Senza giri di parole. Senza indorare la pillola. Per dirla papale papale. Un partito progressista, di sinistra, che si spacca sul riarmo, ha un serio problema. Molto, molto serio. Forse irrisolvibile. L’impossibile coesistenza interna tra le sue varie anime. Su disarmo, la pace, la politica estera e di difesa, non si scherza. E’ roba maledettamente seria che investe e mette in gioco la credibilità stessa di un partito che si candida a governare l’Italia.
Tanto tempo fa Fabio Mussi, grande testa politica e persona dalla schiena dritta, definì quella tra i Democratici di Sinistra e La Margerita una “fusione a freddo”. Per lui fu un accordo solo tra i capi, fatto senza una vera radice popolare o unire idee sociali profonde. Era il 2007, quando DS e La Margherita decisero di unirsi nel nuovo partito PD. Allora, Mussi disse che quell’atto mancava di passione e di anima comune. Aveva ragione.
Veniamo all’oggi. Appena si manifesta una parvenza di discontinuità, nel segno di una radicalità light, ecco manifestarsi dissensi, megafonati dalla stampa mainstream; ecco riecheggiare minacce di abbandoni, alla Picierno e Madia: ecco gli annunci di voti contrari in Parlamento, Se poi tutto questo riguarda un tema particolarmente nevralgico come il dissennato aumento delle spese militari, questo teatrino diventa insopportabile.
La fredda cronaca. Dopo faticose trattative, manco fosse una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Pd, M5s e Avs riescono a trovare la quadra su una risoluzione parlamentare che chiede di escludere dallo scostamento di bilancio gli investimenti in armi. Alla fine, questa faticosa risoluzione non è andata al voto, grazie a un codicillo del regolamento della Camera, su cui non vale la pena tediare le lettrici e i lettori di Globalist.
Pericolo scampato? Divisioni rientrate? Manco per niente. Ecco tuonare l’ex ministro della Difesa, leader dei riformisti dem, Lorenzo Guerini: “Se si fosse votato – dichiara – comunque non l’avrei sostenuta. Il testo resta non condivisibile”.
Ora, nella non condivisibile, per Guerini e riformisti associati, risoluzione si chiedeva al governo di non destinare le risorse ottenute con lo scostamentodi bilancio alla difesa bensì, cito testualmente, “al contrasto della povertà assoluta, al finanziamento della sanità pubblica, al sostegno delle famiglie e delle imprese colpite dalla crisi energetica e alla diminuzione della dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, in particolare attraverso investimenti in fonti pu;ite, reti e infrastrutture energetiche, escludendo che le risorse disponibili siano destinate a impegni di spesa militare”.
Fine della citazione. Ora, se sei un progressista, se ti senti e ti dichiari di sinistra, se non vuoi mortificare il termine “riformista”, cosa diavolo non va in quanto scritto nella “non condivisibile” risoluzione?
Cosa c’è di progressista, di sinistra, di “riformista” nell’avallare l’incremento di 14,9 miliardi della spesa in armamenti (in quantità che non ha precedenti nella storia della Repubblica) voluto dal governo di destra, vassallo di Trump? Ma questi sedicenti “riformisti” con l’elmetto in testa credono davvero che un mondo con più armi sia un mondo più sicuro? Che continuare a riarmare l’Ucraina, senza uno straccio di strategia negoziale in testa, avvicini la fine di quella lunga guerra? Che, per dirla con la teutonica von der Leyen, la pace è possibile solo vincendo la guerra contro la Russia? Il che, tanto per essere chiari, non significa non sapere o volere distinguere tra aggedito (Ucraina) e aggressore (la Russia). Il che, tanto per essere chiari, non significa minimamente dimenticare che senza il sostegno in armi da parte dell’Europa e soprattutto degli Usa di Biden, Putin avrebbe chiuso e vinto la guerra da tempo. Ma la guerra non vince la guerra e chi lavora per la pace deve “riarmare” la politica di idee, di incessante iniziativa diplomatica, e avere il coraggio di prospettare soluzioni, anche se temporanee, di compromesso che tornino a far respirare il popolo ucraino e permettere l’avvio di un grande progetto di ricostruzione. Cosa che l’Europa non ha fatto, con buona pace dei “riformisti” con l’elmetto, quelli che non fanno che ripetere che loro non staranno mai nel “campo Lavrov”. E cosa c’è di progressista, di sinistra, nel plaudire a chi liquida il movimento pacifista come una moltidudine di “pacifinti”, utili idioti dello zar del Cremlino e degli ayatollah iraniani, con tanto di Hamas ed Hezbollah al seguito? E una sinistra degna di definirsi tale può non provare un moto di sdegno nel leggere Francesco Merlo, su Repubblica, che liquida i pacifisti come parte del blocco dei partiti filorussi, di cui “certamente Conte vuole diventare il leader…”. Quelli che “vogliono la pace sulla pelle degli ucraini, ridotti a vassalli della Russia…”, mettendo insieme Fratoianni, Bonelli con Vannacci e Salvini.
Quella risoluzione Pd-M5s-Avs, è un punto di equilibrio avanzato dal quale la segretaria dem non deve recedere, se non vuole venir meno a quella discontinuità con il passato che l’ha portata alla guida del Partito democratico, attraverso il voto delle primarie, che ribaltò quello degli iscritti. E una coerente linea pacifista è, oggi più che mai, il fondamento della discontinuità Una sinistra non pacifista è un ossimoro. O almeno dovrebbe esserlo.
Nello scrivere queste cose, mi accorgo di essere dentro una dimensione surreale, nel metaverso. Certo che no, che un progressista, uno di sinistra, un riformista “alla Matteotti”, non si sarebbe posto neppure il problema se votare quella risoluzione.
Se non fosse che il Pd rischia di assomigliare sempre più a quello che l’ottimo Mussi aveva metaforizzato: una fusione a freddo. Che fatica a suscitare passioni, sentimenti, senso di appartenenza, il sentirsi parte di una comunità tenuta insieme da valori e sogni, sì sogni, di poter vivere “in” o comunque lottare “per” una società più giusta, per un mondo più umano. Forse sarebbe tempo di prenderne atto e agire di conseguenza. Qui non si tratta di tutela delle minoranze, di un partito polifonico, del rispetto delle diversità. Se sul riarmo e la guerra non riesci a fare sintesi, allora vuol dire che quel partito non ha una spina dorsale, ideale e programmatica. Quello che è avvenuto sulla risoluzione per le spese militari, si ripeterà, pronto a scommeterci su, se si dovesse giungere al riconoscimento dello Stato palestinese e, soprattutto, al blocco di ogni accordo commerciale, economico, militare con lo Stato genocidiale d’Israele. Statene certi: si leverebbero voci contrarie, che raccomandano un supplemento di meditazione e di moderazione, soprattutto se dovesse essere uno dei primi atti in politica estera di un governo di centrosinistra. Senza questo profilo marcatamente di sinistra, capace di coniugare idealità e concreteza, innervato di una “cultura di governo” che sia ben altra cosa di una avveduta gestione dell’esistente, il Pd si configura come un partito “elettorale”, nel senso più gramo e spartitorio del termine.
Cara Elly, rifletti bene, prima che il partito di cui sopra faccia quello che gli riesce meglio: il tiro al segretario. Colpito e affondato. E avanti il prossimo.