo chiederci quale messaggio le stiamo mandando quando, ancora una volta, utilizziamo il corpo di una donna per vendere sport.

E allora “Just Sports” suona quasi come una presa in giro. Perché di “solo sport”, in questa storia, c’è ben poco.

Oggi le donne vincono, arbitrano, allenano, progettano monoposto, raccontano partite e Gran Premi. E ci sono bambine che le guardano sapendo che, un giorno, quel posto potrebbe essere il loro.

E dopo tutta questa strada, ridurre ancora una donna a un bel corpo non è provocatorio, non è rivoluzionario e non è nemmeno nuovo. È solo vecchio. E forse è proprio questo, più di tutto, che dovrebbe farci arrabbiare.

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