Willy Vlautin racconta l’America dimenticata: povertà, violenza domestica e umanità ferita
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Willy Vlautin racconta l’America dimenticata: povertà, violenza domestica e umanità ferita

Nessuno al posto giusto (Jimenez, traduzione di Gianluca Testani, pagg 236, euro 19) è l’ennesima prova convincente per l’editore italiano Jimenez, una scuderia letteraria molto attenta alla scrittura che si nutre di musica

Willy Vlautin racconta l’America dimenticata: povertà, violenza domestica e umanità ferita
Willy Vlautin
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17 Maggio 2026 - 22.02


ATF

di Rock Reynolds

La società perfetta non esiste.

Se per quello, è la perfezione stessa a non essere di questo mondo.

Ma non di filosofia e massimi sistemi intendo parlare oggi. Il tema di giornata è un bel romanzo, un bellissimo romanzo di uno scrittore statunitense che sta sempre più fidelizzando un’ampia fascia di lettori da un lato come dall’altro dell’Atlantico.

Mi riferisco a Willy Vlautin, forse più noto come musicista che come narratore, chitarrista e cantante dei Delines, band di Portland, Oregon, dal sound tutto sommato anomalo, con il suo intreccio di soul e C&W.

Non sono mai stato un fan dei Delines, ensemble americano alternativo molto caro a una certa critica di settore. Li trovo tutto sommato banali, creatori di un suono scontato, piatto, mascherato da atmosfere che intrigano solo sulla superficie, ma che difettano di autentica profondità e di slanci di genio. Pertanto ammetto che, quando mi sono accostato per la prima volta a un romanzo di Willy Vlautin, che dei Delines è stato uno dei fondatori, l’ho fatto con un certo scetticismo. Non ve n’era minimamente motivo: Willy Vlautin è un narratore di razza e Nessuno al posto giusto non tradirà le elevate aspettative della sua base di lettori in costante crescita anche in Italia. E, se siete pure fan dei Delines o, quanto meno, avete la curiosità di scoprirne le sonorità, alla fine del romanzo troverete un link per una sorta di colonna sonora del libro.

Pare che tra i suoi ispiratori vi siano grandi nomi della narrativa statunitense come John SteinbeckRaymond CarverBarry GiffordSam Shepard, e William Kennedy e che tra i suoi estimatori figurino grandi autori contemporanei come George Pelekanos e gli irlandesi Colm Tóibín e Roddy Doyle.

Comunque sia, Nessuno al posto giusto (Jimenez, traduzione di Gianluca Testani, pagg 236, euro 19) è l’ennesima prova convincente per l’editore italiano Jimenez, una scuderia letteraria molto attenta alla scrittura che si nutre di musica così come a musicisti dalla forte vocazione narrativa. Basterebbe dare un’occhiata ai nomi altisonanti del suo catalogo: Lou Reed, Richard Thompson, Tracey Thorn, Sly Stone, Steve Wynn, Questlove, solo per citarne alcuni. D’altro canto, uno dei veri punti di forza della narrativa moderna – soprattutto di quella a stelle e strisce – è la commistione con altre forme espressive da cui trae linfa e che contribuisce a sua volta a far crescere: cinema e rock’n’roll.

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Nessuno al posto giusto ha tutte le carte in regola per poter diventare una pellicola della Hollywood intelligente, un film che racconti l’America come agli americani non piace del tutto essere rappresentati. Il rischio è quello di appannare non poco lo scintillio che a Washington tanto piace proiettare in giro per il mondo. Naturalmente, trucchi e travestimenti ormai sono stati smascherati e la finzione degli USA in quanto faro incrollabile di democrazia e, ancor più, archetipo insuperabile di paese libero che garantisce all’individuo l’assoluta mancanza di limiti invalicabili è retaggio di un passato che sta sempre più sbiadendo di fronte ai nostro occhi ma, soprattutto, a quelli degli statunitensi stessi.

Va detto subito che la forza principale di Nessuno al posto giusto sta nella sua miscela di disperazione assoluta e lucidità analitica. Willy Vlautin non fa sconti al suo paese, lasciandoci un vago lumicino di speranza alla fine di una storia che di momenti gioiosi ne vanta davvero pochi. È una di quelle storie di cui la cronaca negli USA non si è mai realmente occupata, lasciandone la fastidiosa incombenza alla penna spietata degli scrittori e, talvolta, alla voglia di raccontare per immagini di qualche regista impegnato. Anche la musica, va detto, ha fatto qualche incursione in un mondo – quello del cosiddetto “white trash” – che in realtà poco attrae il grande pubblico. Pensate a cantori dei “loser” come Bruce Springsteen e Steve Earle. Chi ha dimestichezza con le contraddittorietà del mondo a stelle e strisce probabilmente sa che la società americana si bea di non essere classista mentre si dirige sempre più verso una situazione di spaccatura incolmabile tra chi ha e chi non ha e probabilmente non avrà mai.

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Ma, come si diceva in principio, la società perfetta non esiste da nessuna parte. Però, in una nazione come gli USA, sempre più appannaggio dei megaricchi che, in barba a vetuste leggi antitrust, accumulano capitali talmente smisurati da minare le basi stesse di qualsiasi sistema che aspiri a essere democratico, l’abbandono in cui versa una porzione crescente della popolazione non può e non deve passare inosservato. Ben venga uno spaccato letterario di furente denuncia come Nessuno al posto giusto di Willy Vlautin, che finisce per raccogliere l’eredità di giganti come John Steinbeck ed Erskine Caldwell.

Russell è un bimbo di otto anni che vive a fatica una condizione familiare molto difficile, con una madre dalla vita personale troppo incasinata per occuparsi di lui e del fratello quindicenne Curtis, avviato lungo una china di micro delinquenza e autodistruzione. La nonna è l’unico argine alle piccole cattiverie che Curtis fa al fratellino, reo di aver convogliato il poco affetto della mamma e della nonna bulimica e teledipendente su di sé. L’indifferenza familiare e una condizione di povertà quasi conclamata, con le due donne che faticano a sopravvivere da uno stipendio settimanale all’altro – ennesima scelta scellerata di un’America orientata solo al consumo e al debito e non al risparmio – non è un’eccezione. Si tratta di uno stato di cose sempre più endemico di fronte al quale le autorità continuano a fare orecchie da mercante, pur di non ammettere un fallimento epocale. Scorpacciate di serie televisive condite di bibite gasate e patatine piuttosto che di birra e donut sono un mero surrogato di un autentico collante familiare.

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Manca del tutto lo stato sociale. Lo stesso aggettivo “sociale” è all’indice per via della imbarazzante radice comune con “socialismo”.

Fortuna che accanto a Russell e alla sua famiglia va ad abitare Eddie, un imbianchino stacanovista che si prende a cuore le sorti del bambino, notando immediatamente il disagio sociale in cui versa. Una tragedia che ha segnato il suo passato, una storia d’amore fallita miseramente e un rapporto complicato con dipendenti perennemente al verde e alle prese con alcolismo e altre difficoltà personali non disincentivano la sua naturale apertura e disponibilità verso il mondo. Quando la nonna di Eddie finisce in una casa di cura e Curtis eleva il livello delle cattiverie nei suoi confronti, Eddie mostrerà di che pasta sia fatto, con l’ausilio del suo cane.

Come anticipato, quello di Vlautin non è un romanzo catastrofista, bensì l’impietosa fotografia di una società, quella della provincia americana – in questo caso bianca – che non si ritrova più nei confini patriottici imposti dal sistema. A chi importa di chiudere gli occhi recitando il giuramento alla bandiera quando non c’è la certezza di poter mettere qualcosa sotto i denti? Chi davvero vuole insistere nel mettersi la mano sul cuore e cantare l’inno nazionale quando la salute manca e i soldi per curarsi pure? E chi può ancora sorridere pur sapendo che i propri figli riceveranno un’istruzione scolastica deficitaria che ben difficilmente li porterà a traguardi superiori a quelli miserrimi raggiunti dai loro genitori?

Willy Vlautin ci racconta una bella storia. Una storia terribile. Una storia di umanità a un bivio ineludibile.

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