Dario Bellezza, poeta maledetto tra amore, morte e scandalo raccontato da Marco Beltrame trent’anni dopo
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Dario Bellezza, poeta maledetto tra amore, morte e scandalo raccontato da Marco Beltrame trent’anni dopo

Tra Inferni e Paradisi. Vita e teatro di Dario Bellezza di Marco Beltrame ripercorre poesia, teatro, amori, sofferenze e libertà dell’autore, attraverso testimonianze.

Dario Bellezza, poeta maledetto tra amore, morte e scandalo raccontato da Marco Beltrame trent’anni dopo
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1 Agosto 2026 - 18.54


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di Stefano Pignataro

Dario Bellezza, l’ultimo dei “Poeti maledetti”, l’erede italiano di Rimbaud, Il poeta delle “invettive e licenze “, giostrate tra un’esistenza di amore e morte, e’ stato recentemente approfondito, a trent’anni dalla morte, da un volume di un giovanissimo studioso, Marco Beltrame,  dal titolo “Tra Inferni e Paradisi. Vita e teatro di Dario Bellezza” (Il Simbolo, prefazione di Elio Pecora). L’autore e’ Dottorando di Musica e Spettacolo presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” ed e’ stato consulente letterario per il documentario “Bellezza, Addio” di Carmen Giardina e Massimiliano Palmense (Zivago Film, Cinecittà Luce, 2023).

-“Nel 1988 fece storia una lita tra Aldo Busi e Dario Bellezza a “Mixer Cultura”. Cosa ha rappresentato quello scontro? Quale può essere una differenziazione tra i due autori riguardo proprio il tema omosessuale? Per Busi “strumento di conoscenza e di decodificazione di un mondo” e per Bellezza elemento lirico esistenziale”?

Nel ripercorrere la biografia di Dario Bellezza ci si accorge che quell’episodio è andato ben oltre la semplice lite tra due scrittori. Quel conflitto ha rappresentato una vera e propria collisione tra due epoche della nostra letteratura – l’una appena iniziata, l’altra sul punto di finire. A quell’altezza cronologica Aldo Busi, che aveva esordito nel 1984 con Seminario sulla gioventù pubblicato da Adelphi e aveva poi dato alle stampe una serie di romanzi con Mondadori, si era imposto ormai come figura di punta di una nuova leva di scrittori emersi nel corso degli anni Ottanta. Così, durante la puntata di Mixer Cultura, forte del suo successo editoriale, Busi trattò Bellezza come un autore al tramonto: lo accusò di «non essere mai stato nessuno» e di aver sempre vissuto in una «chimera» che si era infranta. È un divario generazionale che si riflette evidentemente anche nel modo di intendere e rappresentare l’omosessualità. Entrambi rifiutavano l’etichetta di “autore omosessuale”. Tuttavia Bellezza si attribuiva un ruolo di apripista, definendosi «uno scrittore coraggioso», «molto in anticipo nei confronti di Busi e Tondelli e che ha fatto scandalo non per il piacere di farlo, ma perché aveva messo al centro una problematica esistenziale legata all’omosessualità». Ed è innegabile che sia stato tra i primi autori italiani ad esporsi così direttamente. La prospettiva di Busi però è molto diversa. Non a caso, il romanziere di Montichiari ribadiva: «Io non scrivo perché mi sento diverso o per esibire la mia diversità».

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-Invettive e licenze si pone come punto di rottura alla Neoavanguardia, come se si ponesse contro una certa embrionale commercializzazione e politicizzazione del prodotto letterario? 

Sin dai suoi primi versi, apparsi su «Nuovi Argomenti» alla fine degli anni Sessanta, Bellezza si schierò in aperta polemica con la poesia della Neoavanguardia, da lui liquidata come «piccoloborghese, nata morta, fatta dai professori per i critici letterari, senza rapporti con la realtà». Con il ritorno del soggetto al centro dell’opera poetica, la generazione di autori a cui Bellezza apparteneva respinse l’impostazione politico-ideologico del Gruppo 63 per fare spazio a una scrittura che dava voce al privato, all’emarginazione, ai desideri e alle disillusioni di una stagione culturale del tutto nuova. Fu lo stesso Bellezza a rivendicare questa rottura.Il suo esordio con Invettive e licenze si colloca in un decennio, quello degli anni Settanta, caratterizzato da una proliferazione di voci poetiche. 

-In “Morte Segreta” il poeta trasforma la solitudine e il dolore fisico in materia letteraria. Saviane ne riconosce anche una certa religiosità che forse prevale sul “poeta maledetto…”

Morte segreta è la seconda raccolta di versi di Bellezza, pubblicata da Garzanti nel 1976. Lo stesso poeta riteneva questo lavoro «l’inizio di una fase di maturità»: pur ponendosi in linea con l’esordio di Invettive e licenze, la raccolta si articola in una serie di confessioni e autoritratti in cui il soggetto lirico si percepisce come un individuo angosciato, frantumato, ormai «postumo a se stesso». All’epoca la critica notò la novità dei versi, sottolineandone la tensione mistica e la compostezza formale.

-L’esperienza del Festival di Castelporziano è stata, davvero, l’ultimo grande esperimento di contatto tra la poesia ed il pubblico?

Organizzato alla fine di giugno 1979 da Franco Cordelli, Simone Carella e Ulisse Benedetti con il sostegno di un Assessore alla Cultura illuminato come Renato Nicolini, il Primo Festival Internazionale dei Poeti ha rappresentato al tempo stesso l’apice e il tramonto di una stagione che ha rivoluzionato il modo di comunicare la poesia. La ricerca di un’alternativa al “fare poetico” più tradizionale era iniziata già due anni prima, nel 1977, con un ciclo di serate organizzate dagli stessi Cordelli, Cartella e Benedetti al Beat 72 di Roma, realtà tra le più importanti per l’avanguardia teatrale. In quella storica cantina, per la prima volta, un gruppo di poeti – tra i tanti, Renzo Paris, Elio Pecora, Valentino Zeichen, Giorgio Manacorda, Paolo Prestigiacomo, Gregorio Scalise, Mariella Bettarini – si era messo alla prova con la pratica della performance: un modo inedito, spesso provocatorio, di tradurre i versi in “spettacolo”. Quegli incontri segnarono l’avvio di una nuova modalità di fruizione della poesia, orientata al recupero del suo valore orale e proiettata verso un più vasto pubblico. 

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-Il Teatro di Bellezza: intellettuali ed autori ne denunciavano lo scollamento con la società, la parola e la scena erano desolatamente lontane, il linguaggio non era considerato rappresentativo in assenza di un’unità culturale….

-Bellezza si avvicinò alla drammaturgia negli anni Sessanta, in un momento in cui anche i maggiori rappresentanti della società letteraria romana – da Alberto Moravia a Dacia Maraini, da Pier Paolo Pasolini a Enzo Siciliano – si provarono nella scrittura per la scena. Fu una stagione di acceso dibattito sul rinnovamento delle arti sceniche e sul repertorio teatrale, un’epoca in cui gli scrittori vennero chiamati a interrogarsi sui motivi per cui il teatro ufficiale faticava ad aprirsi alla drammaturgia contemporanea. È in questo contesto che nel 1969 prese forma Apologia di reato, il suo primo testo teatrale. Fu a partire dagli anni Ottanta che il confronto di Bellezza con la drammaturgia divenne costante. Profondamente convinto che la poesia potesse farsi naturalmente materia per la scena, Bellezza vedeva nella rappresentazione dei suoi testi un canale alternativo alla pubblicazione di raccolte-

Quale testo, secondo Lei, si rivela essere il più emblematico?

Il teatro di Bellezza affronta temi tra i più vari – l’amore, la solitudine, l’eversione, la condanna, la morte – al pari della sua poesia. Dal punto di vista formale, il modello di riferimento rimane sempre quello del teatro di parola pasoliniano: lunghe battute monologanti in versi, sviluppo dell’azione drammaturgica ridotto al minimo, didascalie e indicazioni di messinscena quasi assenti. Ritengo chela sua intera opera teatrale oggi andrebbe riscoperta, quindi riletta in dialogo con il resto della sua produzione letteraria. Indubbiamente però, per l’originalità delle trame e l’eleganza del verso, i testi più interessanti sono gli ultimi: Salomè, Testamento di sangue e L’ordalia della croce. Si tratta dei lavori teatrali più maturi, espressione singolare e ricercata di un poeta prestato alla scena. Alcuni passi sono di un incanto assoluto

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-Il volume si arricchisce di illustri testimonianze di amici…

Per studiare il teatro di Bellezza è stato necessario anzitutto ricomporre l’intero corpus dei testi drammaturgici, finora divisi tra pubblicazioni in volume, contributi apparsi in rivista e dattiloscritti ancora inediti. La ricostruzione del suo percorso teatrale però non poteva limitarsi all’analisi dei testi o dei documenti d’archivio – materiali spesso forniti da personalità della letteratura e del teatro che avevano conosciuto e collaborato con il poeta. È stato proprio il confronto con queste ultime a far emergere la necessità di raccogliere le voci di chi in quegli anni ne aveva condiviso il percorso artistico. Tra i numerosi contributi presenti nel volume, Dacia Maraini offre non solo un affettuoso ritratto del poeta ma rievoca il teatro italiano degli anni Sessanta – decennio del suo debutto drammaturgico e di quello di Bellezza con Apologia di reato –, soffermandosi su un sistema teatrale già allora poco incline ad accogliere la drammaturgia contemporanea, specialmente se a firma di narratori e poeti. Renzo Paris, Elio Pecora, Pippo Di Marca restituiscono il fervore del contesto culturale dell’epoca, delineando la mappa di una Roma ormai scomparsa, tra caffè, gallerie e teatri di cantina. Registi e attori, tra cui Renato Giordano, Agostino Marfella, Federico Wardal, Giorgio Crisafi, Massimo Fedele, Franca Ormone, Maria Libera Ranaudo, ripercorrono invece la genesi delle messinscene, soffermandosi sulla specificità dei drammi bellezziani e sulla loro resa sul palcoscenico. 

-Ai giovani e alle giovani, ai giovanissimi e alle giovanissime, così precoci sull’amore a spesso confusi e vittime di un amore sbagliato, violento e materiale, cosa può insegnare  la poesia di Dario Bellezza?

Pur se fortemente radicata negli anni Settanta, la poesia di Bellezza conserva una straordinaria capacità di raccontare la vita nella sua dimensione più intima e nuda. Per quanto segnato da ossessione e sofferenza, il sentimento amoroso che emerge dai suoi versi si rivela di un’autenticità rara, tuttora attuale nelle sue fragilità. Inoltre, la sua stessa “vita di poeta” può spiegare alle nuove generazioni cosa significhi vivere di una passione in modo totalizzante, con coraggio ed estrema libertà.

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