di Alessia de Antoniis
«Com’è che qua non c’è scritto niente?». Comincia da una lapide vuota KR70M16 – Naufrago senza nome. Un morto senza documenti. Un ragazzo che non chiede giustizia, non chiede vendetta, non chiede neppure pietà. Chiede il proprio nome sulla lapide. «Il nome, ci dovrebbe essere scritto il nome». Ma servono i documenti. Anche da morti.
Il titolo è tutto quello che resta di lui. KR: Crotone; 70: il settantesimo corpo recuperato; M maschio; 16 l’età presunta. Non un nome: una pratica. Non una biografia: un codice. Non un figlio: un ritrovamento.
Eppure la scena, con il light design di Dario De Luca è chiara. Quasi troppo chiara. Celeste, gialla, luminosa. Non c’è buio a proteggere il lutto, non c’è penombra a renderlo nobile. Le luci sembrano costruire una serenità irreale, una pace che il testo smentisce a ogni battuta. Come se la scena dicesse: guarda bene, non c’è rifugio nell’orrore. È tutto visibile. È tutto davanti a te.
KR70M16. Un numero. Come quelli tatuati sui corpi degli ebrei deportati nei campi di sterminio, che l’Occidente del secolo scorso ha imparato a ricondurre a un volto, a una famiglia, a una storia. Un atto di giustizia contro la macchina dello sterminio. Ma esistono altri numeri che restano numeri.
Scritto, diretto e interpretato da Saverio La Ruina, con Cecilia Foti e Dario De Luca, presentato a Primavera dei Teatri, KR70M16 – Naufrago senza nome continua il lavoro di scavo dell’autore calabrese dentro le ferite aperte della Storia. Non però dalla parte monumentale della memoria, dove il dolore è già stato riconosciuto, archiviato, musealizzato, restituito alla dignità del racconto. La Ruina guarda il punto cieco: le vite che non entrano nella Storia, ma nei registri. E allora il problema non è soltanto morire. Il problema è capire quali numeri il mondo decide di restituire a un nome e quali, invece, lascia affondare.
La Ruina non fa del suo naufrago una vittima muta. Gli dà una voce precisa, ironica, infantile e feroce. È Cecilia Foti a dargli corpo: giacca a vento verde, bermuda bianchi, papillon bordeaux che la madre gli aveva detto di mettere prima di scendere dalla nave. Una presenza fisica che non si lascia ridurre a simbolo. Il ragazzo vuole che il suo nome arrivi a sua madre attraverso una catena impossibile: qualcuno lo leggerà sulla lapide, lo dirà a qualcun altro, poi a un altro ancora, finché qualcuno lo dirà a lei. Perché senza un nome inciso, senza un corpo riconosciuto, il lutto resta sospeso. «Se non mi ha davanti non avrà la certezza che sono morto».
Priamo davanti ad Achille chiede solo il corpo di Ettore. Non la vittoria, non la giustizia: il corpo. Per poterlo piangere. Per poter smettere di aspettare.
La Ruina non mette Shoah e migrazione sullo stesso piano con la superficialità di chi cerca scorciatoie morali. Fa qualcosa di più scomodo: mette in scena l’attrito tra memorie. Il ragazzo senza nome incontra un medico ebreo (Saverio La Ruina), sopravvissuto a un campo di concentramento e poi morto in paese.
Il dialogo tra i due non è pacificato. C’è una frizione dura, a tratti comica, sulla tentazione di misurare il dolore, di stabilire chi abbia sofferto di più, quale tragedia meriti memoria e quale possa restare rumore di fondo.
La drammaturgia non li fa abbracciare: li costringe a guardarsi. Perché la memoria non è mai un luogo neutro. È anche potere, selezione, gerarchia. Ricordare qualcuno significa sottrarlo alla massa indistinta. Dimenticare qualcun altro significa lasciarlo morire una seconda volta.
Il tono scelto da La Ruina evita il ricatto emotivo. In KR70M16 il comico arriva dove il patetico sarebbe insopportabile. Il custode del cimitero, un bravissimo Dario De Luca, sbaglia continuamente il nome del ragazzo, inventa varianti, come se anche l’affetto passasse da una goffa incapacità di nominare. La cipolla disegnata usata per farlo piangere, il brodo di compleanno, la seduta quasi psicoanalitica: tutto sembra spostare la tragedia di lato, alleggerirla, renderla sopportabile. Ma è una trappola. Più la scena ride, più il vuoto del nome diventa feroce.
Tra gli oggetti più forti, la pagella che la madre aveva cucito nel giubbotto del figlio, chiusa in una busta di plastica che l’acqua ha attraversato lo stesso. Doveva dimostrare che era bravo, che meritava di essere accolto, che non arrivava a mani vuote davanti all’Europa. Matematica, francese, scienze: voti scolastici trasformati in documento morale. Come se un ragazzo dovesse provare di valere abbastanza per essere salvato. Come se l’accoglienza fosse un premio di merito e non un dovere umano.
Poi la ninnananna, quella che la madre gli cantava da bambino. Da vivo. Ora è una ninnananna per un morto, forse per tutti i morti. Mentre il mare, che fino a quel momento è stato rumore di fondo, diventa visione. In fondo all’acqua ci sono oggetti, scarpe, quaderni, giocattoli. C’è il negozio di giocattoli più grande del mondo, dice il ragazzo, disteso tra la Tunisia e l’Italia, tra la Grecia e la Spagna. Ci sono bambini morti sotto il mare mentre sopra altri bambini giocano sulla spiaggia. Il mare di La Ruina ha due piani: sopra l’infanzia continua a ridere, sotto l’infanzia dorme per sempre. Sotto, invisibile, resta il deposito dei corpi che nessuno vuole vedere.
La risacca tiene insieme questi due mondi: quello che sa e quello che preferisce non sapere. Costante, in sottofondo, il rumore del mare. Onde di un Mediterraneo che respira. Ascolta. Accusa.
KR70M16 – Naufrago senza nome non racconta il naufragio come evento eccezionale, ma come dispositivo di cancellazione. Morire in mare è la prima morte. Restare senza nome è la seconda. Essere ridotti a una sigla che nessuno pronuncerà più, è l’insulto finale.
Saverio La Ruina costruisce uno spettacolo visionario e politico, capace di tenere insieme leggerezza e abisso, comicità e lutto, memoria storica e presente. Il suo naufrago non chiede di essere compatito. Chiede di essere chiamato. È la richiesta più semplice che si possa fare. Ed è quella a cui continuiamo a non rispondere. Perché la memoria non è mai innocente. È una scelta politica. È un privilegio concesso ad alcuni morti e negato ad altri.
KR70M16 – Naufrago senza nome Primavera dei Teatri 2026, Castrovillari. Scritto, diretto e interpretato da Saverio La Ruina. Con Cecilia Foti e Dario De Luca. Musiche originali Gianfranco De Franco. Disegno luci e illustrazione Dario De Luca. Luci e audio Daniele Nocera. Costumi Cecilia Foti. Produzione Scena Verticale