Gaza verso una spartizione di fatto tra Israele e Hamas (sulla testa del popolo palestinese)
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Gaza verso una spartizione di fatto tra Israele e Hamas (sulla testa del popolo palestinese)

Una spartizione di fatto della Striscia di Gaza, con una parte controllata da Israele e un’altra da Hamas, appare sempre più probabile

Gaza verso una spartizione di fatto tra Israele e Hamas (sulla testa del popolo palestinese)
Soldato israeliano a Gaza
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11 Novembre 2025 - 11.51


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Una spartizione di fatto della Striscia di Gaza, con una parte controllata da Israele e un’altra da Hamas, appare sempre più probabile, secondo diverse fonti, mentre i tentativi di portare avanti il piano del presidente statunitense Donald Trump per porre fine alla guerra oltre il cessate il fuoco sembrano essersi arenati.

Sei funzionari europei a conoscenza diretta dei negoziati hanno riferito a Reuters che l’attuazione della fase successiva del piano è sostanzialmente bloccata, e che la ricostruzione sembra destinata a riguardare soltanto la zona controllata da Israele. Tale situazione, avvertono, potrebbe portare a anni di separazione tra le due aree.

Nella prima fase del piano, entrata in vigore il 10 ottobre, l’esercito israeliano controlla attualmente circa il 53% del territorio costiero, comprendente buona parte dei terreni agricoli, Rafah nel sud, zone di Gaza City e altre aree urbane.
Quasi tutti i due milioni di abitanti di Gaza vivono invece ammassati in campi di tende e tra le macerie delle città distrutte, nelle aree rimaste sotto controllo di Hamas.

Immagini aeree realizzate da Reuters mostrano la distruzione catastrofica nella parte nord-orientale di Gaza City dopo l’ultima offensiva israeliana che ha preceduto il cessate il fuoco, al termine di mesi di bombardamenti. L’area è ora divisa tra il controllo israeliano e quello di Hamas.


Il piano e i suoi ostacoli

La fase successiva del piano prevede un ritiro ulteriore di Israele dalla cosiddetta “linea gialla” concordata nell’ambito del piano Trump, l’istituzione di un’autorità di transizione per governare Gaza, il dispiegamento di una forza multinazionale che sostituisca l’esercito israeliano, il disarmo di Hamas e l’avvio della ricostruzione.

Tuttavia, il piano non fissa scadenze né meccanismi di attuazione.
Nel frattempo, Hamas rifiuta di disarmare, Israele esclude qualsiasi ruolo dell’Autorità Nazionale Palestinese e restano incertezze sulla composizione della forza multinazionale.

«Stiamo ancora elaborando idee» ha dichiarato il ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi al forum sulla sicurezza di Manama. «Tutti vogliamo la fine del conflitto, ma la domanda è: come possiamo farlo funzionare?»

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Senza una forte spinta diplomatica da parte degli Stati Uniti, la “linea gialla” rischia di trasformarsi nel confine di fatto che dividerà Gaza per un periodo indefinito, secondo diciotto fonti, tra cui i sei funzionari europei e un ex funzionario statunitense coinvolto nei colloqui.


Il ruolo degli Stati Uniti e delle forze internazionali

Washington ha redatto una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che concederebbe alla forza multinazionale e all’autorità di transizione un mandato biennale.
Ma dieci diplomatici hanno riferito che i governi restano riluttanti a impegnare truppe.

In particolare, paesi europei e arabi sarebbero poco propensi a partecipare se il mandato dovesse andare oltre il mantenimento della pace e comportare scontri diretti con Hamas o altri gruppi palestinesi.

Il vicepresidente statunitense JD Vance e Jared Kushner, genero e consigliere di Trump, hanno dichiarato il mese scorso che i fondi per la ricostruzione potrebbero cominciare a fluire rapidamente verso la zona controllata da Israele anche senza avviare la seconda fase del piano, con l’obiettivo di creare “zone modello” per alcuni abitanti di Gaza.

Secondo Michael Wahid Hanna, direttore del programma USA dell’International Crisis Group, queste proposte rischiano di consolidare la frammentazione attuale in «qualcosa di molto più duraturo».

Un portavoce del Dipartimento di Stato ha affermato che, pur essendo stati compiuti «notevoli progressi» nell’attuazione del piano Trump, resta ancora molto da fare, senza specificare se la ricostruzione sarà limitata alla zona sotto controllo israeliano.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ripetuto che Israele non intende né rioccupare né governare Gaza, anche se ministri dell’estrema destra nel suo governo hanno chiesto di ristabilire gli insediamenti smantellati nel 2005.
Anche l’esercito si oppone a un controllo permanente del territorio o alla supervisione diretta dei civili di Gaza. Netanyahu ha invece promesso di mantenere una zona cuscinetto all’interno della Striscia, lungo il confine, per impedire nuovi attacchi come quello del 7 ottobre 2023.

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La “linea gialla”

Le forze israeliane hanno collocato grandi blocchi di cemento giallo per delimitare la linea di ritiro e stanno costruendo infrastrutture sul lato di Gaza da loro controllato.
Nel quartiere di Shejaiya, a Gaza City, l’esercito ha portato i giornalisti a visitare un avamposto fortificato dopo il cessate il fuoco.
Le immagini satellitari mostrano lavori di movimento terra e cumuli di macerie usati per creare postazioni protette per i soldati, insieme a nuove pavimentazioni in asfalto.

Il portavoce militare Nadav Shoshani ha dichiarato che i soldati sono lì per impedire ai militanti di attraversare la linea, aggiungendo che Israele si sposterà ulteriormente indietro solo quando Hamas rispetterà gli impegni di disarmo e sarà dispiegata la forza internazionale.
«Non appena Hamas rispetterà la propria parte dell’accordo, saremo pronti a procedere» ha detto Shoshani.
Un funzionario del governo israeliano ha confermato che Israele sta rispettando l’intesa e ha accusato Hamas di rallentarne l’attuazione.


Gaza sotto doppio controllo

Hamas ha nel frattempo rilasciato gli ultimi 20 ostaggi vivi e le spoglie di 24 deceduti, come previsto dalla prima fase del piano; i resti di altri 4 ostaggi restano a Gaza.
Nelle zone palestinesi della città, il movimento ha ripreso il controllo, eliminando rivali, dispiegando polizia e operai per garantire la sicurezza dei mercati e liberare le strade con mezzi di fortuna.

«È necessario riempire il vuoto di sicurezza all’interno della Striscia» ha dichiarato il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul a Manama, esortando a un’azione rapida e avvertendo che una rinascita di Hamas potrebbe portare a nuove operazioni militari israeliane.

Da Gaza City, il portavoce di Hamas Hazem Qassem ha affermato che il movimento è disposto a cedere il potere a un’entità palestinese tecnocratica per consentire l’avvio della ricostruzione:
«Tutte le aree di Gaza meritano di essere ricostruite in egual misura» ha detto.

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Secondo due funzionari europei e un diplomatico occidentale, tra le ipotesi in discussione vi è quella di un disarmo supervisionato a livello internazionale, senza la consegna diretta delle armi a Israele o ad altre forze straniere.

Gli Stati europei e arabi sostengono il ritorno dell’Autorità Nazionale Palestinese e della sua polizia a Gaza, insieme alla forza multinazionale, per sostituire Hamas.
Migliaia di agenti addestrati in Egitto e in Giordania sarebbero già pronti al dispiegamento, ma Israele continua a opporsi a qualsiasi coinvolgimento dell’ANP.


La ricostruzione e i limiti del piano

Secondo i sei funzionari europei citati, senza un profondo cambiamento nella posizione di Israele o di Hamas – o senza pressioni statunitensi su Israele per accettare un ruolo dell’ANP e un percorso verso lo Stato palestinese – il piano di Trump non andrà oltre il cessate il fuoco.

«Gaza non deve restare bloccata in una terra di nessuno, tra pace e guerra» ha dichiarato la ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper al forum di Manama.

Il residente di Gaza City Salah Abu Amr, 62 anni, ha detto che se la ricostruzione dovesse iniziare solo oltre la linea gialla, alcuni potrebbero pensare di trasferirsi lì, ma l’idea di una Gaza divisa resta difficile da accettare:
«Potremo davvero spostarci tutti in quell’area? Israele avrà diritto di veto sull’ingresso di alcuni di noi? Divideranno anche le famiglie tra “buoni” e “cattivi”?»

Resta inoltre incerto chi finanzierà la ricostruzione delle aree sotto occupazione israeliana, poiché i paesi del Golfo si mostrano riluttanti a intervenire in assenza di un ruolo dell’Autorità Palestinese e di un percorso verso la statualità, che Israele continua a rifiutare.

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