di Pierluigi Franco
Da oltre quattro anni il profilo inconfondibile del “Sailing Yacht A”, la barca a vela più grande del mondo, è diventato parte del paesaggio del golfo di Trieste.
Una lunghezza di 143 metri, tre giganteschi alberi in fibra di carbonio e un valore stimato intorno ai 530 milioni di euro: quello che doveva essere un lussuoso superyacht in sosta per lavori di manutenzione è diventato uno dei simboli più visibili delle conseguenze delle sanzioni europee contro gli oligarchi russi. E, soprattutto, una spesa enorme a danno dei contribuenti italiani.
Il fatto di per sé potrebbe essere incluso nel panorama delle sciocchezze governative alle quali gli italiani sono ormai abituati, se non fosse per le cifre: mantenere quel veliero costa alle nostre tasche circa 30.000 euro al giorno. Se si fa il conto, anche se le autorità mantengono ovviamente il più stretto riserbo sulle somme ufficiali, la spesa sostenuta finora dalle italiche casse per quella barca sfiora i 50 milioni di euro. Ed è inevitabile interrogarsi su quante strutture pubbliche di primario interesse, tra sanità e scuola ad esempio, si sarebbero potute realizzare o migliorare con una simile cifra.
La storia comincia nella notte tra l’11 e il 12 marzo 2022. Il veliero, riconducibile all’imprenditore russo Andrej Igorevič Mel’ničenko, si trovava nell’Arsenale di Trieste per un intervento di manutenzione quando la Guardia di finanza notificò al comandante il provvedimento di congelamento amministrativo.
Il proprietario era appena entrato nella lista delle persone colpite dalle misure restrittive dell’Unione europea adottate dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Così lo zelante governo presieduto da Mario Draghi non si fece sfuggire l’occasione di sequestro, adottando addirittura un provvedimento d’urgenza. Evidentemente nessuno pensò che, così facendo, si stava togliendo una risorsa che portava denaro e occupazione al cantiere italiano e si caricava nel contempo la manutenzione sulle casse dello Stato.
Infatti, dopo il sequestro, si ha l’obbligo giuridico di assicurarsi che l’imbarcazione resti efficiente e custodita. Forse non si pensava che costasse così tanto o si credeva che, così facendo, si sarebbe indotta la Russia a cedere sul fronte ucraino.
È proprio qui che la vicenda di “A” assume una dimensione particolare. Un’imbarcazione di 143 metri non può essere semplicemente ancorata e lasciata ferma. Impianti, apparati, sicurezza, equipaggio, assicurazioni e manutenzione continuano a generare costi anche quando la barca non naviga. E come si è visto il conto è pesante, superando i dieci milioni annui e rendendo evidente un paradosso che era facile immaginare sin dall’inizio.
Di certo “A” è diventato una sorta di simbolo non richiesto per il Golfo di Trieste. Dopo il sequestro, infatti, il gigantesco veliero fu portato fuori dal bacino di carenaggio di Fincantieri e messo all’ancora nel golfo, alternando quotidianamente l’ormeggio e brevi spostamenti necessari per le operazioni tecniche di mantenimento. Una presenza divenuta ormai familiare per chi guarda il mare da ogni angolo del golfo: quei tre alberi imponenti sono sempre visibili, dalle Rive triestine come da Duino.
Ma un altro motivo di preoccupazione per le casse pubbliche arriva dal fatto che entro gennaio dovrà essere rinnovata la certificazione di classe della barca, un costoso controllo tecnico indispensabile per una nave di queste dimensioni. Per il “refit” del veliero si è così accesa una sorta di sfida tra i cantieri di Trieste e quelli di Genova, entrambi titolati all’effettuazione del delicato controllo. Il costo, ovviamente, sarà anche in questo caso a carico dei contribuenti.
Difficile prevedere quale sarà il destino di “A”, spettacolare veliero arrivato a Trieste per essere sottoposto a manutenzione fidandosi dell’eccellenza italiana e che, invece di riprendere il mare, è rimasto intrappolato nelle conseguenze di una guerra, delle sanzioni e di una complessa disputa giudiziaria sulla proprietà. Infatti non è ancora chiaro, tra ricorsi e sentenze, di chi sia realmente il megayacht, intestato formalmente alla “Valla Yachts” con sede in Bermuda e che fa capo a un trust svizzero in qualche modo collegato alla moglie di Mel’ničenko, Aleksandra. Nel maggio scorso la Corte di giustizia europea aveva confermato che lo yacht rimane in carico allo Stato italiano. Una “vittoria” che suona come una beffa per le casse italiane e per i contribuenti.
Nel frattempo il valore economico di “A” rimane enorme, ma altrettanto enorme è diventato il costo della sua immobilità. Il paradosso è tutto qui: un bene congelato per colpire economicamente un oligarca, che non si è certo impoverito, continua a richiedere milioni di euro di denaro pubblico per poter rimanere integro.
E così, mentre il contenzioso giudiziario procede e si avvicina una nuova importante e costosa scadenza tecnica, a Trieste rimane una domanda semplice ma tutt’altro che facile: quanto a lungo potrà restare nel golfo un gigante da oltre mezzo miliardo di euro che, dal marzo 2022, non appartiene più davvero né alla sua vecchia vita da superyacht né a quella nuova, ancora indefinita, di bene congelato dallo Stato? E quanto costerà ancora alle casse italiane una eventuale e prevedibile causa dei proprietari quando tutto sarà finito?