Applaudire Naza non è un regalo a Israele: sbaglia chi lo pensa
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Applaudire Naza non è un regalo a Israele: sbaglia chi lo pensa

Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad hanno scritto un lungo, appassionato, stimolante articolo per l’antidiplomatico.it, dal titolo Perché dovete vedere Palestine 36, e non applaudire NAZA.

Applaudire Naza non è un regalo a Israele: sbaglia chi lo pensa
Mmurale in Israele che raffigura Yuval Abraham e Rachel Szor, con la scritta "traditori",
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

21 Settembre 2026 - 12.52


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Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad hanno scritto un lungo, appassionato, stimolante articolo per l’antidiplomatico.it, dal titolo Perché dovete vedere Palestine 36, e non applaudire NAZA.

Ecco, il titolo è già un programma. Sbagliato.  Vedere Palestine 36 è cosa buona e giusta. Ma non applaudire NAZA è un clamoroso autogol, fatto a fin di bene ma che incrocia l’atteggiamento che la destra israeliana ha avuto contro il film documentario e i due registi, ebrei israeliani, accusati di essere traditori, antisemiti, indegni di avere ancora la cittadinanza israeliana, complici dei terroristi stupratori di Hamas. 

Scrivono Al-Ghussein e Hammad: “Da quasi tre anni i palestinesi di Gaza documentano in tempo reale la propria distruzione. Hanno filmato le bombe mentre cadevano, i bambini estratti dalle macerie, gli ospedali che crollavano attorno ai medici, i giornalisti uccisi mentre lavoravano. Padri e madri hanno puntato le telecamere sui corpi dei propri figli. Hanno filmato se stessi mentre morivano di fame, fuggivano, tornavano, scavavano, seppellivano. È difficile immaginare la distruzione di un popolo documentata più di questa, e non solo da ottobre 2023, ma da decenni. Eppure, non bastava. Non basta mai. Solo quando a parlare è un israeliano, la sala si alza.

Perché la verità cambia statuto quando a pronunciarla è un israeliano? Perché ciò che un palestinese racconta dalla propria casa distrutta viene trattato come testimonianza di parte, mentre la stessa cosa detta da qualcuno dentro l’apparato che ha prodotto quella distruzione diventa una rivelazione?”

Che la stampa mainstream non dia voce alle voci palestinesi, Globalist lo ha denunciato in decine di articoli. Per raccontare il genocidio di Gaza, centinaia di giornalisti palestinesi hanno perso la vita, testimoni scomodi e per questo da eliminare. 

Ma questo non può sminuire l’importanza di NAZA, fino al punto da criticare la standing ovation di 25 minuti tributata dal pubblico della Mostra del Cinema di Venezia al film che documenta la struttura del crimine di guerra, genocidiale, congegnato dall’”esercito più morale al mondo”. Manca solo che i due giornalisti esortassero a boicottare le sale che dal 28 al 30 settembre proietteranno NAZA. Se lo facessero, si troverebbero in compagnia dei filoisraeliani di casa nostra. 

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Scrivono Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad: “Il testimone israeliano risolve esattamente questo problema. Il palestinese chiedeva di essere creduto e non bastava. L’israeliano non chiede nulla: conferma. E nel confermare offre allo spettatore occidentale ciò di cui ha davvero bisogno, la possibilità di credere all’atrocità senza dover credere al palestinese.

Il giornalista palestinese Mahmoud Mushtaha, che ha visto NAZA in sala, ha definito i venticinque minuti di applausi un atto d’accusa contro un’informazione occidentale che per tre anni ha trattato i giornalisti palestinesi come “narratori inaffidabili della nostra stessa morte”. È contento, che quella testimonianza oggi venga creduta; ma una fiducia che arriva così tardi, e solo per bocca di israeliani, non protegge nessuno. I morti sono ormai morti.” 

La scrittrice palestinese Susan Abulhawa lo ha detto con durezza: «I palestinesi hanno dato la vita per raccontare questa storia. Dentro e fuori Gaza abbiamo gridato al mondo ciò che Israele faceva, come gridiamo da decenni. Ma si crede solo agli israeliani, celebrati come narratori coraggiosi, mentre i carnefici vengono umanizzati e trattati con il beneficio del dubbio».

È questo il punto. Non solo che la testimonianza palestinese venga ignorata, ma che alla conferma israeliana venga riconosciuto un valore morale che alla parola palestinese non è mai concesso. Un palestinese vi dice che la sua famiglia è stata uccisa, ed è una vittima. Un israeliano vi dice che i palestinesi sono stati uccisi consapevolmente, e diventa coraggioso. Il palestinese fornisce il corpo. L’israeliano fornisce la rivelazione”.

Conosciamo già questo dispositivo. In Israele esiste persino un’espressione per una delle sue forme, yorim ve-bochim, “sparare e piangere”. Il soldato spara, poi piange per ciò che ha fatto, e il pianto diventa la prova che ha conservato la propria umanità. Il crimine si può riconoscere, purché al centro del racconto torni la coscienza di chi vi ha preso parte”.

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Ecco allora che per gli autori del j’accuse pro-Pal, i coregisti di NAZA Yuval Abraham e Rachel Szor, già coautori di No Other Land (2024), diventano dei complici di una narrazione che sia pure critica, finisce per alimentare nell’opinione pubblica europea la malsana idea che Israele sia ancora una democrazia che sa riflettere sui propri crimini, mondandosi una coscienza sporca e guadagnando punti in Occidente. 

I due autori dell’articolo lo esplicitano chiaramente: “C’è un secondo versante, rivolto a Israele stesso. Se sono gli israeliani a denunciare i crimini israeliani, allora forse Israele resta, sotto tutto questo, la società liberale e capace di correggersi che i suoi sostenitori hanno sempre descritto. Guardate, ci viene detto: i registi israeliani denunciano l’esercito, i soldati israeliani confessano, la società israeliana discute. Deve esistere un altro Israele, decente, tormentato. Il dissidente diventa così una prova a discarico. È la funzione più profonda dello “sparare e piangere”: il pianto non mette in discussione il sistema, ne salva l’immagine morale. E oggi, dopo ciò che il mondo ha visto a Gaza, di quella immagine Israele ha un bisogno disperato.

In NAZA quegli uomini non piangono nemmeno. Descrivono l’uccisione con voce piatta, e uno di loro la paragona a un videogioco. Il rimorso non è mai sullo schermo. Lo fornisce la sala, un pubblico che ha bisogno di credere, che qualcuno sia tormentato”.

E se quel pubblico “pubblico esce dalla sala rassicurato dall’esistenza dei “bravi israeliani”, invece di trovarsi davanti al sistema, allora il film ha fallito proprio dove contava di più. Non confondete la conferma con la scoperta. Non confondete la confessione con il coraggio. Non confondete il rimorso con la giustizia”

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Per poi concludere: “Stiamo applaudendo la rottura del silenzio quando ciò che serve è la rottura del sistema. E quel silenzio, in ogni caso, non erano loro i primi a poterlo rompere. I palestinesi parlavano molto prima di loro, ed è alle voci palestinesi che dovremmo dare ascolto.

La domanda non è più se esistano bravi israeliani. È perché i palestinesi debbano continuare a morire prima che il mondo sia disposto a credergli. E perché, quando un israeliano finalmente ripete ciò che i morti dicevano da sempre, il mondo si alzi in piedi ad applaudire per venticinque minuti”.

Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad hanno scritto un articolo importante, vissuto, permeato di orgoglio, rabbia, volontà di resilienza di un popolo indomito. Ma questo non può portare alla conclusione che sia sbagliato applaudire NAZA.

Scuotere la coscienza degli israeliani, metterli di fronte a una macchina del crimine disumanizzante, è comunque un atto di coraggio che va apprezzato e sostenuto. Quei 25 minuti di applausi vanno moltiplicati per mille.  Ed estendere quegli applausi al bellissimo, struggente, Palestine 36, il film di Annemarie Jacir, che tra i tanti meriti ha quello di ricordare che la tragedia palestinese non nasce il 7 ottobre 2023. Un film, scrivono i due giornalisti, in cui “I palestinesi stanno al centro della propria storia. Non sono materiale probatorio nel percorso morale di qualcun altro, non aspettano che un israeliano confermi ciò che sanno del proprio paese. Parlano prima ancora che Israele esista. E questo, da solo, interrompe una delle abitudini più tenaci nel modo in cui la Palestina viene presentata al pubblico occidentale: i palestinesi hanno una storia prima del rimorso israeliano, una politica prima del dissenso israeliano, una memoria prima della confessione israeliana”.

Tutto vero, tutto giusto. Meno la contrapposizione tra i due film. 

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