Israele, il governo Netanyahu ha dichiarato la fine dello Stato di diritto
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Israele, il governo Netanyahu ha dichiarato la fine dello Stato di diritto

Una trincea accerchiata, attaccata dalla potente macchina da guerra mesa in piedi, anche nel campo della comunicazione, dal governo fascista di Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich...

Israele, il governo Netanyahu ha dichiarato la fine dello Stato di diritto
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

6 Luglio 2026 - 21.05


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Haaretz è la trincea più avanzata nel campo dell’informazione libera in Israele. Una trincea accerchiata, attaccata dalla potente macchina da guerra mesa in piedi, anche nel campo della comunicazione, dal governo fascista di Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich…

L’editoriale che segue è molto più di un grido d’allarme. E’ la constatazione di un processo che si è consumato. Il titolo dell’editoriale dà conto di un passaggio epocale nella storia dello Stato d’Israele: “Il governo di Netanyahu ha appena dichiarato la fine dello Stato di diritto in Israele”

Scrive Haaretz: “Domenica il Consiglio dei ministri ha adottato una risoluzione formale che dimostra quanto sia pericolosa per la democrazia israeliana. Il potere esecutivo ha annunciato di non avere intenzione di rispettare una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia relativa alla Seconda Autorità per la Televisione e la Radio.

«Non avete l’autorità di calpestare la legge», recita la risoluzione, approvata all’unanimità e senza vergogna dall’intero Consiglio dei ministri. «Una sentenza che viola la legge non sarà rispettata, e qualsiasi decisione presa in base ad essa sarà nulla e priva di effetto». 

Nessuno dovrebbe sottovalutare la gravità di questo annuncio, che significa solo una cosa: Il 5 luglio 2026, il gabinetto di Benjamin Netanyahu ha annunciato che lo Stato di diritto in Israele è finito. D’ora in poi, sarà il gabinetto a decidere cosa è legale e cosa non lo è. Non c’è bisogno né del procuratore generale né del tribunale, basta Netanyahu.

La motivazione addotta dal gabinetto per la dichiarazione di guerra allo Stato di diritto è solo un pretesto per il suo vero obiettivo: scatenare una guerra tra i poteri dello Stato. Ciò fa seguito all’esortazione, della scorsa settimana, da parte di diversi membri della coalizione affinché la Knesset disattesi un’altra sentenza del tribunale, che ordinava alla Knesset di indire una nuova votazione per la nomina di un nuovo controllore dello poiché la segretezza del voto era stata violata in occasione della prima votazione.

Il governo Netanyahu sta conducendo da anni una guerra contro il sistema giudiziario. A livello personale, lo Stato di diritto e l’indipendenza della Corte Suprema e del procuratore generale stanno ostacolando i piani di Netanyahu di districarsi dai procedimenti penali in cui è invischiato. Ma gli interessi personali dell’imputato non sono l’unico fattore che ha avuto un ruolo in questa vicenda. L’artefice della riforma giudiziaria del governo, il ministro della Giustizia Yariv Levin,  ha dichiarato guerra alla struttura democratica di Israele con l’obiettivo di attuare politiche criminali e anticostituzionali e di liberare la Knesset e il gabinetto da ogni controllo e contrappeso.

C’è anche un interesse politico immediato in gioco. Con le elezioni previste per questo autunno e la coalizione in caduta libera nei sondaggi, Netanyahu e i suoi alleati ritengono fondamentale dividere per governare. Lui e il suo governo vogliono distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalla loro serie di fallimenti, fiaschi e abbandoni, e soprattutto dalla loro responsabilità per il massacro perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023. 

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Un governo che incita contro la magistratura e dichiara apertamente la propria intenzione di non onorarne le sentenze è un governo pericoloso che sta cercando di provocare una crisi costituzionale e che intende sopravvivere incitando tutti contro i propri vicini e aggravando gli attriti già sanguinosi all’interno della società israeliana.

Quando un governo agisce in questo modo, non resta altro da fare che rivolgersi a tutti gli altri attori e esortarli a proteggere la Corte Suprema e gli altri baluardi della democrazia. Il presidente, i partiti dell’opposizione e i loro leader, nonché tutti gli israeliani che sostengono la democrazia e lo Stato di diritto, devono far capire chiaramente al governo che non hanno alcuna intenzione di lasciare soli la Corte e il procuratore generale in questa battaglia sul carattere del Paese”.

Un editoriale da incorniciare e da conservare. Perché racconta il suicidio d’Israele.

Un suicidio indotto da una gang criminale al governo, della quale scrive, sempre su Haaretz, una delle firme più autorevoli del giornalismo israeliano: Yossi Verter. Già il titolo dà conto della red line definitivamente varcata da Netanyahu e soci: “L’organizzazione criminale di Netanyahu ha intensificato la sua guerra contro la democrazia israeliana. Prossima tappa: le urne elettorali”

Spiega Verter:“Sono trascorsi esattamente tre anni e mezzo dal 4 gennaio 2023, data in cui il ministro della Giustizia Yariv Levin ha sferrato il suo attacco a sorpresa alla democrazia israeliana sotto forma della sua “riforma giuridica”. Nel corso di questi tre anni e mezzo, la rana della famosa favola si è lentamente cotta nella pentola.

E domenica, questo processo è culminato in una decisione del Consiglio dei ministri – la prima del genere nei 77 anni di esistenza del Paese – che rifiuta di riconoscere una sentenza della Corte Suprema (riguardante la Seconda Autorità per la Televisione e la Radio).

L’assassinio giuridico della Corte Suprema da parte del Consiglio dei ministri era iniziato già prima del 2023. Ma all’epoca, ministri come Amir Ohana, David Amsalem e, naturalmente, Levin – i quali sostenevano che la Corte non avesse alcuna autorità sugli altri due rami del governo, l’esecutivo e il legislativo – erano in minoranza.

Ciononostante, le loro opinioni si sono diffuse nel blocco di destra come un cancro. E domenica, il voto del Consiglio dei ministri è stato unanime. I rinoceronti, i conigli, gli opportunisti e gli anarchici hanno votato tutti a favore. Sono tutti della stessa pasta.

Quando si riunisce la leadership di un’organizzazione criminale, guidata dal capo dei capi, le decisioni vengono sempre prese all’unanimità. Nel nostro caso, il capo supremo era assente dalla riunione, sostenendo di avere un conflitto di interessi – ovvero, è stato accusato di corruzione, frode e abuso di fiducia in due casi distinti relativi ai media.

Ma anche senza la sua presenza fisica, è lui a guidare e a decidere. E così, tutto ciò che un tempo avveniva nell’ombra, attraverso riunioni in cui venivano impartite «linee guida» e tramite registrazioni segrete, in questa epoca maledetta è diventato ufficiale.

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La distruzione di Channel 13– che il primo ministro Benjamin Netanyahu e il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi non sono riusciti a portare a termine con trucchi sporchi e minacce in stile mafioso, grazie ad alcuni coraggiosi funzionari pubblici – è così importante per loro che, per il bene di questo sacro obiettivo, hanno deciso di sputare in faccia alla Corte Suprema.

È un puro caso che l’emittente sia stata scelta come banco di prova per la guerra alla democrazia condotta dall’organizzazione criminale. Il pretesto avrebbe potuto essere altrettanto facilmente la sentenza della scorsa settimana che ordinava alla Knesset di tenere una nuova votazione sulla nomina del controllore di Stato. 

Per inciso, al momento della stesura di questo articolo, a più di tre giorni dalla pronuncia della sentenza, né il Consiglio dei ministri né la Knesset – che sono la stessa istituzione corrotta e marcia – hanno dichiarato come intendono agire. Si ritiene che il designato controllore dello Stato – Michael Rabello, avvocato personale e consigliere di Netanyahu – voglia che si proceda alla nuova votazione. Questo è l’unico motivo per cui la Knesset non ha ancora annunciato che si rifiuta di ottemperare alla sentenza. 

Da quando questo governo è entrato in carica, avendo perso quasi immediatamente il sostegno della maggioranza dell’opinione pubblica a causa della sua composizione ripugnante, Netanyahu e Levin si sono prefissati un unico obiettivo: interferire con le prossime elezioni. A tal fine è nata la riforma giudiziaria. E ora sta acquisendo un enorme slancio in vista dello scioglimento della Knesset previsto per la fine di questo mese.

Ciò che Netanyahu e Levin avevano capito già allora – e soprattutto dopo il massacro perpetrato da Hamas nel sud di Israele il 7 ottobre 2023 – era che, se le elezioni fossero state eque, l’attuale governo avrebbe perso. Esso può sopravvivere solo ricorrendo alle tattiche tipiche dei governanti e dei regimi tirannici. E la decisione di domenica ci ha avvicinati a quella situazione.

Un giorno guarderemo indietro con nostalgia a questa decisione, che riguardava «solo» il destino di un’emittente televisiva. Le prossime violazioni delle sentenze della Corte Suprema saranno ben più gravi, sia durante la campagna elettorale che, a maggior ragione, dopo le elezioni (e a tal fine non vi è alcuna differenza tra la Corte e la Commissione Elettorale Centrale, presieduta dal vicepresidente della Corte Suprema Noam Sohlberg).

In un futuro non troppo lontano, quando il Consiglio dei ministri si riunirà e voterà «all’unanimità» che una decisione della Commissione elettorale centrale sull’esito del voto, confermata dalla Corte Suprema, è invalida perché presa «senza autorità», nessuno dovrebbe sorprendersi. L’acqua nella pentola sarà già evaporata e la rana sarà bruciata a carbone.

Domenica, il direttore generale facente funzione della commissione elettorale, l’avvocato Dean Livne, ha presentato una proposta per trasmettere in diretta lo spoglio delle schede, , compresi i voti dei soldati e le altre schede per corrispondenza. Ma nemmeno questo convincerà chi vuole sostenere che si sia verificata una frode e diffondere teorie complottistiche. Bisognerebbe essere ciechi e stupidi per interpretare in altro modo le numerose dichiarazioni di ministri di alto rango, membri della Knesset e dei loro portavoce che attaccano sia Sohlberg che Livne.

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Levin, Netanyahu e Karhi non avrebbero osato compiere questo passo domenica se non avessero creduto che nessuno sarebbe sceso in piazza a manifestare contro di loro. Decisioni e leggi mille volte più brutali e dannose della legge che impedisce ai tribunali di ricorrere al criterio di ragionevolezza – che ogni settimana portava in piazza centinaia di migliaia di persone – vengono approvate quotidianamente senza alcuna reazione da parte dell’opinione pubblica.

Proprio nel momento in cui sarebbe essenziale bloccare il Paese e impegnarsi in una disobbedienza civile non violenta, gli israeliani sono rimasti in silenzio. Forse stanno aspettando le elezioni. O forse hanno semplicemente perso ogni speranza. La decisione del Consiglio dei ministri di domenica dovrebbe avere un risultato immediato. Il presidente Isaac Herzog, che un tempo aveva promesso di essere il primo a opporsi a qualsiasi cosa minasse la nostra democrazia, deve tenere un discorso alla nazione (ma non, Dio non voglia, dimettersi, consentendo al presidente della Knesset Amir Ohana di diventare presidente ad interim), in cui annunci che d’ora in poi non rappresenterà il Paese all’estero, non interverrà nei parlamenti stranieri, non effettuerà visite di Stato e non incontrerà il primo ministro né chiunque lo rappresenti. Si porrà invece alla guida degli oppositori del governo.

A Herzog restano ancora 23 mesi di mandato. Se vuole essere ricordato come un presidente importante piuttosto che come un semplice riempitivo, un politico di second’ordine che cerca compromessi e cerca di stringere accordi con una banda di teppisti, questo è il suo ultimo momento possibile”.

Chi scrive, nella sua ormai quarantennale frequentazione d’Israele, ha avuto modo di conoscere politici, intellettuali, storici, giornalisti israeliani, con alcuni di loro si è cementato anche un rapporto di amicizia e di profonda conoscenza. Yossi Verter è tra questi. Di lui ho sempre apprezzato la pacatezza dei toni, mai sopra le righe, e la forza dei ragionamenti che ne caratterizza la scrittura. Ecco perché quando Verter scrive “Quando si riunisce la leadership di un’organizzazione criminale, guidata dal capo dei capi”, quando rimarca che “I rinoceronti, i conigli, gli opportunisti e gli anarchici hanno votato tutti a favore. Sono tutti della stessa pasta”, riferendosi al Consiglio dei ministri nella sua interezza, quando un’analista serio, equilibrato, informato come è Verter, usa, meditatamente, queste parole, vuol dire che in Israele i golpisti hanno spianato ciò che restava di un sistema democratico. 

Questo certifica Haaretz e la sua eroica comunità di giornaliste e giornalisti. 

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