“L’Oratore”: parola, territorio e rinascita nel cinema di Marco Pollini
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“L’Oratore”: parola, territorio e rinascita nel cinema di Marco Pollini

Nel panorama del cinema indipendente italiano, L’oratore di Marco Pollini si presenta come un progetto che intreccia intenzione autoriale e radicamento concreto in un territorio ancora poco esplorato sotto il profilo produttivo.

“L’Oratore”: parola, territorio e rinascita nel cinema di Marco Pollini
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Maria Calabretta Modifica articolo

3 Maggio 2026 - 23.47


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Nel panorama del cinema indipendente italiano, L’oratore di Marco Pollini si presenta come un progetto che intreccia intenzione autoriale e radicamento concreto in un territorio ancora poco esplorato, rispetto alle sue potenzialità, nell’ambito della produzione cinematografica. 

Tratto dall’omonimo romanzo scritto dallo stesso regista e successivamente rielaborato per il cinema, il film oltre a collocare una storia in un contesto geografico riconoscibile, si misura con la possibilità stessa di fare cinema a partire da quel contesto.

La visione al Supercinema di Soverato, in occasione della presentazione del 2 maggio, ha reso evidente questa dimensione. La sala piena, la partecipazione attenta del pubblico e la presenza della produttrice Evelyn Bruges, hanno restituito l’idea di un’opera che trova una sua pienezza anche nel confronto diretto con gli spettatori. L’assenza del regista, impegnato contemporaneamente in un’altra tappa di presentazione, ha confermato la natura diffusa del progetto, pensato come un percorso di incontro con pubblici diversi.

Le riprese, realizzate tra Badolato, Soverato, Gasperina e il centro storico di Cosenza, insieme al coinvolgimento di circa cinquanta maestranze calabresi, delineano una direzione chiara: quella di un cinema che prova a costruirsi a partire dal territorio. Il sostegno della Calabria Film Commission contribuisce a collocare l’opera all’interno di un processo più ampio, ancora in evoluzione, che riguarda la possibilità di consolidare una continuità produttiva per dare spazio a professionalità locali e nuove esperienze. In questo quadro si inserisce il lavoro del casting director Giovanni Maletta, fondamentale per la realizzazione di un cast coerente con l’identità territoriale del progetto.

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Sul piano narrativo, il film segue il percorso di Felice, interpretato da Manuel Nucera, giovane cresciuto in un contesto popolare e inizialmente orientato verso la musica come forma di espressione e di riscatto. La distruzione del pianoforte segna una frattura netta, che riorienta il personaggio verso un’altra modalità espressiva: quella della parola. L’oratoria emerge così come pratica attraverso cui Felice ridefinisce il proprio ruolo, diventando progressivamente un interprete delle storie altrui.

Il passaggio da una dimensione individuale a una funzione relazionale costituisce uno degli assi più significativi del film. In questa traiettoria, la prova di Nucera acquista un rilievo particolare anche alla luce del suo percorso personale. In alcune interviste rilasciate in occasione dell’uscita del film, l’attore ha raccontato come il suo avvicinamento al cinema non sia stato immediato né scontato, maturato dopo esperienze lavorative lontane dal mondo artistico e attraverso una scelta consapevole di formazione. Questa dimensione biografica sembra riflettersi nella costruzione di Felice: un personaggio che non appare mai come figura “predestinata”, ma come individuo che si scopre progressivamente, trovando nella parola una possibilità inattesa. Lo stesso Nucera ha sottolineato come il senso del film risieda nella capacità di “reinventarsi”, di trovare una via di uscita attraverso l’arte anche in contesti difficili. Una chiave di lettura che punta a costruire uno spazio narrativo in cui alla rappresentazione della realtà si affianca una tensione verso la possibilità.

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Accanto a lui, la figura di Noemi, interpretata da Sofia Fici, contribuisce a dare spessore alla prima parte del racconto, introducendo una dimensione affettiva che evita di isolare il protagonista in un percorso esclusivamente individuale.

Giorgio Colangeli conferisce al film una solidità interpretativa riconoscibile, mentre Marcello Fonte, pur in una presenza più breve, aggiunge un elemento di intensità che rafforza il tono complessivo del racconto. Al cast si affianca Paola Lavini, che contribuisce a rendere ancora più credibile l’impianto realistico del film.

Dal punto di vista formale, Pollini adotta una regia sobria, orientata alla chiarezza narrativa e all’aderenza agli ambienti. Una scelta che accompagna il racconto senza sovraccaricarlo, lasciando emergere con maggiore evidenza il lavoro sugli attori e sui luoghi.

Il progetto nasce prima come sceneggiatura, successivamente rielaborata in forma di romanzo e poi riportata al cinema. La sceneggiatura del film è firmata da Franco Ferrini, elemento che contribuisce a definire la struttura narrativa dell’opera.

Alcune dichiarazioni del regista in occasione della presentazione del suo lavoro permettono di leggere con maggiore precisione l’impianto del film. Marco Pollini ha più volte sottolineato come la realizzazione di un film indipendente rappresenti «un’impresa titanica», richiamando le difficoltà concrete della produzione cinematografica.

Nelle sue riflessioni, il regista insiste sulla necessità di “rialzarsi” e di individuare una possibilità di bellezza anche all’interno di situazioni difficili. Un elemento che trova una corrispondenza diretta nella traiettoria del protagonista e che serve a definire il tono complessivo del film.

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All’interno di questo quadro, L’oratore supera la dimensione del singolo racconto per collocarsi in una relazione più ampia tra opera, territorio e pubblico. L’esperienza di Soverato – per partecipazione e intensità – ne è stata una dimostrazione concreta: non solo una proiezione, ma un momento di riconoscimento collettivo, in cui il film viene restituito a chi, in forme diverse, ne ha condiviso l’immaginario.

La centralità della parola, nel percorso di Felice, finisce così per riflettersi anche sul piano più ampio del discorso cinematografico: raccontare significa dare forma, organizzare, rendere condivisibile un’esperienza. È in questa dinamica che il film trova una delle sue direzioni più fertili, aprendo una riflessione che restituisce complessità all’intero racconto. 

Alcune semplificazioni narrative restano evidenti, ma non intaccano la coerenza di un’opera che trova la propria forza proprio nella relazione tra esperienza concreta e costruzione filmica. 

Più che offrire una forma conclusa o definitiva, L’oratore indica chiaramente una direzione, quella di un cinema che nasce da contesti concreti e che, partendo da essi, cerca di costruire un linguaggio accessibile e riconoscibile, capace di restare legato alla realtà che lo ha generato ma anche di parlare a un pubblico più ampio.

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