"Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni" riapre il Piccolo Eliseo
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"Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni" riapre il Piccolo Eliseo

Lucia Calamaro racconta il futuro che non riusciamo più a immaginare. Tra precarietà, paradossi e comicità, una scrittura ricca di intuizioni che la messinscena non sempre riesce a valorizzare

Daniele Parisi, Barbara Chichiarelli, Gioia Salvatori - Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni , scritto e diretto da Lucia Calamaro - recensione di Alessia de Antoniis
Daniele Parisi, Barbara Chichiarelli, Gioia Salvatori in "Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni", scritto e diretto da Lucia Calamaro, debutta al Piccolo Eliseo di Roma
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

12 Ottobre 2026 - 22.26


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Un albero di Natale preparato a ottobre. Non per entusiasmo festivo, ma per portarsi avanti con le catastrofi. È uno dei paradossi di Turbati come siamo, pallidi di preoccupazioni, il nuovo lavoro scritto e diretto da Lucia Calamaro, che debutta in prima nazionale al Piccolo Eliseo di Roma, riaperto dopo sei anni di chiusura. Lo spettacolo è in scena fino al 25 ottobre. Se qualcosa dovrà andare storto, meglio sapere dove e quando. Orientare la rovina, anziché subirla.

Daniele e Gioia, interpretati da Daniele Parisi e Gioia Salvatori, sono due quarantenni precari, amici da sempre, legati da una convivenza che somiglia a una famiglia senza riuscire a definirsi tale. Appartengono a quella piccola borghesia istruita che ha accumulato più capitale culturale che economico. Leggono Balzac, discutono di filosofia, ma faticano a far quadrare i conti. Quando scoprono che un pacchetto di caffè costa sette euro ed è finito sotto chiave insieme al gin, cominciano a preoccuparsi seriamente. Non sono ancora poveri, ma potrebbero diventarlo. E intanto la preoccupazione si è già accomodata in casa.

Non serve un tracollo. Basta un lavoro che diminuisce, un pagamento in ritardo, qualche spesa imprevista, e il sabato sera si trasforma in clausura: niente aperitivi, niente viaggi, nemmeno un golf nuovo. La povertà non è ancora arrivata, ma le rinunce sì.

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La scrittura della Calamaro segue il percorso irregolare dei pensieri: dal ricordo di un padre che camminava tutta la notte per sopportare le preoccupazioni economiche ai conguagli fiscali, dalla Regola di Santa Chiara alle carezze. E tra un calcolo e una digressione ritorna la domanda più semplice e meno contabile di tutte: «Mi vuoi bene?». Perché Daniele e Gioia faticano a dare un nome persino al loro legame.

La Calamaro fa della digressione un metodo, passando dal ragionamento filosofico alla comicità dell’assurdo, dalla disperazione economica al grottesco. Ma non tutte le deviazioni risultano necessarie: qualche taglio gioverebbe soprattutto ai passaggi in cui il virtuosismo intellettuale prende il sopravvento sull’azione teatrale.

La regia, invece, sembra trattenere anche ciò che potrebbe esplodere. Ammicca alla stand-up comedy, interpella il pubblico, arrivando a chiedere agli uomini in sala quanti abbiano mai fatto da soli l’albero di Natale, ma senza accettare fino in fondo il rischio del comico. Nei dialoghi fra Daniele e Gioia il registro resta piuttosto uniforme, smorzando gli scarti fra assurdo e drammatico. Le battute strappano qualche risata, ma la comicità resta episodica, senza riuscire a imprimere una svolta al ritmo della rappresentazione. A una scrittura che talvolta eccede, risponde una messinscena che, al contrario, osa troppo poco.

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L’ingresso di Barbara Chichiarelli, funzionaria pubblica decisamente fuori dagli schemi, dà finalmente una scossa al ritmo, soprattutto quando coinvolge direttamente la platea. Daniele e Gioia cercano aiuto, ma non hanno la faccia giusta per essere riconosciuti come poveri. I modelli sembrano ancora quelli di Ladri di biciclette e Brutti, sporchi e cattivi: persino la povertà deve superare un casting.

Un tabellone elenca bonus, requisiti e aventi diritto, accompagnato dalla voce fuori campo della preoccupazione. L’idea è efficace, ma la lettura delle misure finisce per diluire il paradosso in una spiegazione fin troppo dettagliata.

Nella scenografia di Fabiana Di Marco, dominata dal bianco, grandi pannelli scendono progressivamente fino a nascondere l’albero di Natale, che riappare quando cade l’ultimo. Anche lo spazio gioca con ciò che scompare e ritorna.

Intanto la Calamaro passa dai conti domestici ai futuri perduti, chiamando in causa l’hauntology: se il sistema finanziario si è già prenotato il domani con le sue promesse di guadagno, a noi non resta che rovistare nel passato. Ed ecco Balzac, che con la Comédie humaine raccontava i meccanismi della società e del denaro, mentre lui stesso faticava a sfuggire ai creditori.

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Daniele e Gioia sanno spiegare il capitalismo meglio di quanto sappiano arrivare a fine mese. Eppure, è quando la teoria lascia spazio alle piccole cose che la scrittura della Calamaro trova i momenti più riusciti: le gambe che camminano fino allo sfinimento, le mani incapaci di trattenere ciò che scivola, una testa che cerca una spalla sulla quale appoggiarsi. In fondo, lo spettacolo invita a non rassegnarsi al finale già scritto, a inventarsene uno diverso. Peccato che la regia, nel raccontare la necessità di immaginare, sembri temere proprio il salto nell’imprevisto.

TURBATI COME SIAMO, PALLIDI DI PREOCCUPAZIONI

Testo e regia: Lucia Calamaro
Con: Barbara Chichiarelli, Daniele Parisi, Gioia Salvatori
Aiuto regia: Emilia Verginelli
Scene: Fabiana Di Marco
Disegno luci: Gianni Staropoli
Costumi: Elisa Pensa
Produzione: Viola Produzioni – Centro di Produzione Teatrale

Teatro: Piccolo Eliseo, Roma
Date: dal 2 al 25 ottobre 2026 – Prima nazionale
Orari: dal mercoledì al venerdì ore 20.00; sabato e domenica ore 17.00
Durata: 1 ora e 40 minuti, senza intervallo

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