I sostenitori del genocidio non devono avere posto nel prossimo governo di Israele
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I sostenitori del genocidio non devono avere posto nel prossimo governo di Israele

In Italia c’è chi s’indigna, si inalbera, sbatte i pugni sul tavolo, alza la voce (vero David Parenzo...) se solo sente proferire la parola “genocidio”.

I sostenitori del genocidio non devono avere posto nel prossimo governo di Israele
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

29 Giugno 2026 - 18.15


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In Italia c’è chi s’indigna, si inalbera, sbatte i pugni sul tavolo, alza la voce (vero David Parenzo…) se solo sente proferire la parola “genocidio”. A costoro farebbe bene leggere con attenzione gli articoli, i reportage, le analisi, le opinioni che quotidianamente arricchiscono Haaretz, baluardo del giornalismo libero, indipendente d’Israele. Farebbero bene ma francamente non crediamo che lo faranno mai, altrimenti la loro coscienza arrossirebbe di vergogna. Mentre in Italia costoro, metteteci voi i nomi a chi scrive fa fatica anche il solo pronunciarli, usare parole come “fascista” in riferimento al governo attuale d’Israele (al governo in toto e non solo al nefasto Ben-Gvir) o “genocidio” per quello che l’”esercito più etico del mondo” ha perpetrato a Gaza, è come autoaccusarsi di antisemitismo, in Israele queste parole sono ampiamente utilizzate da israeliani non certo amici o sodali di Hamas. Ce ne fosse in Italia un grande giornale davvero libero e coraggioso come Haaretz. Ma qui siamo nel regno dei sogni. E’ meglio risvegliarsi, e riportare altri due illuminanti contributi pubblicati dal quotidiano progressista di Tel Aviv. 

Partendo da Ron Gerlitz, amministratore delegato di aChord – Social Psychology for Social Change.

La cui opinione sul tema genocidio è ben argomentata in una opinione dal titolo: “I sostenitori del genocidio non hanno posto nel prossimo governo di Israele”

Scrive Gerlitz: “La distanza tra due punti di riferimento di Gerusalemme, la Knesset e il memoriale dell’Olocausto Yad Vashem, è di sole tre miglia; appena dieci minuti in auto. Eppure, nei corridoi del parlamento israeliano, ci sono legislatori che incitano al genocidio, ignorando la lezione più dolorosa e importante della storia del popolo ebraico. A peggiorare le cose, appartengono al partito di governo che ha guidato Israele per gran parte degli ultimi due decenni.

Si prenda ad esempio Nissim Vaturi, vicepresidente della Knesset per conto del Likud. L’anno scorso ha dichiarato che «le donne e i bambini devono essere messi da parte, mentre gli uomini adulti di Gaza devono essere eliminati». Nel settembre 2025, la ministra Gila Gamliel, anch’essa membro del Likud, ha annunciato: «Trasformeremo la Striscia di Gaza in un luogo inabitabile per gli esseri umani finché la popolazione non se ne andrà, e lo stesso accadrà in Cisgiordania». Un altro deputato del Likud, Moshe Sa’ada ha parlato l’anno scorso di «un momento di svolta caratterizzato da decisione, annientamento ed esodo da Gaza», mentre Tally Gotliv,  ì probabilmente la parlamentare più provocatoria del partito, ha affermato riguardo ad alcuni quartieri di Gaza che «tutti lì sono destinati a morire».

L’avvocatessa israeliana Kinneret Barashi non è membro della Knesset, almeno non ancora, ma il Likud l’ha nominata nel consiglio ufficiale israeliano di regolamentazione della televisione e della radio. All’inizio del 2025, ha scritto sui social media: «Ogni traccia delle mutazioni omicide a Gaza deve essere cancellata, dalle sale parto fino all’ultimo anziano di Gaza. Il cento per cento è condannato a morte a Gaza». Il Likud non ha condannato il suo post genocida, che è ancora visibile a tutti.  

Non c’è un modo facile per dirlo, ma la verità va comunque detta: nello Stato di Israele, fondato da un popolo che è stato vittima del genocidio più brutale della storia, il partito al potere ha legittimato l’idea di uccisioni di massa indiscriminate, mentre membri di spicco dello stesso partito sostengono apertamente il genocidio.

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La retorica genocida del Likud ha sia rispecchiato che incitato livelli estremi di percezioni disumanizzanti tra i suoi elettori e l’opinione pubblica in generale. La stessa retorica disumanizzante ha raggiunto alcuni settori delle Idf, e gli effetti sono visibili nel numero sconcertante di civili innocenti uccisi a Gaza.

E non è tutto. Negli ultimi anni, le forze kahaniste  e antidemocratiche hanno preso il controllo del Likud, guidandone l’assalto al sistema giudiziario, alla pubblica amministrazione, alle istituzioni di sicurezza e ai media. Il loro obiettivo è rimuovere qualsiasi ostacolo all’annessione, alla pulizia etnica e a cose ben peggiori.

Eppure, con l’avvicinarsi delle elezioni israeliane del 2026, si moltiplicano le voci nell’arena pubblica e politica che chiedono di dare priorità alla cosiddetta unità nazionale rispetto a qualsiasi altra cosa, sostenendo che la via per la guarigione della società israeliana passi attraverso l’istituzione di un «ampio governo sionista» con il Likud.

Dopo anni di polarizzazione politica ed emotiva, tra gli israeliani c’è un profondo desiderio di ricomporre le fratture. È un’aspirazione degna di nota. Anch’io credo che ricomporre le divisioni nella nostra società sia uno dei compiti centrali del prossimo governo. Ma ciò richiede di tenere il Likud lontano dal potere per molti anni a venire.

Alcuni ritengono che un Likud senza Benjamin Netanyahu sarà un partner migliore e legittimo. Si sbagliano. Affidare il potere a questo partito nel prossimo governo significherebbe abbandonare ancora una volta le istituzioni statali e la democrazia stessa a coloro che cercano di danneggiarle. Cercare di ricostruire le rovine insieme a chi lavora per continuare a generarle è una follia.

Nessun governo dovrebbe essere formato con un partito che ha normalizzato gli appelli allo sterminio di una popolazione civile. Ci sono momenti in cui una società è chiamata a tracciare una linea netta tra ciò che è legittimo e ciò che non lo è. Si tratta di una questione che riguarda i nostri confini morali più fondamentali. Più di qualsiasi altro popolo, noi ebrei abbiamo sperimentato cosa può accadere quando gli appelli allo sterminio di un particolare gruppo vengono espressi da chi detiene il potere. Abbiamo giurato: mai più.

Questo non è un appello a boicottare tutti i partiti di destra. L’esito auspicabile delle elezioni è un governo di unità liberaldemocratico — dalla destra (Naftali Bennett) alla sinistra (Yair Golan) — con la speranza che vi si unisca anche un partito arabo.  

Né si tratta di un invito a voltare le spalle agli elettori del Likud. Il prossimo governo dovrà guidare un profondo processo di riconciliazione con gli elettori del Likud. Si tratta di una sfida importante che richiederà un dialogo privo di condiscendenza, in grado di riconoscere l’identità, i valori e i sentimenti di esclusione e sfiducia che si sono accumulati sin dai primi giorni di Israele. Il processo richiederà anche politiche che affrontino la disuguaglianza sociale e le questioni relative alla rappresentanza e alla partecipazione nel sistema giudiziario, tra le altre cose.

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Com’è straziante e assurdo che le voci che invocano un nuovo governo con il Likud siano proprio quelle stesse persone che rifiutano la collaborazione con i partiti arabi. Questo, nonostante il fatto che i cittadini arabi   e la loro leadership politica abbiano, dal 7 ottobre, ripetutamente dimostrato responsabilità civica, impegno nei confronti delle regole democratiche del gioco e disponibilità a integrarsi nello Stato, nella società e nel sistema politico di Israele. Coloro che invocano l’unità propongono di conferire legittimità politica a un partito che ha normalizzato la retorica genocida e agisce contro i fondamenti della democrazia, mentre escludono i partiti arabi semplicemente perché sono arabi.

Chiunque miri a ricostruire la democrazia, a onorare i valori della Dichiarazione d’Indipendenza e a garantire un futuro condiviso per tutti i cittadini dello Stato, deve comprendere che il Likud non può essere un partner legittimo nel prossimo governo. Solo senza di esso Israele potrà intraprendere il lungo e necessario percorso di guarigione e ricostruzione della propria società”.

Così scrive Ron Gerlitz.

Il suo è un contributo prezioso perché illumina la scena politica israeliana nel suo insieme e, nel farlo, smonta alcune narrazioni falsamente illusorie che pure vengono fatte proprie e rilanciate dalla stampa mainstream di casa nostra. Dice bene Garlitz: il male d’Israele non sono solo i Ben-Gvir, i Smotrich, l’estrema destra fascista e messianica fautrice della soluzione finale genocidiale della questione palestinese. Il male ha corroso anche il Likud, il partito storico della destra israeliana, trasformato da Netanyahu in un suo feudo assoluto, dove a far carriera sono solo i cortigiani di “re Bibi”, che quanto a uscite fascistiche riescono a superare perfino il loro capo.

Per questo, altra verità declinata da Gerlitz, è vendere fumo quando si ripete che Israele sarà altro e meglio quando, e se, uscirà di scena Netanyahu. Falso. Perché il “bibiismo” sopravviverà al suo inventore. Perché il Likud è fatto, diretto, da tanti cloni di Netanyahu. 

E qui entra in gioco un altro tema che Globalist ha sviluppato in questi anni con il contributo illuminante delle migliori firme del giornalismo indipendente israeliano: il tema dell’identità nazionale dello Stato ebraico, la trasformazione, plasmata dalla destra, della psicologia della nazione.

Tema su cui torna, sempre su Haaretz, Netta Ahituv, con un pezzo dal titolo: “Il genocidio, non l’occupazione, è la nuova linea di frattura morale di Israele nella guerra di Gaza”

Annota l’autrice: “La comica iconoclastica Noam Shuster-Eliassi conclude uno dei suoi sketch nel fantastico documentario “Coexistence, My Ass!”, dedicato proprio a lei, con un’affermazione che continua a bruciare, anche settimane dopo averla vista: se in passato l’argomento tabù in Israele era l’“occupazione”, oggi è il “genocidio”.

Questa affermazione (che è disponibile sul sito web di Sicha Mekomit) sintetizza chiaramente la sensazione di disagio che molti israeliani provano a causa dei continui combattimenti e delle catastrofi nella Striscia di Gaza.

Il genocidio è un concetto giuridico, e spetta all’accusatore dimostrare che si sia effettivamente verificato. (Naturalmente, non vi è alcun problema riguardo alla questione dell’intenzionalità, dato che i membri della coalizione di governo hanno pubblicamente incitato a compiere un genocidio.) Tuttavia, si potrebbe anche utilizzare il termine come nome in codice per i crimini di guerra che Israele ha commesso nella Striscia di Gaza. Tra questi figurano l’uccisione di persone innocenti, la distruzione delle infrastrutture della vita quotidiana (il 78% degli edifici e delle infrastrutture di Gaza è stato distrutto), l’induzione della fame (anche se ora le merci stanno entrando a Gaza, la fame è stata usata per mesi come arma contro la popolazione civile, e l’esercito israeliano ha distrutto la stragrande maggioranza dei campi agricoli della Striscia di Gaza), l’aggravamento della sete (secondo un rapporto delle Nazioni Unite, Israele ha causato una diminuzione dell’84% della capacità di stoccaggio dell’acqua a Gaza), saccheggi, maltrattamenti dei prigionieri e altro ancora.

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Prima della guerra, il divario tra i valori degli israeliani ebrei si collocava tra il sostegno all’occupazione dei palestinesi e l’espansione degli insediamenti a loro spese, da un lato, e qualsiasi desiderio di risolvere il conflitto in modo non violento, dall’altro. Quel divario costituiva una significativa differenza etica, ma era colmabile. Al contrario, il divario etico odierno si colloca tra coloro che ritengono accettabile uccidere, ferire, affamare, disidratare e negare cure mediche a bambini piccoli solo perché hanno avuto la sfortuna di nascere a Gaza, e coloro che ritengono che non sia una cosa giusta da fare. Come possiamo cominciare a colmare questa enorme distanza tra questi due poli opposti?

L’incredibile distanza tra loro ha trasformato interazioni banali, come un pasto con la famiglia allargata o una conversazione con un fornitore di servizi a caso, in un’esperienza costantemente tesa, a volte scioccante, e poi disperata. Come si fa a spiegare a un cugino che non è accettabile che un funzionario eletto israeliano affermi che tutti gli abitanti di Gaza dovrebbero ricevere la «condanna a morte» (Yitzhak Kroizer, deputato di Otzma Yehudit), o a un commesso di negozio che l’appello a «bruciare Gaza perché lì non ci sono innocenti» (Nissim Vaturi, deputato del Likud e vicepresidente della Knesset) è un colossale fallimento morale? Da dove si inizia una discussione con persone che invocano il genocidio in una società in cui è vietato pronunciare la parola «genocidio»?

Il giornalista di Haaretz Nir Hasson, che in un articolo ha pubblicato l’elenco dei nomi delle persone uccise nella Striscia di Gaza   durante la guerra, ha scoperto che su 72.063 morti accertati, 17.594 erano bambini di età inferiore ai 16 anni, e 3.150 di loro erano neonati e bambini piccoli di età inferiore ai 3 anni.

Un’analisi dei dati mostra che almeno il 47 per cento delle persone uccise nella Striscia di Gaza   erano donne, bambini o anziani, che di certo non hanno combattuto contro i soldati israeliani, né il 7 ottobre né in seguito. In altre parole, quasi la metà delle persone uccise dall’esercito a Gaza sono… siete pronti? Persone innocenti. 

Questa cifra colloca Israele al primo posto tra i paesi che hanno ucciso il maggior numero di innocenti durante qualsiasi guerra del XXI secolo. E ora, attraverso l’uso di freddi numeri, abbiamo avviato una discussione su un argomento di cui tutti parlano ma di cui nessuno vuole parlare. La prossima volta cercheremo di parlare anche dell’occupazione”, conclude Ahituv.

Eh sì, avessimo noi in Italia un giornale come Haaretz. 

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