James Talarico e la sfida alla teopolitica dominante: democrazia multiculturale contro nazionalismi religiosi
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James Talarico e la sfida alla teopolitica dominante: democrazia multiculturale contro nazionalismi religiosi

James Talarico, presbiteriano e seminarista nel Texas, ha scelto la politica e si è candidato al senato. E’ una novità che fa paura alla teopolitica di cui abbiamo parlato perché lui porta avanti quella opposta.

James Talarico e la sfida alla teopolitica dominante: democrazia multiculturale contro nazionalismi religiosi
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Riccardo Cristiano Modifica articolo

9 Giugno 2026 - 22.15


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C’è una scena alla quale stiamo assistendo che è davvero significativa. Il capo del fronte belligerante si guarda attorno e capisce che la vittoria è sfumata, meglio accordarsi con i nemici. Ma chi combatte con lui non conviene, di fatto non riconoscendogli più il ruolo di capo cordata. Cosa farà il supposto capo del fronte belligerante?  Non sarà difficile capire che si sta parlando di Trump e Netanyahu. Chi guida? 

L’attuale postura di Donald Trump per una volta ricorda quella di George Washington. Nel suo indirizzo di commiato il Presidente Washington mise in guardia i suoi concittadini da un “attaccamento appassionato ” ad altri paese, perchè per lui una nazione che nutre verso un’altra un affetto profondo deve sempre badare bene a rimanerne indipendente. Per i più si riferiva a Francia e Inghilterra, ma per Trump il discorso è diverso. 

Lui sembra dare l’impressione che il popolo MAGA cominci a dubitare che abbia fatto bene l’ex Ambasciatrice alle Nazioni Unite, Nikki Haley, a scrivere su una bomba israeliana “finiscili”. Forse avrebbe dovuto chiarire se si riferiva ad Hamas o ai palestinesi. Così potrebbe essere cominciata la crisi del dispensazionalismo, così importante per le fortune di Trump. 

Questa corrente teologica fu fondata da John Nelson Darby, un ministro anglo-irlandese legato alla chiesa non conformista di Plymouth Brethren. Lui ebbe la semplice idea di sostenere che i popoli di Dio fosse due, quello ebraico e la Chiesa. La posizione ortodossa sin lì era che la Chiesa e Israele sono uno in Cristo. Ciò che uscì da questa visione è un movimento che     “Considerata la distinzione tra Israele e la Chiesa e l’immutabile promessa di Dio a Israele di vivere nella terra governata dal Re davidico (cioè Gesù), il dispensazionalismo sostiene che per Israele come nazione sia previsto un futuro ben definito, legato alla sua identità nazionale, in una futura era millenaria», come ha scritto il professor Stephen Wellum. Di qui a ritenere che il tempio vada ricostruito al posto della moschea di al Aqsa il passo è stato breve, come anche l’idea che si debba tornare ai sacrifici animali, considerati in linea con il sacrificio di Cristo. 

Dopo tutto il sangue versato e i risultati conseguiti con l’ultima idea di smantellare l’Iran, senza però metterci truppe di terra, Donald Trump ora sembra atteggiarsi ad arbitro tra i belligeranti, dimenticando che la realizzazione del piano l’ha approvata e in gran parte messa in atto lui. 

Cosa bolla nella pentola MAGA non è facile dirlo. Penso però che per Trump la nuova postura significhi molto, soprattutto in rapporto al filone dispensazionalista, che per lui non è poco. 

Quel coacervo di cristianesimi “anomali” che sostengono la sua presidenza fanno i conti con la chiusura di Hormuz, con i costi del gallone di benzina alla pompa, dell’incidenza di questo stato di cose sui fertilizzanti e altro ancora? Ma essendo cristiani non farebbe strano che non si confrontassero anche con l’entità  del numero delle vittime? 

Donald Trump, come è noto, si è fatto vestire da papa, attento però a tenere teso verso l’alto non le tre dita dei papi (indicazione della trinità divina) ma solo l’indice, un po’ come faceva bin Laden per capirci. Questo ha indispettito i cattolici, che ben sanno chi sia il papa. 

Si è fatto ritrarre anche come Gesù, mentre operava miracoli. Questo ha indispettito gli evangelicali, quelle Chiese irregolari sulle quali fa affidamento. Non a caso quell’immagine è presto sparita dai suoi account, ma è facie vederla ugualmente. 

La base cultural-religiosa di Trump forse è dubbiosa, e non è detto che i dubbi siano del genere a cui penserei io. 

Confondere i popoli con i loro governi è sempre sbagliato. Confondere le religioni con certe visioni teologiche lo è altrettanto. Ma per sperare in un cambio reale sarebbe importante che la coscienza religiosa del popolo MAGA accedesse ad altre letture, altre teologie.

Il discorso dimostra a mio avviso  il peso odierno delle teologie, e quanto un cambio di indirizzo teologico sarebbe importante in Iran, negli Stati Uniti, in Israele, in India, in Russia, per citare i casi più noti. Tutte le teopolitiche oggi prevalenti hanno un approccio identitario, nazionalista. Sono tanti i personaggi politici che vi possono far emergere facilmente venature o scelte suprematiste. 

Ora emerge una novità, James Talarico, divenuto notizia nel mondo per il taco che ha consumato con Barak Obama. 

James Talarico, presbiteriano e seminarista nel Texas, ha scelto la politica e si è candidato al senato. E’ una novità che fa paura alla teopolitica di cui abbiamo parlato perché lui porta avanti quella opposta. E’ emerso tempo fa con un post nel quale si vedeva l’ingresso di una casa. Per terra lo zerbino con su scritto “benvenuti”, sopra la serratura di casa. Lo hanno accusato di accoglienza indiscriminata, senza limiti, ma il suo post evidenzia chiaramente il limite posto dalla serratura: l’insicurezza nella quale sprofonderebbe il proprietario di quella casa va considerata, riconosciuta come esigenza legittima, giusta.

Molto altro si potrebbe dire di Talarico, ma la cosa più importante è una sua recente affermazione: “la cosa più simile al Regno di Dio che abbiamo è una democrazia interetnica, multiculturale”. Siamo nella teopolitica, ma antitetica a quella che si è affermata sin qui. 

La novità porta sfide: è giusto che la teologia entri nella politica, pensi a guidarla, si proponga in tal guisa? Di certo va riconosciuto che Talarico offre una risposta che non c’era nel caso che la  la teopolitica sia ammessa, come è. La teologia è sempre più fondante per tanti discorsi politici, che ci sia anche quella pluralista di Talarico non è certo una sconfitta del pluralismo. 

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