Siamo drogati di guerra: riscoprire la diplomazia e la cultura per costruire una pace possibile oltre i conflitti
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Siamo drogati di guerra: riscoprire la diplomazia e la cultura per costruire una pace possibile oltre i conflitti

In Pace in tempo di guerra, Mario Giro denuncia la cultura della guerra e rilancia diplomazia, cultura e dialogo come strumenti essenziali per costruire pace duratura.

Siamo drogati di guerra: riscoprire la diplomazia e la cultura per costruire una pace possibile oltre i conflitti
Mario Giro
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6 Settembre 2026 - 11.56


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di Antonio Salvati

Viviamo in un tempo in cui abbiamo rivalutato la guerra, abbiamo svalutato uno strumento secolare, la diplomazia, attraverso cui si manteneva la pace o si provava a risolvere la guerra. Un tempo in cui è difficile parlare di pace. Il primo compito di un discorso sulla pace oggi è restituire la complessità al quadro generale, rifiutando sia la retorica del tutti cattivi, non c’è niente da fare. Siamo drogati di guerra: per questo non ragioniamo più e dobbiamo urgentemente disintossicarci. Ci aiuta, ancora una volta, Mario Giro con il libro Pace in tempo di guerra (Guerini e Associati 2026, pp. 152 € 15,00).

Si tratta di un volume che – come ha sostenuto Andrea Riccardi – costituisce una sorta di manifesto, una protesta contro questa realtà della guerra imperante nel mondo e nel pensiero. Una protesta ragionata, fatta di cultura e insieme di passione per quello che è stato il radicale cambio di paradigma: il passaggio dalla guerra considerata come flagello – così la definisce la Carta dell’Onu del ’45 – da cui liberare il mondo alla guerra intesa come strumento della politica internazionale e – perché no? – della politica interna. Il libro di Giro non è una protesta solo emotiva. Ma è la considerazione dei danni della guerra e del fatto che ogni guerra lascia un’eredità avvelenata alle generazioni che seguono. Come hanno scritto Marcello Florese e Giovanni Gozzini «in ogni guerra non c’è niente di inevitabile e predeterminato (…) la regola è la pace e nella pace viviamo la maggior parte del tempo. La guerra è una dannata ricorrente eccezione».

Le guerre si eternizzano, ripete da tempo Riccardi, ma c’è molta riluttanza ad ammetterlo. Non finiscono. E anche in caso di conclusione della guerra, lasciano un pesante fardello che dura nel tempo. Basterebbe rievocare il rapporto tra la Prima e la Seconda guerra mondiale. Oppure come non pensare all’eredità della Seconda guerra mondiale nell’Est europeo, tanto che alcuni sostennero che solo nel 1989 era finita la Seconda guerra mondiale. Era forte la consapevolezza che la guerra atomica non fa né vinti né vincitori. Insomma, come direbbe Mario Giro, la guerra fredda aveva prodotto una pace fredda. È seguita poi – come sappiamo – una frattura con questa coscienza maturata nel Novecento. Una frattura scaturita dalla fine dei due imperi, dell’alterità sovietica e sostituita dalla globalizzazione, dall’interiorizzazione collettiva di una fede sciocca nella Provvidenza della mondializzazione. Un provvidenzialismo che spesso rappresenta la rinuncia a una visione concreta, politica e geopolitica, una miseria di pensiero e l’oscuramento di quelle che sono le visioni. Quelle visioni di cui Karol Wojtyła (il futuro Giovanni Paolo II) già nel lontano 1952 lamentava la mancanza.

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Quello di Giro non è un libro passatista. Ma è un libro che non dimentica il Novecento e che guarda in modo non ideologico alla realtà del mondo e della guerra. Siamo prigionieri di una ideologia del conflitto. Giro acutamente afferma che la cultura non sostituisce la politica, ma la prepara perché l’età della forza è l’età dell’ignoranza, delle semplificazioni che alla fine risultano sempre banali e anche volgari. La cultura è forse il luogo – afferma Giro – «in cui si può cominciare a vedere ciò che la soluzione militare e la politica ancora non vedono. Se la guerra occupa tutti gli spazi, la cultura può provarne a riaprine qualcuno: raccontare, immaginare, mettere in scena futuri diversi dall’eterna contrapposizione». La cultura non sostituisce la politica, ma la prepara: «può aiutare a disinnescare stereotipi, a ridare volto umano ai “nemici”, a riconoscere le colpe senza ridurre l’altro a esse». Può ricordarci – aggiunge Giro – anche che non esiste un solo modo di essere Europa o Russia: «ci sono molte Europe e molte Russie, molte storie, molte sensibilità. È anche un modo per coinvolgere le società civili che in guerra hanno poco spazio». Tenere vivo e aperto l’ambito culturale è un forte e chiaro antidoto contro le semplificazioni che alimentano la guerra. Occorre essere consapevoli di quanto la nostra mentalità è stata inquinata e avvelenata dall’ideologia della guerra, della contrapposizione e della polarizzazione. Una mentalità che porta a disprezzare la storia, senza la quale non si capisce niente, niente delle grandi guerre, niente delle piccole guerre.

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Per reagire serve un salto di immaginazione che modifichi radicalmente i comportamenti e le decisioni. Serve un’idea alternativa perché non c’è futuro nella guerra permanente. Chi invoca il negoziato, il ritorno alla diplomazia con la d maiuscola, viene spesso accusato di essere “equidistante”, di ingenuità. In realtà, possiede – in sintonia con il pensiero cristiano – una consapevolezza radicale: «la guerra è un male in sé, non semplicemente un mezzo rischioso da usare con prudenza». La guerra non offre alcuna soddisfazione né all’aggressore e nemmeno all’aggredito che resiste. La storia recente lo conferma: le guerre sono inutili. Giro ce lo ricorda: da quelle dei Balcani degli anni Novanta del secolo scorso, a quelle del Golfo, all’invasione dell’Afghanistan, fino ai conflitti per cambiare regime in Libia o in Siria, «è difficile trovare un caso in cui la guerra abbia realmente “risolto” il problema per cui è iniziata». Con la beffa che le conseguenze sono spesso opposte alle intenzioni dichiarate: instabilità, polarizzazioni, moltiplicazione dei conflitti, crisi economiche e cicli di vendette. Frequentemente la guerra è un ingranaggio che sfugge al controllo anche di chi l’ha iniziata: basti pensare all’aggressione russa in Ucraina nel 2022 e alla recente guerra che contrappone Usa e Iran.

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Degne di nota sono le considerazioni di Giro su quella che definisce “pace fredda”, accompagnate dalle parole di Erasmo da Rotterdam: «qualsiasi pace ingiusta è quasi sempre preferibile alla più giusta delle guerre». La pace è un cantiere: bisogna lavorare sui motivi del conflitto altrimenti basta poco che il fuoco riprenda sotto le ceneri. In tal senso, la pace fredda rappresenta un passaggio, non un punto di arrivo. Per questo è necessario riprendere, nel caso del conflitto in Ucraina, il dialogo con la Russia, «non la Russia che vorremmo ma quella reale, quella che esiste, ci piaccia o no». E il dialogo va realizzato lontano dalla politica spettacolo, dalle telecamere sempre accese che impediscono una diplomazia seria.

La guerra – dicevamo – inquina la nostra mentalità: «occupa tutti gli spazi del pensiero, paralizza il giudizio, costringe a schierarsi, sposta l’attenzione dalle proprie nefandezze alle ragioni dei combattenti». La guerra non solo uccide, ma deteriora l’anima: «tira fuori il peggio da ciascuno, irrigidisce, radicalizza, rende più facile accettare ciò che in altri contesti avremmo rifiutato inorriditi». La pace non è solo una buona intenzione, ma un lavoro a lungo termine, politico, giuridico, culturale e persino spirituale. E richiede l’impegno e lo sforzo di ciascuno. È sempre più difficile oggi parlare di pace. Un esercizio talvolta faticoso, ma necessario che ti dà – come direbbe Lucio Caracciolo – un senso di responsabilità alla vita che conduci e, soprattutto, ti aiuta a continuare a sperare per coloro che verranno dopo di te, a sperare e a credere che ci sarà un dopo alle tante guerre che insanguinano il nostro pianeta. La guerra – dice Giro – non merita alcun rispetto: va solo fermata.

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