Cisgiordania, l'umanità è morta
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Cisgiordania, l'umanità è morta

Cisgiordania, il regno dell’impunità. Per i coloni pogromisti e per i soldati d’Israele. Saccheggiano villaggi, sparano su civili inermi, umiliano donne e bambini, tutto nella più totale impunità.

Cisgiordania, l'umanità è morta
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

3 Agosto 2026 - 13.14


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Cisgiordania, il regno dell’impunità. Per i coloni pogromisti e per i soldati d’Israele. Saccheggiano villaggi, sparano su civili inermi, umiliano donne e bambini, tutto nella più totale impunità. Dietro questa pratica criminale, dietro questo terrorismo di Stato, non c’è solo l’arroganza di chi si crede in missione per conto di Dio, ma c’è anche qualcosa di più “prosaico”, che Haaretz denuncia in un editoriale dal titolo: “Nessuna giustizia, più violenza: come l’impunità di Israele alimenti il conflitto in Cisgiordania”

Così l’editoriale: “Per rispondere alla domanda su come si sia giunti alla terribile situazione in cui versa oggi la Cisgiordania, dobbiamo tornare indietro al grave episodio di violenze perpetrate il 12 ottobre 2023 da coloni e soldati ai danni di palestinesi e attivisti israeliani. Sono stati picchiati e derubati, mentre i palestinesi sono stati legati e fotografati in mutande. A due di loro è stato urinato addosso e sono state spente sigarette sulla loro pelle. C’è stato anche un tentativo di introdurre un oggetto all’interno di uno di loro. Tutto ciò è accaduto durante l’espulsione dal villaggio di Wadi al-Siq, una comunità palestinese fuggita per paura delle violenze e delle minacce provenienti dai coloni degli avamposti vicini. Ora facciamo un salto in avanti fino al presente: l’indagine sul caso è stata archiviata. Nessuno sarà incriminato. La motivazione ufficiale è che gli investigatori della polizia militare non hanno trovato prove sufficienti per incriminare soldati specifici…Ma a tutto questo c’è un altro nome: fallimento, elusione del dovere di perseguire penalmente e totale mancanza di controllo sugli abusi.

«Avete sentito parlare della prigione di Abu Ghraib in Iraq? È esattamente come quello che è successo lì», disse all’epoca una vittima a Haaretz. Nei giorni successivi al 7 ottobre, le sfrenate rivolte dei soldati coloni raggiunsero proporzioni spaventose e, nonostante gli avvertimenti, né l’esercito, né il governo, né la polizia intervennero per impedire l’aggravarsi della situazione. Le implicazioni di quell’inazione sono oggi evidenti.

Gli abusi a Wadi al-Siq devono essere visti nel contesto più ampio dell’espulsione dei palestinesi dall’Area C (sotto pieno controllo israeliano) e, recentemente, anche dall’Area B (sotto controllo civile palestinese e controllo militare israeliano). 

Secondo i dati di Peace Now e Keren Navot, tra il 2023 e il 2025, 118 comunità e gruppi di pastori sono stati espulsi dalla Cisgiordania. La vicenda dei gravi abusi a Wadi al-Siq ha colpito gli abitanti di altre comunità della zona, evocando scene da incubo su ciò che potrebbe accadere loro se non fuggissero dai coloni. Questo aspetto chiarisce che il fallimento delle indagini e la mancanza di accuse penali costituiscono un ulteriore livello di collaborazione da parte dell’esercito e della polizia nell’espulsione delle comunità palestinesi.

Anche prima del 7 ottobre 2023, era molto raro che gli investigatori della polizia militare formulassero accuse, secondo i dati raccolti nel corso degli anni dalle organizzazioni per i diritti umani. Il deterioramento è evidente: dal caso di Elor Azaria (l’uccisione nel 2016 di un palestinese già immobilizzato) al caso della «Force 100» (l’abuso di un palestinese a Sde Teiman), il sistema è stato fortemente dissuaso dall’agire. È stato chiarito a chi ricopre posizioni di responsabilità che saranno perseguitati se agiranno come dovrebbero. L’Idf si è invece accontentata di misure a livello di comando nei confronti dei soldati, dimostrando che l’esercito preferisce risolvere le questioni «in famiglia». Quando si tratta dell’ibrido colono-soldato, la polizia e la polizia militare investigativa litigano tra loro su chi debba effettivamente indagare.

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Quando il sistema di applicazione della legge militare e la polizia non fanno il loro dovere, promuovono attivamente il declino morale di ogni israeliano. Il continuo abuso dei palestinesi e la continua pulizia etnica rientrano nella loro sfera di competenza. Distogliendo lo sguardo, le autorità assecondano la politica del governo e la rendono possibile”.

Cisgiordania, dove l’umanità è morta.

Tra tutti i giornalisti, non solo israeliani, che in questi decenni hanno raccontato la tragedia palestinese, Amira Hass, storica firma di Haaretz, è la più coraggiosa, capace. La più brava. Amira Hass la vita dei palestinesi, con il dolore, la sofferenza, le umiliazioni quotidiane, non l’ha solo raccontata in centinaia di reportage, e in libri, che hanno fatto il giro del mondo e che le sono valsi, più che meritatamente, premi e riconoscimenti internazionali; quella vita Amira l’ha vissuta in prima persona, quando ha deciso di trasferirsi per un lungo periodo in Cisgiordania, attirandosi per questo, anche per questo, l’odio, con tanto da minacce di morte, da parte della destra messianica e dei coloni pogromisti.

Hass non si è mai lasciata intimorire. E continua a scrivere, raccontare, documentare sul campo la tragedia palestinese, denunciando i crimini di coloni e militari, senza però fare sconti alla sempre più corrotta e odiata, di palestinesi, Autorità nazionale palestinese del novantenne Mahmoud Abbas,

Su Haaretz, Amira Hass racconta il tuto in una puntuta analisi dal titolo: I coloni israeliani alimentano un’escalation inarrestabile in Cisgiordania, mentre la moderazione palestinese comincia a vacillare

Argomenta Hass: “I palestinesi della Cisgiordania hanno dato prova, e continuano a dare prova, di una moderazione impressionante, nonostante il numero crescente di attacchi e delle “escursioni” provocatorie dei coloni nelle loro zone.

È chiaro che parte di questa moderazione deriva dalla pura paura: chi non avrebbe paura di grandi bande di uomini armati di fucili e mazze, che non solo non temono la polizia, l’esercito, i tribunali e l’opinione pubblica, ma sanno che, di fatto, riceveranno il loro sostegno?

Una conseguenza di questa situazione è che le case alla periferia dei villaggi palestinesi sono diventate delle vere e proprie fortezze. I loro abitanti si circondano di recinzioni di filo spinato o muri, installano porte di ferro telecomandate e coprono le finestre con reti metalliche per impedire che i sassi frantumino i vetri. 

Ogni casa di questo tipo è dotata di telecamere di sorveglianza che riprendono l’esterno: figure con le solite caratteristiche – felpa con cappuccio e tzitzit, kippah e riccioli laterali – emergono dall’uliveto o dal giardino, correndo qua e là o semplicemente “facendo un’escursione” intorno alla casa, se non stanno cercando di darle fuoco.

I residenti vietano ai propri figli di giocare all’aperto o di passeggiare sulle colline vicine. Dopotutto, un gruppo di ebrei armati in escursione potrebbe spuntare fuori da un momento all’altro, e chissà cosa potrebbe succedere allora.

Venerdì, questa moderazione ha ceduto nel villaggio di Tell dopo che un gruppo di residenti ha tentato di impedire a degli escursionisti ebrei armati di entrare nel villaggio. Le immagini dell’incidente mostrano che durante il confronto che ne è seguito, uno dei palestinesi ha afferrato la pistola di Benayahu Melet, membro della squadra di sicurezza dell’avamposto di Havat Gilad, che accompagnava gli escursionisti. 

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Melet è stato poi ucciso a colpi di arma da fuoco. In uno degli elogi funebri per Melet, è stato detto che egli aveva «spinto senza sosta per conquistare l’area» e che era «l’anima trainante del forum “Lottare per ogni singolo dunam”». 

Durante lo scontro, soldati o coloni hanno ucciso quattro uomini della famiglia Ramadan, che erano usciti per proteggere le loro case e i propri figli. Non è la rottura della moderazione a sorprendere, ma il fatto che sia stata mantenuta per così tanto tempo, da così tante persone.

Una componente importante della moderazione palestinese è la consapevolezza politica che i coloni e i loro fedeli rappresentanti al governo siano interessati proprio a ciò che sta accadendo: un’altra ondata di violenze e disordini incontrollati da parte dei coloni, nel maggior numero possibile di villaggi.

E questo in un momento in cui lo stesso esercito sta attaccando e ferendo il maggior numero possibile di civili palestinesi, mentre i politici rispondono legalizzando ulteriori avamposti. E fattorie ebraiche. I palestinesi sanno benissimo che il governo ha equipaggiato i loro aggressori con armi da fuoco e veicoli fuoristrada non per la loro sicurezza, ma per fomentare un’escalation.

Le provocazioni calcolate dei coloni, anche in vista di una nuova stagione elettorale, mirano a risultati che vanno ben oltre le urne. Ogni escursione premeditata tra i villaggi e ogni avamposto di pascolo che si impadronisce dei pascoli palestinesi spinge Israele verso la realizzazione del cosiddetto «Piano Decisivo» del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.

Questo piano mira a provocare la resa dei palestinesi, la loro «emigrazione» di massa, ulteriori uccisioni e l’erosione di qualsiasi coesione sociale.

L’Idf e i servizi di sicurezza dello Shin Bet si sono affrettati a descrivere l’uccisione non pianificata di Melet, che era armato, come un attacco terroristico. Hanno così segnalato che intendono sfruttare l’opportunità offertagli dai coloni e, secondo la grande tradizione israeliana, punire chi è stato attaccato. Ed è proprio ciò che sta accadendo da venerdì a mezzogiorno.

L’esercito sta effettuando incursioni in villaggi e città, irrompendo nelle case, sradicando ulivi, assediando Nablus, isolando i distretti della Cisgiordania gli uni dagli altri, bloccando le strade tra i villaggi e arrestando persone.

L’esercito è preoccupato per i 70 gruppi di autodifesa che si sono formati nei villaggi della Cisgiordania. In mancanza di un termine migliore per descrivere questa preoccupazione, la chiameremo «chutzpa».

In quanto forza di occupazione, l’Idf, che ha la responsabilità generale della sicurezza in tutta la Cisgiordania, avrebbe dovuto impedire agli ebrei di attaccare i civili palestinesi già decenni fa. Non solo ha fallito in passato e nel presente, ma sta attivamente aiutando gli aggressori ebrei per poi arrestare le persone che difendono le loro case e i propri figli.

Non occorre una grande immaginazione per intuire cosa accadrebbe se dei giovani palestinesi, con la kefiah al collo, si presentassero, ad esempio, all’insediamento di Ariel, o semplicemente andassero a fare un’escursione a ovest della barriera di separazione, su un terreno vietato ai loro proprietari palestinesi. Se un ebreo avesse sparato e colpito questi palestinesi, non sarebbe stato definito un atto di terrorismo.

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Inoltre, se anche solo uno di quei palestinesi fosse stato armato, qualsiasi ebreo che si fosse precipitato a uccidere quegli escursionisti sarebbe stato definito un eroe. Un’occupazione militare che dura da 60 anni comporta la creazione di doppi e tripli standard, negandone al contempo completamente l’esistenza.

Anche in questa materia è necessaria una grande e costante moderazione da parte dei palestinesi occupati, per non esplodere ogni giorno in rabbia e disgusto.

La punizione delle vittime viene inflitta a una popolazione civile, già notevolmente indebolita dalle politiche soffocanti del governo israeliano. La maggior parte della popolazione palestinese è stata ridotta in povertà a seguito della confisca delle entrate dell’Autorità Palestinese da parte del Ministero delle Finanze e del divieto di lavorare in Israele. 

L’espansione degli avamposti e i crescenti ordini di zone militari chiuse stanno eliminando fonti di sostentamento quali la pastorizia e l’agricoltura. Il sistema sanitario palestinese è quasi inoperante e la situazione delle persone affette da malattie croniche si sta deteriorando a causa della mancanza di medicinali. 

Inoltre, il valico di frontiera di Karameh (Allenby), l’unico valico internazionale a disposizione dei palestinesi, è aperto solo per un numero limitato di ore ed è chiuso il sabato. Questa realtà non solo favorisce il fiorire di un’industria dell’estorsione, ma trasforma ogni ingresso o uscita dalla Cisgiordania in un calvario.

Nessun palestinese si aspetta un disastro imminente: ne sta già vivendo uno in corso, e sa bene che la Striscia di Gaza distrutta è il modello definitivo auspicato dal regime israeliano.

La leadership dell’Autorità Palestinese appare più patetica e fuori dal mondo che mai. Condanna, mette in guardia e invita il mondo a intervenire, come se fosse un’organizzazione non governativa e non un organo che rivendica di essere l’unico rappresentante del popolo palestinese.

Non avvia né pianifica mosse politiche audaci che la libererebbero dall’impasse imposta dagli Accordi di Oslo, che Israele viola ormai da tempo. Non sta schierando migliaia delle sue forze di sicurezza per proteggere chi subisce gli attacchi – a causa dell’accordo che le vieta di farlo.

Persino nelle case dei sostenitori di lunga data di Fatah, la gente non nasconde la rabbia e il disgusto che prova nei confronti dell’Autorità Palestinese.

Non per la sua debolezza, ma per il fatto che utilizza questa debolezza come scusa per l’inazione e l’incoscienza. L’opinione pubblica è convinta che la classe dirigente sia preoccupata di perdere i modesti privilegi concessi da Israele e i vantaggi economici derivanti dal proprio status. 

Anche in questo caso, la gente mantiene la calma, sia perché teme le forze di sicurezza dell’Autorità, sia perché sa che la destra israeliana dominante accoglie con favore qualsiasi tensione interna tra i palestinesi e attende la loro sanguinosa lotta fratricida”.

Così Hamira Hass. Il piano israeliano in Cisgiordania è chiaro. Ed è parte della soluzione finale della questione palestinese. i

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