Baltico, le grandi manovre per un "mare della Nato"
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Baltico, le grandi manovre per un "mare della Nato"

Operazioni internazionali annuali “Baltros” che per 12 giorni, fino al 17 giugno, vedranno la partecipazione di 16 Paesi: i 14 membri dell'Alleanza più Svezia e Finlandia

Baltico, le grandi manovre per un "mare della Nato"
Esercitazioni della Nato nel Baltico
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

6 Giugno 2022 - 16.47


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Grandi manovre nel Baltico, il “mare della Nato”. 

Occhi puntati sul mar Baltico dove sono cominciate le esercitazioni militari della Nato. Operazioni internazionali annuali “Baltros” che per 12 giorni, fino al 17 giugno, vedranno la partecipazione di 16 Paesi: i 14 membri dell’Alleanza (Stati Uniti, Belgio, Bulgaria, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Lettonia, Lituania, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Turchia) insieme a Svezia e Finlandia, che di recente a causa della guerra in Ucraina hanno fatto richiesta di adesione alla Nato.

Grandi manovre acquatico-diplomatiche

Sin dall’inizio la questione dell’adesione era stata fortemente osteggiata da Ankara che non cambia idea: “La Turchia continuerà a opporsi all’ingresso di Svezia e Finlandia nell’Alleanza atlantica fino a quando le richieste di Ankara non verranno soddisfatte”,  ha ribadito il presidente turco Recep Tayyip Erdogan al congresso del suo partito, l’Akp proprio ora che cominciano le operazioni nel Baltico. “Finché le nostre aspettative non saranno soddisfatte, non cambieremo la nostra posizione sull’espansione della Nato”, ha spiegato il leader turco. Ankara lamenta che i due Paesi nordici sostengono il Pkk e le formazioni curde nel Nord della Siria e chiede che Helsinki e Stoccolma revochino l’embargo sulla fornitura di armi alla Turchia. 

Dal palco del congresso del suo partito Erdogan affonda il coltello nella piaga: “Il nostro paese ha affrontato con successo per anni la migrazione illegale dalla Siria, in questo momento stiamo osservando il panico in Europaper la crisi russo-ucraina. Preghiamo affinché il mondo esca rapidamente da questo periodo critico”. 

Ma l’esercitazione congiunta non si ferma. Arrivata alla sua 51esima edizione, è una delle più grandi del Nord Europa e quest’anno prende il via da Stoccolma in occasione del 500esimo anniversario della marina svedese, occasione per rimarcare quanto la richiesta di adesione alla Nato dei due paesi del Nord sia gradita all’Alleanza. .Le manovre tattiche si svolgono nelle acque territoriali lettoni e nello spazio aereo della regione, per concludersi a Kiel, in Germania. Diverse le operazioni tattiche in campo con la partecipazione di 7mila militari, 45 navi, 75 aerei e veicoli corazzati. Verrà simulato anche un attacco anfibio.

Due analisi preziose

Scrive Marta Dassù su Aspeniaonline: “Con l’invasione dell’Ucraina, Putin è riuscito a spingere Finlandia e Svezia, paesi storicamente neutrali, verso l’adesione alla Nato. E’ un esito paradossale: se il Cremlino voleva tenere la Nato lontana dai suoi confini – secondo una delle giustificazioni ufficiali di un’operazione imperiale – il risultato è opposto. La Finlandia ha un confine di 1340 chilometri con la Russia, che diventerà la linea di contatto principale fra i due schieramenti rivali di questa nuova guerra fredda. La Nato non si allontana dai confini della Russia dopo il 24 febbraio; si allarga nel Baltico e si avvicina.

Va detto che il mito della “neutralità” scandinava era ormai un mito. Nei fatti, sia Finlandia che Svezia sono da anni partner privilegiati della Nato. La valutazione di entrambi i paesi, tuttavia, è sempre stata che un’adesione non convenisse, per la possibile ritorsione di Mosca, o non fosse necessaria. Da questo punto di vista, erano rimasti in vita i condizionamenti tipici della “finlandizzazione”, soluzione realpolitica suggerita anche all’Ucraina. La guerra del 24 febbraio ha travolto queste riserve in Finlandia e le ha fortemente ridotte in Svezia, sia nei governi guidati da due donne che nelle opinioni pubbliche. Non solo perché Helsinki e Stoccolma, come parte dell’Unione Europea, hanno sostenuto lo sforzo militare di Kiev. Ma anche perché la guerra ha indicato tutta la distanza che esiste, quanto a protezione possibile, fra essere un partner o essere un paese membro della Nato, tutelato dall’articolo 5 sulla difesa reciproca.

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 E’ possibile che una eventuale, prossima candidatura di Svezia e Finlandia sia valutata al vertice della Nato di Madrid, nel giugno prossimo. E visto il grado di cooperazione che già esiste fra i due paesi e la Nato, l’ingresso dovrebbe avvenire in tempi rapidi, salvo sorprese sulle ratifiche. Che il tempo vada in fretta è decisivo: come indica ancora il caso dell’Ucraina la candidatura può esporre un paese senza aumentarne la protezione.

Evitare un gap del genere sarà uno dei temi di discussione, in particolare dopo che il Cremlino ha agitato lo spettro di un Mar Baltico “nucleare”. In realtà, Mosca ha schierato da tempo, dal 2016, missili Iskander con testate convenzionali o nucleari a Kaliningrad, l’exclave russa fra Polonia e Lituania. Potrà aumentare la pressione ma la pressione esisteva già.

Sul piano militare, l’adesione di Svezia e Finlandia potenzierebbe la Nato: sotto il suo ombrello finirebbero due Stati dotati di capacità notevoli, incluse la marina e l’aviazione, che hanno già svolto esercitazioni congiunte nel mare del Nord. Sul piano strategico, la Nato sta tornando alle origini, alla dissuasione militare verso Mosca, che viene rafforzata: rispetto al passato, il baricentro si sposta verso Est, dalla Romania ai Baltici, e verso Nord, avvicinandosi all’Artico, nuovo terreno di competizione fra grandi potenze.

Per l’Europa nel suo insieme è una sfida nella sfida. Il riassetto dell’asse della Nato verso Est e verso Nord rischia infatti di lasciare scoperto il fianco Sud, nel Mediterraneo, dove Paesi membri come Italia, Francia e Spagna hanno in gioco interessi diretti. E dove la Russia ha peraltro una presenza in crescita (almeno fino alla guerra in Ucraina), come dimostrano i casi di Libia e Siria.

Sempre al vertice di Madrid, la Nato dovrà approvare il nuovo Concetto Strategico dell’Alleanza. Dal punto di vista dell’Italia, è importante che le connessioni fra i due fronti dell’Alleanza vengano sottolineate: come indica ancora la crisi ucraina, Russia e Turchia competono per l’influenza nel Mar Nero e sugli stretti del Bosforo; la diversificazione energetica impone di moltiplicare i rapporti con i fornitori del Mediterraneo e del Nord Africa, da cui derivano correnti di instabilità per la sicurezza europea.

Con una Nato concentrata a Est e che si allarga verso il Baltico, e con un’America che non pare disposta a occuparsi delle crisi mediterranee, l’Europa della difesa dovrebbe guardare soprattutto verso Sud. Ammesso che le forze e gli strumenti a disposizione vadano al di là dei numeri risicati indicati da Bruxelles nella cosiddetta “Bussola strategica”. Ammesso che Francia, Germania e Italia – i paesi che potrebbero guidare uno sforzo in questo senso – abbiano una visione comune delle sfide mediterranee; e ammesso, infine, che si abbia chiara la complementarietà, per la sicurezza europea, fra Nato ed UE”.

Fin qui Dassù.

“Il mar della Nato”

Di grande interesse è anche l’analisi di Karolina Muti, ricercatrice Iai (Istituto affari internazionali) su Ispionline.

Annota Muti: “Se si guardasse alla potenziale adesione della Svezia e della Finlandia alla Nato come ad una partita di Risiko, la decisione di questi due Paesi di richiedere l’ingresso nell’Alleanza Atlantica potrebbe essere facilmente considerata come una vittoria geopolitica netta. Cartina geografica alla mano, il Baltico diventerebbe infatti – come già analizzato da alcuni osservatori – quasi un mare della Nato.

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 Svezia e Finlandia nella Nato: molti benefici reciproci

La partecipazione di Helsinki e Stoccolma espanderebbe il territorio dell’Alleanza Atlantica e aumenterebbe considerevolmente la sua proiezione a nord-est, rassicurando anche paesi Baltici e Polonia ed eliminando al contempo il “cuscinetto” formato da un Paese militarmente non allineato/neutrale tra Nato e Mosca. Si tratta in parte di territori strategici, come nel caso dell’isola svedese di Gotland nel mezzo del Mar Baltico, a lungo contesa perché fondamentale come base operativa da cui condurre potenziali operazioni via terra, mare o aria. È stato anche fatto notare come, dal punto di vista morfologico, la lunga frontiera russo-finlandese sia composta da ampie regioni di laghi, con poche strade e in più inadatte a un potenziale dispiegamento e passaggio di carri armati e blindati, riducendo quindi il rischio di un attacco di Mosca via terra.

A livello di capacità, Finlandia e Svezia potrebbero portare un contributo in termini di difesa aerea, con Helsinki che ha recentemente deciso l’acquisto di 64 F-35. La Finlandia è inoltre uno dei pochi Paesi ad aver mantenuto un servizio di leva obbligatoria, garantendo così al Paese, dalla popolazione limitata, un’importante e addestrata riserva. Con l’invasione russa dell’Ucraina il supporto dei cittadini di Svezia e Finlandia alla difesa nazionale, prevista anche dalla costituzione finlandese, è cresciuto ancora di più, nella cornice di quella comprehensive defence che vuole coinvolgere la società nella di difesa.

Allo stesso tempo, a fronte dei ben noti tentativi di destabilizzazione delle democrazie e delle società dei paesi Ue e Nato tramite minacce ibride, in primis, contro i Paesi dell’ex Patto di Varsavia, non è un caso che a Helsinki si trovi la sede del Centro d’eccellenza per il contrasto alle minacce ibride (The European Centre of Excellence for Countering Hybrid Threats),  nato su iniziativa e cooperazione di nove Paesi dell’Ue e della Nato. Gli alleati potrebbero ispirarsi anche al modello finlandese in merito ai curricula di alfabetizzazione/educazione mediatica (media literacy) insegnati nelle scuole e finalizzati ad aumentare la resilienza della società alla disinformazione fomentata da Mosca.

Cooperazione esistente e possibili ostacoli

I due Paesi, inoltre, cooperano già in vari formati sia tra loro che con la Nato, con la quale conducono regolarmente esercitazioni con un ottimo livello di interoperabilità di equipaggiamenti e delle forze armate nazionali con quelle degli alleati. È inoltre indubbia la solidità valoriale delle democrazie svedese e finlandese, requisito necessario per entrare a far parte dell’Alleanza, accanto ad altri di tipo militare, legale economico e politico. Sono questi i fattori che hanno spinto il segretario generale Stoltenberg a sostenere che l’iter di adesione per Helsinki e Stoccolma sarà breve e durerà solo pochi mesi. Questo è tanto più significativo alla luce del fatto che nel tempo la procedura d’adesione, espressa in origine nell’articolo 10 del Trattato di Washington, è diventata più graduale e complessa e che per gli ultimi “neo-alleati” – il Montenegro (2017) e la Macedonia del Nord (2020) – questa è durata in media 10 anni.

Svezia e Finlandia porterebbero con sé anche un’esperienza e conoscenza della regione che potrebbe rivelarsi preziosa per la proiezione della Nato, ad esempio nell’Artico. Insomma, i contributi dei due Paesi nordici potrebbero essere molteplici, ma non è tutto oro quel che luccica. Pur trattandosi verosimilmente di un iter breve, ci sono vari passaggi istituzionali che richiedono un consenso unanime dei 30 Stati membri dell’Alleanza. Il processo prevede una richiesta formale, una fase di confronto preliminare con gli alleati, le “Accession Talks” per una conferma formale, il “Membership Action Plan” e, infine, la ratifica e firma del Protocollo d’adesione del Paese candidato da parte di tutti gli alleati e l’invito formale del Segretario generale. Questi passaggi potrebbero subire ritardi ed essere soggetti all’ostruzionismo interessato di alcuni alleati, pronti a utilizzare la propria approvazione della membership finlandese e svedese come carta negoziale per ottenere benefici su altri fronti. Questo atteggiamento è stato già riscontrato nel caso della Turchia.

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Cercasi maggiore sicurezza e stabilità europea

L’aggressione dell’Ucraina si sta rivelando un boomerang per il governo russo da tutti i punti di vista. Il rapido cambio di vedute a Helsinki e Stoccolma, capace di stravolgere in pochissimi mesi una politica estera e di sicurezza lunga oltre mezzo secolo, ne è la prova definitiva.

Non occorre, tuttavia, confondere la convenienza della membership di Svezia e Finlandia e i benefici militari e politici che ne trarranno i nuovi alleati e verosimilmente l’Alleanza stessa con un’automatica garanzia di maggiore sicurezza della Nato. Non trattandosi di una partita a Risiko, bisogna evitare semplificazioni: l’allargamento e il rafforzamento della Nato a Nord-Est non implicano necessariamente maggiore garanzia di sicurezza per l’Europa, o perlomeno non sono sufficienti.

Organizzarsi per garantire deterrenza e difesa collettiva nei nuovi ed estesi territori sarà un processo che durerà anni, con il centro di gravità, l’attenzione e le risorse dell’Alleanza che inevitabilmente si sposteranno a Nord-Est, scontentando qualcuno a Sud, dove pure la stessa Russia opera da anni estendendo efficacemente la propria influenza. Ottenere un equilibrio che eviti, in questo processo di integrazione nelle strutture decisionali e nell’architettura di deterrenza e difesa della Nato, la militarizzazione di quei territori e, dunque, l’aumento del rischio di una escalation incontrollata in quella che sarà la più lunga frontiera tra Nato e Russia, non sarà facile. In tal caso, potenziali incidenti sarebbero, di fatto, tra Nato e Russia con conseguenze che potrebbero essere imprevedibili, anche alla luce dell’instabile quadro internazionale e degli sviluppi tecnologici fuori dagli accordi di non proliferazione e controllo degli armamenti esistenti.

Svezia e Finlandia, oltre a beneficiare dell’ombrello protettivo della Nato, dovranno anche contribuirvi ed entrare nell’ottica che d’ora in poi saranno protettori della frontiera dell’intera Alleanza e non solo di quella nazionale. Servirà grande cautela per gestire adeguatamente questo passaggio che – se si concretizzerà – aggiungerà complessità alle relazioni con Mosca. In un’ottica di medio-lungo termine rimarrà il pivot to Asia dell’alleato a stelle e strisce; sarà, quindi, compito europeo garantire la sicurezza in Europa e farsi carico della futura “nuova” frontiera tra Nato e Russia”.

Così Muti.

Analisi accurate che aiutano a mettere a fuoco un dato strategico che va ben oltre il teatro di guerra ucraino. La “nuova Nato” è già all’opera. Un’Alleanza allargata non solo nei Paesi che ne fanno parte ma per la visione di sé e gli obiettivi strategici che si propone. 

Su scala planetaria. 

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