Le rimesse degli immigrati non sono un’“emorragia economica”
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Le rimesse degli immigrati non sono un’“emorragia economica”

Sono denaro già tassato che contribuisce alla crescita del Pil e al welfare pubblico in Italia e ad aiutare le famiglie d’origine a migliorare le loro condizioni di vita.

Le rimesse degli immigrati non sono un’“emorragia economica”
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12 Ottobre 2026 - 17.55 Culture


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di Giada Zona

“Le rimesse sono un problema per l’economia italiana”. Ad affermarlo è la parlamentare europea della Lega Anna Cisint. Un pensiero che è condiviso dai conservatori e molto discusso nella politica italiana. Parlare di rimesse dei migranti come un problema è un’ulteriore forma di potere: decidere quali vite contano e quali no, quali corpi possono vivere nel tessuto sociale, a quali condizioni devono farlo. In questo contesto, tassare le rimesse è una proposta che si inserisce nella biopolitica, la strategia di uno Stato che vuole incidere anche nella vita biologica del cittadino.

Se alcune forze politiche propongono di tassare o limitare le rimesse, non stanno considerando che si tratta di denaro privato delle persone che dovrebbero avere la piena libertà di spenderlo come meglio preferiscono. Inoltre, le rimesse, sono denaro già tassato e una parte del reddito prodotto dagli immigrati che contribuisce alla crescita del Pil e al welfare pubblico. Le rimesse non sono però solo una questione economica. Oggi il corpo del migrante è continuamente assoggettato e subordinato a dinamiche di potere. La biopolitica vive e si riproduce anche nei discorsi, nei linguaggi e nelle forme comunicative che i politici decidono di adottare quando si parla di migrazione e di tutte le tematiche ad essa correlate. I discorsi che indicano le rimesse come concausa della crisi economica si inseriscono in questo quadro, colpendo gruppi già marginalizzati.

C’è poi il problema riguardante la diminuzione di fondi pubblici, che ci fa interrogare sul modello di cooperazione che vogliamo. Le rimesse degli immigrati hanno raggiunto 8,6 miliardi nel 2025, più 3,9% rispetto all’anno precedente. Nello stesso anno, l’Ocse ha segnalato un calo del 23,1% dell’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps). Insomma, sono aumentate le rimesse frutto del lavoro dei migranti e del loro interesse ad aiutare la famiglia nel loro paese d’origine, mentre i fondi pubblici a sostegno sono diminuiti. Questo svela la crisi attuale della cooperazione, frutto della distorta visione occidentale ed eurocentrica, la quale spesso si basa su un approccio paternalistico che vede i Paesi beneficiari come luoghi da accudire e da aiutare economicamente, anziché comunità da ascoltare e sostenere in base ai loro bisogni.

Frigeri, advisor scientifico del Working group of remittances e direttore dell’Osservatorio sull’inclusione finanziaria dei migranti, ha sostenuto che: “Nei movimenti di prima migrazione dal Bangladesh arrivano uomini soli che sostengono la famiglia e dopo il ricongiungimento, la rimessa cambia il suo scopo. Per molte culture africane è centrale, invece, il sostegno alla comunità. E poi c’è la dimensione dell’investimento, comprare una casa nel Paese di origine dove invecchiare”. Le rimesse, quindi, non sono interpretabili solo come somme di denaro, ma fanno parte dell’intera esperienza migratoria, incidendo profondamente sulle relazioni sociali e sulle reali condizioni di vita.

È indiscutibile l’effetto positivo dell’immigrazione sull’economia pubblica del paese accogliente così come le rimesse degli immigrati servono innanzitutto a coprire esigenze di prima necessità, come il cibo, alla famiglia rimasta nel paese d’origine. Nel lungo periodo servono a favorire gli investimenti come l’acquisto di comprare una casa e di migliorare l’istruzione e il benessere generale. Ci sono studi infatti rivelano che le rimesse riducono il tasso di mortalità e aiutano a contrastare e curare malattie.

Le narrazioni distorte sulle rimesse sono strettamente legate al modo in cui vengono rappresentati e percepiti i migranti, mettendoci di fronte ad una questione sociale più ampia. Il problema è che il migrante viene ancora percepito come una figura scomoda, che dà fastidio. Il suo corpo non viene considerato uguale a tutti gli altri, e nemmeno il suo status di cittadino è uguale agli altri. E allora la maggior parte dei discorsi sull’immigrazione diventano discorsi contro l’immigrazione e in questa cornice rientrano anche le rimesse, spesso considerate come qualcosa che viene sottratto allo Stato.

Una logica, questa, che tende a rappresentare i migranti come un gruppo anonimo piuttosto che singoli individui con una propria storia personale, con l’effetto di ampliare la distanza da molti cittadini. In questo modo ai migranti viene sottratta la capacità di agire. Presentarli solamente come delle vittime, e come una minaccia alla sicurezza pubblica che richiede particolare controllo e sorveglianza, è un’altra cornice interpretativa nota.

I numeri sulle rimesse smentiscono queste rappresentazioni. Sono dati che mettono al centro la figura del migrante che lavora e si prende cura dei propri cari nei Paesi di provenienza, oltre a contribuire alla crescita e allo sviluppo del Paese che lo ospita. Ed ecco allora che parlare di immigrazione vuol dire parlare di cultura, lavoro, società e relazioni. Le rimesse non sono solo denaro inviato, ma si inseriscono all’interno di pratiche culturali situate.

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