Il nucleare, da questione energetica a bandiera identitaria?
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Il nucleare, da questione energetica a bandiera identitaria?

Tra eredità dei referendum, nuove tecnologie e sicurezza energetica, il rifiuto delle centrali nucleari rischia di trasformarsi da scelta politica in questione identitaria. impedendo così una riflessione libera sulle sfide del presente-

Il nucleare, da questione energetica a bandiera identitaria?
I reattori moderni nella centrale nucleare di Shidao Bay in Cina
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15 Ottobre 2026 - 16.21 Culture


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Il vero problema del nucleare in Italia, oggi, potrebbe non essere il nucleare in sé, ma l’impossibilità politica di discuterne senza che la discussione diventi una prova di appartenenza. Per una parte della sinistra, il rifiuto delle centrali nucleari si è sedimentato nel tempo fino a trasformarsi da scelta energetica a principio identitario. E quando una convinzione diventa un simbolo, metterla in discussione può apparire più difficile che affrontare i problemi concreti che quella convinzione dovrebbe contribuire a risolvere.

La storia italiana aiuta a capire come siamo arrivati fin qui. Nel 1987, sull’onda emotiva del disastro di Chernobyl, il referendum segnò una prima svolta nella politica energetica nazionale. I quesiti, promossi dai radicali, si inserirono in una mobilitazione più ampia, sostenuta dal mondo ambientalista ed ecologista e da settori della sinistra, che contribuì a consolidare un orientamento contrario all’atomo. Nel 2011, dopo Fukushima, un nuovo referendum confermò il rifiuto popolare del ritorno al nucleare. In quella seconda stagione, oltre alle organizzazioni ambientaliste, si mobilitarono anche il Partito Democratico e Sinistra Ecologia Libertà.

Due consultazioni diverse, entrambe segnate da una forte attenzione pubblica ai rischi del nucleare, maturata anche sull’onda emotiva dei due disastri. Ma il loro significato politico è andato oltre le singole decisioni. Soprattutto dopo il 2011, il nucleare è uscito dal perimetro delle opzioni energetiche legittimamente discutibili per diventare, in ampi settori della sinistra, qualcosa da respingere quasi per principio.

È qui che la vicenda merita di essere indagata. Non si tratta di negare la gravità di Chernobyl o Fukushima, né di minimizzare i rischi connessi all’energia atomica. Si tratta di chiedersi se esperienze storiche traumatiche debbano trasformarsi in un giudizio immutabile su tecnologie che, nel frattempo, sono cambiate e continuano a evolvere. Il nucleare di oggi non coincide necessariamente con quello che alimentava le paure di ieri. Reattori di nuova generazione, sistemi di sicurezza differenti e progetti modulari pongono questioni che richiedono valutazioni tecniche, economiche e ambientali specifiche. Non costituiscono una garanzia assoluta di sicurezza, ma meritano di essere esaminati senza pregiudizi.

Nel frattempo, il contesto energetico è mutato profondamente. Le tensioni geopolitiche rendono il petrolio e il gas strumenti di pressione e fonti di instabilità. Le rinnovabili sono indispensabili per la transizione ecologica, ma la loro espansione richiede reti adeguate, sistemi di accumulo e tempi di realizzazione compatibili con i fabbisogni industriali. L’Italia, che paga l’energia più cara rispetto a diversi concorrenti europei, non può permettersi di trasformare una scelta energetica in un atto di fede.

L’Italia dipende dall’estero per circa il 76% dell’energia che consuma, secondo i dati Ispra relativi al 2024. Una vulnerabilità che rende inevitabile interrogarsi su tutte le opzioni disponibili per garantire sicurezza degli approvvigionamenti e prezzi competitivi. Tra queste, anche il nucleare, che diversi Paesi europei continuano a utilizzare. Il paradosso è evidente: l’Italia ha scelto di non produrre energia nucleare sul proprio territorio, ma è inserita in un sistema europeo nel quale l’atomo continua a svolgere un ruolo importante.

Non significa che tutta l’elettricità importata sia nucleare, né che costruire centrali in Italia sarebbe necessariamente conveniente. Significa, però, che il rifiuto nazionale dell’atomo non ci rende estranei al sistema energetico che lo utilizza. Una politica seria dovrebbe confrontare costi complessivi, tempi, impatto ambientale, sicurezza, dipendenza dall’estero e capacità di garantire continuità alle imprese. Escludere preventivamente una tecnologia significa rinunciare anche alla possibilità di dimostrare, attraverso un’analisi rigorosa, che non convenga.

Eppure, proprio nel Partito Democratico, il tema continua a essere politicamente delicato e controverso e pone interrogativi all sue diverse componenti. Per una forza che aspira a guidare una sinistra progressista e a costruire un’alternativa di governo, la difficoltà di discutere apertamente del nucleare rivela una contraddizione. Il progresso dovrebbe implicare disponibilità a rivedere le proprie convinzioni alla luce di nuove conoscenze e condizioni materiali. Se invece una posizione diventa parte integrante dell’identità, rivederla finisce per essere percepito come un vantaggio concesso all’avversario.

Le bandiere, è vero, servono a riconoscersi. Ma governare significa anche avere il coraggio di abbassarle, almeno per il tempo necessario a guardare i problemi per quello che sono. E l’energia, oggi, è uno di quei problemi: l’Italia può permettersi di affrontarla solo basandosi sul nobile principio dell’appartenenza? Per questo è bene discuterne anche in giornali come il nostro.

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