Berlusconi, l'uomo che sfruttò la 'paura comunista' ma non fece la rivoluzione liberale
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Berlusconi, l'uomo che sfruttò la 'paura comunista' ma non fece la rivoluzione liberale

Nel 1994 si temette una “sostituzione” con il successo dell’opposizione “comunista”. E questo determinò la novità Berlusconi. Dunque la paura si è presentata come fattore determinante.

Berlusconi, l'uomo che sfruttò la 'paura comunista' ma non fece la rivoluzione liberale
Silvio Berlusconi
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Riccardo Cristiano Modifica articolo

12 Giugno 2023 - 14.46


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La morte di Silvio Berlusconi è un fatto umano e politico. L’uomo Berlusconi può essere ricordato in modo opportuno e qualificato da chi lo ha conosciuto e frequentato, da chi ha condiviso momenti personali con lui. Il fatto politico è aperto al commento di tutti. Io vorrei limitarmi a un aspetto che ritengo decisivo: l’equivoco di Mani Pulite, una stagione che ne determinò l’impegno in politica. 

Parlo di equivoco per una scelta precisa: l’Italia a quel tempo aveva un sistema politico chiaro, definito, e basato su luci e ombre evidenti. Queste ombre derivavano dagli assetti del mondo e dell’Europa in particolare modo, per molti da preservare. Questo sistema resse fino al crollo del Muro di Berlino. Da allora il sistema cominciò a chiedersi se bisognasse proseguire con le regole precedenti, al cui centro c’era l’ombra da molti identificata con il sistema delle tangenti. Oramai lo sappiamo che andava e che andò più o meno così. 

I costi della politica e del confronto o dei bilanciamenti all’interno dell’arco del pentapartito e il sistema di finanziamento del principale partito di opposizione divennero il punto debole di un quadro politico che molti definirono “bloccato”, ma che forse non era soltanto “bloccato”, ma in attesa di un sblocco compatibile con il quadro internazionale. Il famoso discorso di Berlinguer sull’ombrello della Nato e la discussione socialista sull’Alternativa ne sono stati gli indicatori.

Berlinguer morì nel 1984. Mani Pulite è successiva, riguarda la prima metà degli Novanta e seguì proprio la caduta del muro di Berlino. “Tangentopoli” fu uno scatto irruente del  potere economico per emanciparsi  da quello politico? O “Tangentopoli” fu un tentativo “giacobino”, se si preferisce “radicale”, di pulizia? E infine: ci fu un tentativo di “sostituzione”, qui politica, del “mondo politico marcio”? Di certo non si è conosciuto un altro Paese occidentale dove il dopo-Muro si è presentato così.

Invece che una riforma della politica si realizzò o si temette una “sostituzione” con il successo dell’opposizione “comunista”. E questo determinò la novità Berlusconi. Dunque la paura si è presentata come fattore determinante. La paura da allora è diventata un elemento sempre più rilevante, nelle scelte politiche.  

L’illusione di una “pulizia radicale” si è presto dimostrata tale, mentre è la qualità di ogni leadership ad averci rimesso. Ci fu dunque il tentativo della spallata? O ci fu più semplicemente il timore della spallata? Io non lo so, ma certo l’Italia visse anni segnati dalla paura, da  miti e mitologie. L’occasione del crollo del Muro di Berlino fu sprecata da una politica che non seppe rinnovare se stessa, costruendo un nuovo sistema di controlli e fronteggiando con schiettezza il problema dei costi della politica. 

Il moralismo che invase le riflessioni e le valutazioni di allora contribuì molto, a mio avviso, a diffondere la “paura” della scorciatoia, della “spallata”. Ma la discussione sulla politica è rimasta sullo sfondo, come il problema dei costi della politica, mai affrontato se non con iniziative referendarie che a mio parere l’hanno aggravato. 

Le discussioni su Mani Pulite, che quando ci sono appaiono raramente puntuali, approfondiscono i solchi tra chi difende e chi critica l’operato della magistratura. Che mani Pulite Pulite però abbia segnato la crisi della tanto citata “egemonia culturale” della sinistra in Italia mi sembra  ad ogni buon conto indiscutibile, almeno dal punto di vista cronologico. Oggi è difficile dire che bisognerebbe ripartire da lì per costruire un futuro diverso per la sinistra e per l’Italia, ma certo il nodo pesa moltissimo e la cancellazione di un polo socialista è forse il peccato originale della storia della sinistra nella Seconda Repubblica.

La stessa natura del Pd, definito una fusione a freddo tra esperienza del PCI e esperienza della sinistra democristiana indica che la cultura socialista, l’opzione di una sinistra plurale, è tramontata con Mani Pulite. Io penso che oggi una discussione vera sull’esperienza socialista italiana sarebbe indispensabile per uscire da un tempo di recriminazioni e accuse.

Berlusconi è stato il grande interprete della stagione della stagione della temuta “spallata”, ma non ritengo che abbia realizzato la rivoluzione liberale. Ora chi gravita ancora in quel vasto mondo che fu il complesso delle tante sinistre italiane dovrebbe chiarire luci e ombre del passato, errori mai ammessi e colpe non riconosciute, per ritornare a guardare avanti. Diversi, legittimamente diversi, ma con alcuni obiettivi che possono diventare comuni. 

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