Dalla piazza all’aula (parlamentare). Luoghi diversi ma stessa finalità: concretizzare l’impegno dell’Italia a vietare l’importazione di beni e servizi dagli insediamenti israeliani illegali della Cisgiordania, sostenendo al tempo stesso il tessuto economico palestinese. Un aiuto cruciale per le aziende e i piccoli produttori, da cui dipende la sussistenza di oltre 3 milioni di persone, oggi costretti a fare i conti con pesanti barriere e limitazioni insostenibili nella produzione ed esportazioni verso il mercato europeo.
Con questi obiettivi, si è svolto seri a Roma l’incontro “Dall’economia di occupazione all’economia di liberazione”, organizzato dalla coalizione di oltre 20 organizzazioni promotrici della campagna “Stop al commercio con gli insediamenti illegali”.
Lo strangolamento dell’economia palestinese
L’iniziativa ha rappresentato un importante momento di riflessione sul progressivo soffocamento dell’economia palestinese nel Territorio Occupato, avvalendosi dei contributi di esponenti della società civile e delle categorie produttive locali. Mohammed Hmidat di Al Reef, organizzazione che affianca i produttori agricoli palestinesi, ha illustrato le numerose restrizioni commerciali imposte agli esportatori palestinesi, sia all’interno del Territorio Occupato sia sui mercati internazionali. Ruwa Jab di Pal Trade, rete che riunisce oltre 327 aziende palestinesi, ha invece evidenziato l’enorme potenziale di crescita che l’economia della Cisgiordania potrebbe esprimere sui mercati europei, in assenza degli ostacoli imposti dall’occupazione. Questa fotografia della crisi socioeconomica in Palestina è stata approfondita dagli interventi dell’economista Massimo Amato (Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente), che ha analizzato i fattori strutturali attraverso cui l’occupazione ha ostacolalo lo sviluppo economico palestinese; e di Basel Adra, membro di Global Echo e regista palestinese Premio Oscar per il film No Other Land, che ha raccontato come la violenza dei coloni incida su ogni aspetto della vita delle persone palestinesi: non solo con la distruzione delle abitazioni e delle infrastrutture civili, ma anche negando l’accesso ai diritti fondamentali come l’istruzione e le cure mediche.
“Le testimonianze raccolte oggi – spiegano le organizzazioni promotrici della campagna – mostrano chiaramente come le restrizioni dell’occupazione israeliana stiano strangolando l’economia palestinese. Dai vincoli sull’accesso a terra e risorse naturali, ai blocchi alla circolazione di persone e merci, non solo si impedisce lo sviluppo di imprese, cooperative e produttori locali, ma se ne mette a rischio l’esistenza stessa. È una situazione indicibile, su cui l’Unione europea non sta mettendo in campo nessuna strategia efficace, ma che priva milioni di persone dei propri mezzi di sussistenza e mina alla base le prospettive di uno Stato palestinese, perché senza sovranità economica non può esserci reale sovranità politica”.
Dopo i saluti dell’ambasciatrice di Palestina, Mona Abuamara, l’incontro ha favorito un confronto politico con gli interventi di Stefania Ascari e Giuseppe Conte per il Movimento 5 Stelle, Laura Boldrini ed Elly Schlein per il Partito Democratico, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni per Alleanza Verdi e Sinistra. La delegazione palestinese, con Marwa El-Ansary di Oxfam, sarà inoltre ricevuta oggi in audizione in Commissione esteri alla Camera all’interno di un calendario di incontri con le istituzioni europee e italiane. Un momento che assume un particolare rilievo, perché in queste settimane è all’esame del Parlamento la proposta di legge per lo stop al commercio gli insediamenti illegali in Cisgiordania, firmata dai leader di Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle e Partito Democratico e nata dall’impegno delle organizzazioni promotrici dell’incontro.
I numeri dell’economia di occupazione in Cisgiordania
Il settore privato palestinese resta oggi fondamentale per l’economia della Cisgiordania, con una produzione che spazia dall’olio d’oliva al sapone di Nablus, dai tessuti Tatreez a prodotti artigianali e alimentari. Tuttavia, imprese e piccoli produttori devono fare i conti con sempre più restrizioni. Le limitazioni all’accesso alla terra, all’acqua, alle infrastrutture e alla libertà di movimento incidono su ogni fase della produzione e della commercializzazione, aumentando costi, ritardi e incertezza. In tutta la Cisgiordania ad oggi sono presenti circa 942 ostacoli alla circolazione, tra posti di blocco, barriere e chiusure, che spesso aprono e chiudono senza preavviso, con un aumento del 33% rispetto al 2023. Sul totale, il 20% impedisce persino l’accesso ai terreni agricoli. Le comunità palestinesi possono contare su appena il 20% dell’acqua proveniente dalla principale falda acquifera della regione contro l’80% destinato a Israele. Le conseguenze economiche di questo status quo sono catastrofiche. Secondo l’Unctad, senza le restrizioni imposte da Israele il PIL della Cisgiordania, solo tra il 2000 e il 2024, sarebbe potuto crescere del 68% in più, evitando perdite economiche per circa 170 miliardi di dollari. Alle restrizioni si somma la violenza impunita dei coloni: tra gennaio e agosto 2026 si sono verificati oltre 1.600 attacchi contro le comunità palestinesi e le loro proprietà, con danni a raccolti, frutteti, infrastrutture agricole e costi aggiuntivi per le imprese. Ad incidere ci sono le restrizioni alle importazioni e all’export, procedure doganali complesse e la dipendenza dal sistema fiscale controllato da Israele. La sospensione dei trasferimenti delle entrate fiscali all’Autorità Nazionale Palestinese ha infatti aggravato la crisi economica, contribuendo ad accumulare arretrati per 1,82 miliardi di dollari verso il settore privato, riducendo il potere d’acquisto della popolazione.
L’appello all’Italia
“Nel parere consultivo del luglio 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha chiarito che l’utilizzo da parte di Israele delle risorse nel Territorio Palestinese Occupato è contrario al diritto internazionale, richiamando tutti gli Stati a non sostenere, con relazioni economiche e commerciali, questo stato di illegalità. – concludono le organizzazioni – Rimuovere gli ostacoli che frenano i produttori palestinesi e impedire i flussi commerciali che alimentano l’economia delle colonie rappresentano due azioni complementari e indispensabili per promuovere il rispetto del diritto e consentire uno sviluppo giusto e sostenibile in Palestina. Chiediamo al Parlamento di approvare senza ritardi la proposta di legge in esame della Commissione esteri della Camera: un atto che risponde a un preciso obbligo giuridico, non ad una mera opportunità politica. L’Italia deve inoltre attivarsi per sostenere il tessuto produttivo palestinese, e farsi promotrice in Europa del superamento dei blocchi commerciali causati dall’occupazione, facilitando l’acceso dei prodotti palestinesi al mercato unico, anche attraverso il recupero di negoziati per il rinnovo e adeguamento dell’Accordo di Associazione UE- Palestina”.
Le associazioni italiane aderenti alla campagna:
ACLI, ACS-NGO, Amnesty International Italia, ANPI, AOI, ARCI, Assopace Palestina, CISS, CNCA, COSPE, CRIC, Emmaus Italia, First Social Life, Fondazione Finanza Etica, Fondazione Gruppo Abele, Libera, Movimento Giustizia e Pace in Medio Oriente, Oxfam Italia, Pax Christi, Rete HUMUS, Rete Italiana Pace e Disarmo, Un Ponte Per, Vento di Terra.
La società civile organizzata, il mondo solidale che non dimentica la sofferenza del popolo palestinese e non fa sconti a chi è responsabile del genocidio di Gaza, chiede alle forze di sinistra presenti in Parlamento di dare continuità e concretezza alle importanti prese di posizione per il riconoscimento dello Stato palestinese e per sanzionare uno Stato che la destra fascista e messianica che lo governa, si spera ancora per poco, ha trasformato nei fatti in uno Stato-canaglia. Un patto di azione che l’incontro di ieri ha cementato. Ed è importante che a farsene garanti siano stati i leader delle forze progressiste e di sinistra, e i parlamentari, una per tutti Laura Boldrini, che più si sono spesi per denunciare i crimini dei coloni pogromisti e dell’”esercito più morale al mondo”.
Ma, è bene rimarcarlo, chi si batte contro Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich e compagnia brutta, anzi pessima, non è solo a fianco del popolo palestinese. Lo è anche dell’Israele resiliente, degli attivisti israeliani per i diritti umani che fanno scudo con i propri corpi alle case dei palestinesi attaccate dalle squadracce di coloni, spesso supportati dai militari israeliani, in Cisgiordania. A fianco dei giornalisti dalla schiena dritta, che ogni giorno documentano le nefandezze perpetrate dal peggior governo nella storia di Israele. A fianco dei registi, ebrei israeliani, di Naza, dei soldati che hanno avuto il coraggio di denunciare i massacri di civili pianificati con gli algoritmi, di quanti in Israele e nella diaspora hanno deciso di restare umani e di considerare le decine di migliaia di civili palestinesi uccisi a Gaza persone e non “danni collaterali”.
Battersi per uno Stato palestinese, a fianco dello Stato di Israele, non è solo un atto di giustizia, di ripristino della legalità internazionale, nei confronti dell’unico popolo al mondo ancora sotto occupazione. Battersi per uno Stato palestinese vuol dire anche essere vicini a Israele, all’Israele che non ha dimenticato la lezione di Yitzhak Rabin, con la contezza che la sicurezza dello Stato ebraico e il riconoscimento di uno Stato palestinese pienamente sovrano su tutto il proprio territorio nazionale e sulle risorse, anzitutto quelle idriche, che in esso si trovano, sono le due facce di una stessa medaglia: quella di una pace giusta, duratura, tra pari. La pace dei coraggiosi.
Quel coraggio che certo non alberga oggi a Palazzo Chigi, dove è assisa una presidente del Consiglio che continua, senza arrossire di vergogna, a ritenere “controproducente” (sigh) il riconoscimento dello Stato palestinese, e che in Europa ha impedito la sospensione degli accordi commerciali con Israele, il minimo sindacale per non essere complici dei criminali di guerra di Tel Aviv e dei loro sodali nel mondo, a cominciare da Donald Trump, che ha fatto il suo endorsement a sostegno dell’amico Netanyahu. Ma si sa, tra criminali ci si intende.