Quando la verità non è gratuita, la libertà non è vera: elogio del socialismo
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Quando la verità non è gratuita, la libertà non è vera: elogio del socialismo

La solidarietà di classe contro l’individualismo, la violenza di strada e le divisioni identitarie: il socialismo libertario come prospettiva di emancipazione dei lavoratori.

Quando la verità non è gratuita, la libertà non è vera: elogio del socialismo
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Beatrice Sarzi Amade Modifica articolo

24 Ottobre 2026 - 17.49


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Rifletto

“Guardo l’altro cadere e vado avanti.”

E’ diventato un riflesso predefinito tra le persone.

Tutti per se stessi.

Siamo venduti alla divisione come una condizione destinataria.

Mettiamo le vite l’una contro l’altra per nascondere i veri fallimenti.

La Dichiarazione Universale non inizia coi confini, inizia con un fatto grezzo.

Apparteniamo alla stessa famiglia umana.

Saint-Exupéry l’ha scritta così:

“Essere un uomo significa essere responsabile di tutti gli altri.”

La fratellanza non è più una buona sensazione la domenica, non è stendere una mano per pietà.

E’ rifiutare che uno di noi sia rimasto sulla panchina.

Questo è l’unico commento che impedisce alla libertà di diventare la legge dei più forti.

E l’uguaglianza è solo una parola scolpita su marmo.

Abbiamo trasformato l’indifferenza in un’armatura, ma un popolo non si ferma alle sue mura, si ferma su ciò che è capace di condividere.

La scorsa notte pensavo alle catene, a quelle catene invisibili dei servi, di noi servi che si erano finalmente spezzate. 

Ho visto le nostre città popolari, quelle dei grandi centri di lavoro abbandonati alla miseria e al disprezzo dai potenti, che si svegliavano non nel fuoco cieco della distruzione, ma nella sovranità della chiarezza dell’organizzazione collettiva. 

Ho visto i proletari delle fabbriche, nei cantieri di costruzione e nei quartieri uniti con un solo impulso, spazzando via con un gesto i trafficanti di disperazione, così come gli agenti della forza pubblica, e stabilendo da soli, senza leader o deputati, una federazione di lavoratori.

Ma questo “sogno” è seguito dalla dura realtà del nostro tempo. 

E cosa vediamo oggi?

Presentiamo ai giovani le sterili manifestazioni del nichilismo come atti di ribellione. 

Che tristezza di impostura! 

Lo sfruttamento dei negozi, la distruzione delle strutture pubbliche e il famoso commercio di veleno, non sono mai atti di ribellione socialista: sono l’espressione più pura e più venale del capitalismo stesso. 

I banditi e i trafficanti di droga sono solo borghesi, guidati dal solo culto del profitto individuale e del disprezzo per i deboli. 

Attaccando le condizioni di vita delle proprie persone, questi elementi servono solo come pretesto per lo Stato per rafforzare il suo apparecchio coercitivo, moltiplicare le sue leggi eccezionali e prepararsi per la venuta di una reazione politica ancora più feroce.

Ma l’impotenza della ribellione spontanea non può nascondere il crimine ancora più grande dei dottrinari e degli intellettuali borghesi.

Per più di un secolo, il principio universale del socialismo è stato fondato su una verità fondamentale: 

l’assoluta solidarietà della classe lavoratrice. 

Chiunque viva per il proprio lavoro appartiene al proletario, opposto alla minoranza degli exploitant che detengono il capitale e il potere, e si sveglia non nel fuoco cieco della distruzione, ma nella sovranità della chiarezza dell’organizzazione collettiva. 

Oggi, una casta di intellettuali universitari, saturati di teorie astratte importate dalla borghesia americana, sta cercando di sostituire la grande causa dell’emancipazione sociale con il veleno della frammentazione dell’identità. 

Sotto la maschera del progressismo, questo discorso sta cercando di dividere la classe lavoratrice in una moltitudine di piccoli capelli rivali, definiti da razza, genere o particolari rancori. 

Ci insegnano a non riconoscere più noi stessi nella comunità della nostra sofferenza e del nostro lavoro, ma a sfidare il nostro prossimo e il nostro compagno di viaggio.

Questa ideologia di identità è una benedizione per la classe governante. 

Trasmettendo la rabbia popolare in metafisi e in questioni sociali, stacca l’unico problema che spaventa i padroni:  la proprietà collettiva dei mezzi di produzione e l’abolizione assoluta dello stato. Mette anche i lavoratori, spaventati dal disordine nelle braccia del repubblicano o del nazionalismo, nelle braccia dello stato.

Ho compreso che la salvezza, in realtà, non verrà dalla violenza selvaggia e criminale delle strade, né dalla speculazione accademica di una borghesia che cerca un ruolo politico, né, infine, dalle caselle elettorali del repubblicano.

Per rompere la tirannia del capitale e l’arbitraria del potere, dobbiamo tornare al principio incrollabile del socialismo libertario:

– L’unità incrollabile della classe lavoratrice: 

lascia che il lavoratore straniero e il lavoratore locale riconoscano la stessa condizione e lo stesso nemico.

– Azione diretta e autorganizzazione: 

lascia che la forza collettiva del lavoro si presenti non a caso, ma per paralizzare l’economia capitalista attraverso lo sciopero generale e riformare la società da cima a fondo.

Dietro ai venditori di veleno, agli ambiziosi politici e ai dottrinari della divisione! 

L’emancipazione dei lavoratori sarà il lavoro di loro stessi, o non lo sarà.

Mentre scrivevo questo, la stazione televisiva trasmetteva l’immagine del traditore sociale Mélenchon, una vecchia marionetta della Capitale e un tradizionale alleato del centro borghesia.

Così, ho vomitato.
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