di Alessia de Antoniis
Un tavolo di legno, due sedie, una lavagna bianca su un cavalletto rosso. Intorno, il nero. A Il pedagogo dell’infame, scritto e diretto da Riccardo Cacace e visto al Teatro Tordinona nell’ambito di Inventaria – La festa del teatro off, non serve molto altro per costruire il proprio campo di battaglia: una stanza che dovrebbe essere luogo di formazione, diventa progressivamente aula giudiziaria, spazio di minaccia.
Cacace, attore e drammaturgo diplomato alla Scuola del Teatro Stabile di Genova, firma un testo interpretato insieme a Marco Gualco, sul confronto tra Piero, pedagogo privato, e Ian, figlio di un politico influente. Un rapporto di formazione, almeno in apparenza. In realtà un testo ambiguo, dominato da ciò che è accaduto fuori scena. Un ragazzo nero è morto. Una notizia che preme contro le pareti di una stanza che non sarà mai neutra.
Dentro la stanza, però, la prima crepa riguarda il pedagogo (Cacace): è stato licenziato. Il delitto avvenuto fuori scena ha già cominciato a produrre conseguenze, e Ian non cerca soltanto una spiegazione per quell’allontanamento. Vuole capire se l’educazione ricevuta possa ancora funzionare come riparo davanti alla morte di quel ragazzo nero. La domanda, allora, non riguarda più soltanto chi abbia ucciso, ma chi abbia costruito il vocabolario capace di rendere quell’uccisione difendibile.
È in questa sovrapposizione di piani che Il pedagogo dell’infame trova il suo punto più interessante. Non soltanto un testo su razzismo, diseguaglianza, privilegio, responsabilità educativa, ma sul momento in cui il linguaggio smette di servire alla mera comprensione. “Lo Stato non ci deve la felicità”: non è una formula filosofica o una provocazione politica, ma una visione del mondo.
Cacace costruisce un dialogo serrato, una partita a scacchi emotiva in cui ogni domanda serve a spostare il peso della colpa. Il pedagogo prova a distinguere: tra insegnamento e plagio, tra teoria e azione, tra provocazione intellettuale e conseguenza concreta. Ma più tenta di governare il discorso, più il discorso gli sfugge. Ian ripete, fraintende, estremizza. Usa la logica come un oggetto tagliente: non sempre ne possiede la funzione, ma ne intuisce perfettamente il potere.
La prova dei due interpreti sostiene Il pedagogo dell’infame proprio nel punto in cui il testo potrebbe ridursi a pura gara di eloquenza. Cacace e Gualco evitano l’effetto “saggio teatrale” e spostano il conflitto sul corpo: tremori, irrigidimenti, scarti improvvisi, esitazioni, posture di difesa e di dominio. Il ragazzo non è soltanto la vittima di un’educazione distorta, né il pedagogo è soltanto il manipolatore colto che ha perso il controllo della sua creatura. Entrambi restano ambigui, e questa ambiguità è la parte più interessante del lavoro attoriale. La recitazione funziona quando mette il testo sotto stress: non mostra due posizioni contrapposte, ma due sistemi nervosi che cedono in modo diverso.
La scena, nella sua semplicità, lavora per sottrazione. Il tavolo, la lavagna, gli appunti, la valigetta appartengono al mondo dell’educazione, ma proprio per questo diventano inquietanti. Come se la violenza non esplodesse fuori dalla cultura, ma dentro una cultura che ha imparato troppo bene a mascherarsi da ragionamento. Il pedagogo non insegna al ragazzo a dire la verità: gli insegna a non sembrare colpevole, a evitare l’urto frontale, a produrre consenso anche quando la risposta morale sarebbe impronunciabile.
Il rischio, in una materia così carica, sarebbe quello di chiudere il discorso in una tesi. Cacace, invece, tiene aperta una zona più scomoda. Non assolve Ian attribuendo tutto all’educazione ricevuta, ma non assolve nemmeno Piero rifugiandosi nell’idea che le parole siano innocenti finché restano parole.
Il finale arriva quando la violenza sembra rientrare. Non nella minaccia, non nel ricatto, ma nel tentativo di normalizzare l’orrore. “Era soltanto un negro”: la frase pronunciata dal pedagogo non chiude la vicenda, la spalanca. Tutta la ginnastica retorica sulla responsabilità, tutto il lessico del compromesso, tutta l’intelligenza spesa per distinguere, attenuare, spostare il discorso precipitano lì.
A quel punto Il pedagogo dell’infame smette di chiedere chi abbia insegnato cosa e pone una domanda più disturbante: quanta violenza può contenere una frase prima ancora di diventare azione? E quando la parola serve a salvare qualcuno dall’orrore, sta davvero salvando qualcuno o sta soltanto rendendo l’orrore più accettabile?
Titolo: Il pedagogo dell’infame
Drammaturgia e regia: Riccardo Cacace
Con: Riccardo Cacace, Marco Gualco
Visto a: Inventaria – La festa del teatro off, Teatro Tordinona, Roma
Riconoscimenti: vincitore Festival InDivenire 2025; miglior attore Festival InDivenire 2025
Gruppo artistico: Riccardo Cacace e Marco Gualco, diplomati alla Scuola del Teatro Stabile di Genova nel 2023.