Totò e Vicé, o della morte come compagnia
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Totò e Vicé, o della morte come compagnia

Al Ginesio Fest, Vetrano e Randisi riportano in scena il testo di Franco Scaldati con un affiatamento di mezzo secolo: due corpi consumati, una panchina, la paura di restare soli e la grazia di non farne un dramma

Enzo Vetrano e Stefano Randisi - Totò e Vicé - Ginesio Fest - Ph. Ester Rieti - recensione di Alessia de Antoniis
Enzo Vetrano e Stefano Randisi - Totò e Vicé - Ginesio Fest - Ph. Ester Rieti
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

1 Settembre 2026 - 17.54


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«Totò?» «Vicé?» «Il sogno è morte oppure la morte è sogno?» «Può essere pure che siamo il sogno di un morto.» «Io non vorrei incontrare quello che mi sta sognando.»

«Totò?» «Vicé?» «Tu sei morto.» «Non ci ho pensato.»

A distanza di quindici anni dal debutto, il pubblico del Ginesio Fest ride e ancora piange. Eppure Totò e Vicé non ha nulla di drammatico: non cerca il pathos, non forza la commozione, non esibisce il dolore. Se continua a toccare così profondamente gli spettatori è perché, nel gioco lieve e assurdo dei suoi due protagonisti, raggiunge corde che precedono ogni costruzione drammatica: la paura della morte, il bisogno dell’altro, il terrore di restare soli.

Quello di Scaldati è un teatro beckettiano: la panchina, l’attesa senza un oggetto preciso, le domande che girano in tondo, due figure consumate ai margini del mondo. Un Beckett con un cuore lasciato allo scoperto. L’assurdo non conduce al gelo: diventa una forma di cura. Totò e Vicé si tengono in vita, o forse si accompagnano nella morte, semplicemente continuando a chiamarsi per nome.

Enzo Vetrano e Stefano Randisi riportano in scena il testo di Franco Scaldati con una potenza gentile che nasce dal loro affiatamento: non rappresentano l’amicizia fra Totò e Vicé, ne portano nei corpi il tempo, l’abitudine reciproca, la necessità di essere in due per non scomparire.

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Dal buio appaiono due figure, le valigie in mano. Indossano cappotti che sembrano vestiti di una vita: rattoppati, consumati, portati così a lungo da essere diventati una seconda pelle. I costumi di Mela Dell’Erba non li travestono da clochard, ma trattengono il tempo trascorso sui loro corpi. Intorno, un grande spazio nero delimitato da un cerchio di lumini, una panchina di legno e pochi oggetti. Potrebbe essere una stazione dopo il passaggio dell’ultimo treno, un camposanto oppure una sala d’attesa tra due mondi.

In questo spazio poverissimo ogni oggetto può spalancarsi su una dimensione cosmica. Due lampadine tenute in mano diventano stelle; gli occhiali scuri trasformano la cecità in un altro modo di guardare. Le luci di Maurizio Viani passano dal calore dei lumini al blu profondo e conservano aperto il territorio nel quale il sonno può essere morte, la morte sogno e un uomo il sogno di un altro.

Non esiste una trama da riassumere. La scrittura procede per accumulo, ripetizione e improvvisi deragliamenti del senso. Ogni domanda apre un mondo possibile e lo abbandona prima che la logica possa richiuderlo. Le stelle accese come lampadine, gli animali che imparano a parlare, i vivi che potrebbero essere morti senza essersene accorti. Le parole non descrivono una realtà: la creano, la contraddicono e subito dopo la fanno sparire.

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«Totò?», «Vicé?». Vetrano e Randisi si chiamano incessantemente, quasi che rispondere fosse il gesto minimo necessario per continuare a esistere. Fanno della relazione un dispositivo registico. Uno lancia una domanda e l’altro la raccoglie; uno accelera e l’altro trattiene; un gesto appena accennato passa da un corpo all’altro e cambia significato. La loro armonia non cancella le differenze, le accorda. Si riconosce nei tempi comici, nelle sospensioni, nelle ripetizioni che non tornano mai davvero identiche e nell’ascolto: ciascuno sembra conoscere il movimento dell’altro un istante prima che avvenga.

Lavorano insieme dal 1976. Mezzo secolo di palcoscenico condiviso non è soltanto un dato biografico, ma la materia invisibile dello spettacolo. La vittoria del testo è nel loro affiatamento, nella complicità fisica con cui impediscono alla scrittura frammentaria di disperdersi o di compiacersi della propria poesia. Non pronunciano le battute come aforismi: le fanno passare attraverso il respiro, il corpo, le pause e il gioco. La ripetizione diventa variazione; l’assurdo, una forma alternativa di conoscenza.

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In Scaldati la morte non è un argomento, ma la lingua attraverso cui i personaggi guardano la vita; tuttavia non produce alcuna solennità funebre. Vetrano e Randisi la avvicinano senza sfruttarne il ricatto emotivo. Fanno ridere senza cancellarne il terrore, commuovono senza cercare il pathos. La grazia e la gentilezza non addolciscono la morte: la mantengono a misura umana. La metafisica dello spettacolo si contrae in gesti elementari di cura: restare accanto, sostenere il peso dell’altro, continuare a vegliarlo.

Vetrano e Randisi sono immensi nel modo più raro: non per quanto spazio occupano, ma per quanto ne lasciano esistere intorno a loro. Dopo quindici anni, Totò e Vicé non sopravvive come uno spettacolo conservato nel repertorio: continua a vivere nella relazione che ogni sera si rinnova. Finché uno chiama e l’altro risponde, Totò e Vicé non possono scomparire.

Totò e Vicé di Franco Scaldati
Regia e interpretazione Enzo Vetrano e Stefano Randisi
Disegno luci Maurizio Viani
Costumi Mela Dell’Erba
Tecnico luci e audio Antonio Rinaldi
Produzione Le Tre Corde Società Cooperativa – Compagnia Vetrano/Randisi
Ginesio Fest, Chiostro di Sant’Agostino, San Ginesio – 29 agosto 2026

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