Un criminale di guerra al Palazzo di Vetro. È Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele. Con quale spirito e finalità il più longevo e peggiore premier nella storia di Israele si è attrezzato alla sua missione elettorale a New York, lo chiarisce, con la consueta lucidità analitica, Esther Solomon in un’analisi su Haaretz dal titolo: Come Netanyahu, il premier israeliano emarginato, manipolerà l’opinione pubblica mondiale all’Onu
Scrive Solomon: “Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha sempre apprezzato la sua apparizione annuale all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Nel corso di quasi due decenni, ha colto con entusiasmo l’occasione per tenere lezioni e contestare i leader mondiali in un discorso trasmesso in tutto il mondo. I suoi discorsi, che mettono in mostra la sua padronanza dell’inglese, sono spesso conditi da oggetti di scena e espedienti – da una bomba nucleare iraniana disegnata a mano ai progetti del campo di sterminio nazista di Auschwitz-Birkenau.
Ma negli ultimi anni, con il drastico affievolirsi del fascino della sua immagine curata e della statura più ampia di Israele, Netanyahu ha scoperto che, nonostante la struttura del discorso sia diretta e unidirezionale, non ha il pieno controllo del pubblico presente. Quest’ultimo ha trovato un modo per rispondere, con un’immagine altrettanto d’effetto: abbandonare l’aula prima o durante il suo intervento. L’anno scorso ha parlato in una sala in cui risuonavano i posti vuoti, interrotto solo dalle proteste delle famiglie degli ostaggi israeliani, allora ancora trattenuti a Gaza da Hamas.
Quest’anno si prospetta uno schema simile, accentuato dal crollo del sostegno a Israele in gran parte della comunità internazionale, non da ultimo tra l’opinione pubblica americana, e dal recente annuncio di sanzioni senza precedenti sugli insediamenti da parte di alleati occidentali chiave. Imperterrito, Netanyahu preparerà il suo discorso, le sue battute e le sue frasi ad effetto per quello che è sempre stato il suo pubblico principale: gli elettori in patria. E quest’anno, più che mai, la sua apparizione all’Onu sarà attentamente calibrata per toccare le tematiche più istintive e populiste che potrebbero far pendere a suo favore le elezioni del 27 ottobre.
Il preludio – riprendere il duello con il sindaco di New York Zohran Mamdani – è già in tasca. Dopo che lunedì Mamdani lo aveva descritto come «l’artefice di un orrendo genocidio» e aveva chiesto che venisse eseguito il mandato di arresto della Corte penale internazionale a suo carico, Netanyahu ha risposto al fuoco, accusando il sindaco di «sostenere i mostri terroristi di Hamas che hanno massacrato il nostro popolo» e di «incitare alla violenza contro gli ebrei di New York», con il sostegno, in un ruolo di supporto, dell’ambasciatore israeliano presso l’Onu che ha dichiarato che, , in realtà, Mamdani dovrebbe essere arrestato «per il suo comportamento».
Il conflitto con Mamdani, che è stato descritto dalla stampa israeliana come un complice di Hamas, fa comodo a Netanyahu. Può sfruttarlo per recuperare la sua reputazione perduta di difensore di Israele contro coloro che egli dipinge come negazionisti o minimizzatori degli eventi del 7 ottobre, ribaltando i tentativi dell’opposizione di concentrarsi sui fallimenti del primo ministro e sulla sua mancanza di responsabilità prima e dopo l’attacco di Hamas. Lo pone al centro come l’unico politico-guerriero in Israele in grado di affrontare i pezzi grossi, fondendo al contempo la sua lotta con il destino dello Stato.
In questo contesto elettorale, Mamdani (affiancato dal primo ministro britannico Andy Burnham e dal ministro degli Esteri Ed Miliband) rappresenta anche un simbolo di ciò che lo schieramento di Netanyahu considera i nemici interni di Israele, che possono essere diffamati con lo stesso pennello: i progressisti, i dissidenti, coloro che chiedono un dibattito pubblico sulla condotta di Israele a Gaza o che osano persino realizzare film al riguardo, coloro che si oppongono all’equiparazione di tutti i musulmani al terrorismo, coloro che mettono in discussione la fusione onnicomprensiva, tipica della destra, tra critica legittima a Israele e antisemitismo. La risposta di Netanyahu a Mamdani funge da anteprima del suo discorso alle Nazioni Unite: «Sto andando a New York e dirò la verità su di voi», ha avvertito. Il presidente francese Emmanuel Macron fa parte dello stesso asse percepito come ostile, e il suo discorso all’Onu di martedì ha dominato i titoli dei giornali in Israele – ma non per il suo appello affinché Israele rispetti la sovranità libanese e palestinese, compreso il «diritto all’esistenza» fondamentale del popolo palestinese, né per aver definito la mancanza di pace a Gaza uno «spettacolo che dovrebbe far vergognare tutti noi», bensì per aver affermato che Hamas non è mai stato «attivo» in Cisgiordania.
È stato un regalo a portata di mano per Netanyahu, arrivato solo pochi giorni dopo che l’uccisione di un colono era stata elogiata dall’organizzazione, e la risposta non si è fatta attendere: l’ufficio del primo ministro ha criticato aspramente l’«ignorante» Macron per aver ‘cancellato il sangue’ di coloro che Hamas ha ucciso. La Francia ha attribuito la colpa a un errore di traduzione, ma il capitale elettorale è già stato raccolto.
Ma l’elefante nella sala dell’Onu, che getta un’ombra su tutta la visita di Netanyahu intesa come promozione elettorale, è il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il primo ministro israeliano non è riuscito ad assicurarsi una tappa della campagna elettorale, scusate, un incontro con lui; circolano voci su un incontro a malapena compensatorio con il segretario di Stato americano Marco Rubio. Netanyahu sta ancora aspettando che il presidente degli Stati Uniti intervenga nelle elezioni israeliane con un appoggio a tutto tondo.
In un momento umiliante per il primo ministro israeliano, martedì il presidente ha trovato il tempo di sedersi con alti rappresentanti di una dozzina di Stati arabi e a maggioranza musulmana, compresi tutti i vicini di Israele, ad eccezione dell’Autorità Palestinese, al cui capo, il presidente Mahmoud Abbas, è stato negato il visto d’ingresso. Trump ha elogiato copiosamente l’acerrimo avversario di Netanyahu, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, definendolo «fantastico» e «mio amico».
Da un lato, Netanyahu ha sfruttato il presidente come carta vincente nelle successive elezioni, vantandosi del suo accesso esclusivo al potere statunitense. Ciò ha funzionato finché Trump è rimasto estremamente popolare in Israele, ma da quando il presidente ha escluso Israele dai negoziati di cessate il fuoco con l’Iran, l’opinione pubblica ha subito un brusco cambiamento di rotta.
Nonostante entrambi i paesi abbiano lanciato insieme la guerra contro l’Iran, gli eventi di questa settimana non hanno fatto altro che rafforzare la sensazione che Trump non avrebbe avuto molti scrupoli nel concludere un accordo che ignorasse le preoccupazioni di Israele in materia di sicurezza. Gli inviati dei presidenti, Steve Witkoff e Jared Kushner, hanno incontrato, tramite mediatori, le loro controparti iraniane per oltre tre ore a margine dell’Assemblea delle Nazioni Unite; Witkoff ha dichiarato di sperare che i colloqui si rivelassero «costruttivi e promettenti».
Va notato che questi colloqui si sono svolti quasi in contemporanea con la minaccia lanciata dal presidente dal podio delle Nazioni Unite di «annientare» l’Iran qualora non si fosse raggiunto un accordo dopo le elezioni di medio termine.
Ma sebbene il clamore, la furia e l’azione militare contro l’Iran si addicano a Netanyahu molto più dei colloqui diplomatici, la ormai familiare ripetizione delle minacce di Trump ne sminuisce la credibilità, non da ultimo quando la guerra contro l’Iran e le sue ripercussioni economiche hanno fatto precipitare ulteriormente in territorio negativo l’indice di gradimento del presidente. In qualità di sostenitore profondamente impopolare di una guerra impopolare, Netanyahu sta esaurendo la sua influenza sul presidente transazionale.
Se, tra il crescente manipolazione psicologica e la campagna elettorale, gli israeliani conservassero una buona memoria a medio termine, potrebbero ricordare il discorso di Netanyahu alle Nazioni Unite nel settembre 2023, appena due settimane prima dell’attacco di Hamas. Il primo ministro ha parlato in modo grandioso e, col senno di poi, delirante, di come l’imminente normalizzazione tra Israele e l’Arabia Saudita avrebbe «creato davvero un nuovo Medio Oriente».
Pochi giorni dopo arrivò la telefonata agli Emirati Arabi Uniti indirizzata a Netanyahu, come riportato da Haaretz che avvertiva di un’imminente operazione di Hamas destinata a sconvolgere la regione, ma il primo ministro non agì né tantomeno trasmise l’informazione. Il divario tra la retorica alle Nazioni Unite e la realtà non è mai stato più netto. Quest’anno, il re Abdullah II di Giordania ha affermato che la «brama» del governo israeliano rappresenta ormai una minaccia per l’intera regione.
Mentre il primo ministro ritocca il suo copione e mette a punto le trovate di quest’anno, il suo ministro della sicurezza nazionale di estrema destra, Itamar Ben-Gvir, era impegnato a pubblicare un elenco di richieste, tra cui il permesso di commettere crimini di guerra, per entrare a far parte della presunta coalizione post-elettorale di Netanyahu.
Tra queste richieste: che a Ben-Gvir venga affidato il portafoglio della difesa, che i palestinesi siano “incoraggiati” a lasciare non solo Gaza ma anche la Cisgiordania, che l’Autorità Palestinese venga destituita, che i soldati possano aprire il fuoco più facilmente e che il codice etico delle Forze di Difesa Israeliane venga epurato dal suo carattere “progressista” – il tutto insieme a una distruzione totale del sistema giudiziario israeliano.
Mentre l’ufficio di Netanyahu combatte in modo un po’ patetico la crescente emarginazione di Israele con un video generato dall’IA in cui dei pappagalli all’Onu strillano «Dà la colpa a Israele!», forse farebbe bene a ripercorrere la storia dell’Onu, specialmente negli anni dal 1974 al 1994, quando fu sospesa la partecipazione del Sudafrica dell’apartheid. Non ci volle un voto del Consiglio di Sicurezza, ma solo una maggioranza nell’Assemblea Generale. Il discorso di Netanyahu di giovedì potrebbe essere inteso come propaganda elettorale, ma potrebbe essere ricordato come un’elegia involontaria per la piena partecipazione di Israele alla comunità internazionale”.
Così Solomon. Il suo articolo precede l’intervento del “grande manipolatore. Lo show di Netanyahu ha superato le più fosche previsioni. Il carnefice che si atteggia a vittima. In guerra col mondo.
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