A sfidare la destra deve essere la sinistracentro. E non è un cambiamento semantico
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A sfidare la destra deve essere la sinistracentro. E non è un cambiamento semantico

Non è vero che cambiando l’ordine delle parole il risultato resta sempre lo stesso. Non lo è certamente in politica. Nel vocabolario politico mainstream si è sempre detto e scritto centrosinistra, con o senza trattino.

A sfidare la destra deve essere la sinistracentro. E non è un cambiamento semantico
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

5 Settembre 2026 - 15.27


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Non è vero che cambiando l’ordine delle parole il risultato resta sempre lo stesso. Non lo è certamente in politica. Nel vocabolario politico mainstream si è sempre detto e scritto centrosinistra, con o senza trattino.

Dietro questa classificazione, c’era l’idea, molto democristiana, anche nella sua versione migliore, quella ulivista-prodiana, che per vincere occorreva guardare al centro, conquistando il consenso dei settori di mezzo della società italiana. Una convinzione, che chi scrive ha sempre considerato errata, ma che, in una certa fase della politica italiana, quella legata alla cosiddetta Seconda repubblica, poteva anche pagare, come in parte è stata. E questa visione da centrosinistra ha dato legittimato anche il sostegno a governi guidati “tecnopolitici” come quelli guidati da Mario Monti e Mario Draghi. 

Ora, questa formula non funziona più. Non funziona perché il mondo è profondamente cambiato, e la radicalità ne è diventata la chiave di lettura di ogni processo politico, dagli Stati Uniti all’Europa. Di fronte alla guerra, al riarmo, alla crescita drammatica delle diseguaglianze, alla “proletarizzazione” dei colletti bianchi; a fronte di un ecosistema sempre più devastate da un capitalismo predatorio e distruttivo, la radicalizzazione è qualcosa che vive dentro il “gorgo,” avrebbe detto Pietro Ingrao, dei nuovi movimenti e degli sconvolgimenti del presente. Questo racconta il successo delle candidature “socialiste” alle primarie dei Democratici statunitensi in vista delle elezioni di midterm del 4 novembre. Questo racconta la Francia, dove a contendere al Fron National di Marine Le Pen la via dell’Eliseo, è la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon.  Così come, in Germania, a contrastare, soprattutto tra i giovani, l’avanzata dell’AfD non è la vecchia e usurata Spd, ma nuove formazioni politiche, o comunque percepite come tali, a cominciare dai Verdi. 

Nel firmamento dei Verdi tedeschi è nata una nuova stella: Cem Özdemir, di origine turca, ex ministro dell’Agricoltura, storico esponente del partito con una solidissima base elettorale nel Land del Baden-Württemberg, nel sud-ovest della Germania, in un’area, tra l’altro, molto industrializzata. Alle elezioni del marzo 2026 i Verdi (Die Grünen), guidati da Özdemir, sono risultati il primo partito con circa il 30,2 per cento dei voti, mentre la Cdu si è fermata sotto il 30 per cento, con il 29,7 per cento dei voti. E Cem Özdemir, il 13 maggio 2026, dopo aver lasciato il governo, è stato eletto dal Landtag come ministro-presidente (Ministerpräsident) del Baden-Württemberg. Punto di forza del suo programma è che la sostenibilità non è soltanto una questione ambientale, ma va declinata a 360 gradi, partendo dai temi che si riferiscono alla giustizia sociale.

Ecco allora che la definizione si capovolge. E il discorso si sposta da noi, in Italia. Si può avere qualsiasi giudizio sulla leadership di Elly Schlein, ma quello che non è negabile è che la sua segreteria abbia praticato la linea del “nessun nemico a sinistra”. E dentro questo schema entra anche il rapporto con il Movimento5Stelle di Giuseppe Conte. 

In questo c’è, a mio avviso, il vero tratto di discontinuità operato da Schlein in questi anni alla guida del Partito democratico. Poteva essere sviluppata meglio questa discontinuità? Certo che sì, tutto è migliorabile. Ma la domanda vera è: questa discontinuità, il cercare una unità d’intenti a sinistra, è un bene o un male? È una potenzialità da sviluppare, arricchendola di contenuti e bagaglio culturale, oppure è un limite da rimuovere, magari nel nome di una “cultura di governo” che può piacere all’establishment, e ai suoi aedi mediatici, ma che certo non convince neanche un po’ quello che un tempo veniva chiamato il “popolo di sinistra”. 

Guardare alle forze “centriste” è cosa buona e giusta, ma da sinistra. Senza alcuna presunzione “colonialista” ma anche senza alcun annacquamento della propria identità, della propria visione del mondo, dell’Europa, dell’Italia. 

Sulla Palestina è ciò che è avvenuto. Così sul no a quegli accordi con la Libia che pure erano stati rinnovati dai governi a guida dem). Così dovrebbe avvenire, più di quanto sia stato fatto finora, nella lotta contro le diseguaglianze sociali; la finanziarizzazione dell’economia; la sicurezza nei posti di lavoro; la tassazione dei patrimoni dei super ricchi; la riduzione sostanziale delle spese militari a favore della sanità pubblica, dell’istruzione, del supporto alle fasce più deboli della società; una idea di sicurezza che non sia una versione light del securitarismo della destra, ma che allarghi i suoi orizzonti, facendo intendere, con atti, battaglie nelle piazze e in parlamento, che l’inclusione, il lavoro, sono le strade da battere per contenere, non solo al sud, la capacità attrattiva della criminalità organizzata.  

Se le primarie serviranno a questo, ben vengano.  

Ma su un punto non si deve recedere. Un punto politico, non semantico. A sfidare la destra è la sinistracentro. Con una radicalità che sappia unire idealità e concretezza. E che emozioni, che sia coinvolgente, partecipata. E che faccia sognare. Sì, sognare. Perché, per dirla con Luciano Ligabue, “Sono sempre i sogni a dare forma al mondo”.

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