Mondiali della vergogna targati Infantino: l'arbitro somalo respinto negli Usa per le leggi razziste di Trump
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Mondiali della vergogna targati Infantino: l'arbitro somalo respinto negli Usa per le leggi razziste di Trump

Omar Abdulkadir Artan, uno dei 52 direttori di gara selezionati dalla FIFA, considerato il miglior arbitro africano del 2025 e primo somalo della storia designato per una fase finale mondiale, è stato respinto all’aeroporto di Miami

Mondiali della vergogna targati Infantino: l'arbitro somalo respinto negli Usa per le leggi razziste di Trump
L'arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan
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9 Giugno 2026 - 20.44


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I Mondiali 2026 cominciano a mostrare il loro lato più controverso ancora prima del fischio d’inizio. E il caso dell’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan ne è un simbolo fin troppo eloquente.

Uno dei 52 direttori di gara selezionati dalla FIFA, considerato il miglior arbitro africano del 2025 e primo somalo della storia designato per una fase finale mondiale, è stato respinto all’aeroporto di Miami dalle autorità statunitensi. Dopo il diniego d’ingresso, la FIFA ne ha confermato l’esclusione dal torneo. Artan si trova ora in Turchia, lontano dal palcoscenico per cui era stato ufficialmente scelto.

La versione fornita dalle autorità americane – attraverso la Customs and Border Protection – parla di “problemi di verifica” e di una procedura di controllo che avrebbe reso il viaggiatore “inammissibile”. Ma la sostanza politica e simbolica dell’episodio è difficile da ignorare: un arbitro internazionale, accreditato dalla FIFA, fermato e rispedito indietro nonostante fosse in possesso di un visto diplomatico.

La Somalia rientra nella lista dei Paesi sottoposti a restrizioni d’ingresso dall’amministrazione Trump, e proprio qui si innesta il nodo politico che la FIFA non può più fingere di non vedere. Anche la Federazione ha infatti ammesso di non avere alcun potere sulle decisioni di immigrazione del Paese ospitante, limitandosi a prendere atto dell’esclusione.

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Il governo somalo ha protestato ufficialmente, chiedendo chiarimenti e aprendo un canale diplomatico con Washington e con la FIFA. Sullo sfondo, un sistema di restrizioni e controlli che ha già creato frizioni con delegazioni e rappresentanti di altri Paesi a maggioranza musulmana.

Ed è qui che la responsabilità politica torna inevitabilmente al vertice del calcio mondiale. Gianni Infantino ha voluto e sostenuto un Mondiale sempre più “globale”, ma ospitato in un contesto – quello statunitense sotto l’ombra del ritorno delle politiche restrittive dell’era Trump – in cui la libertà di movimento non è garantita in modo uniforme nemmeno agli attori ufficialmente selezionati dalla stessa FIFA.

Il paradosso è evidente: il torneo che dovrebbe rappresentare il massimo della circolazione internazionale e dell’universalità sportiva si trova invece a fare i conti con confini, esclusioni e respingimenti che colpiscono persino chi, come Artan, era stato scelto per garantire imparzialità e competenza sul campo.

Mentre la FIFA si trincera dietro il formalismo – “non siamo coinvolti nei processi di immigrazione” – resta una domanda politica inevasa: come può un’organizzazione che rivendica la globalità del calcio accettare che un suo ufficiale di gara venga escluso dal Mondiale per una decisione amministrativa di frontiera?

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I Mondiali 2026, ancora prima di iniziare, mostrano così la loro frattura di fondo: tra retorica dell’universalismo sportivo e realtà di un sistema di ospitalità politica che decide chi può entrare e chi no. Anche se si tratta del miglior arbitro d’Africa.

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