Albania violenta e Stato assente
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Albania violenta e Stato assente

Da mesi un'ondata di delitti si è abbattuta sul Paese: omicidi di mafia, violenze coniugali, vendette di sangue: effetto dell'indebolimento generalizzato dello Stato.

Albania violenta e Stato assente
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12 Ottobre 2012 - 16.42


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Qualche settimana fa una donna di 26 anni è stata ritrovata in un cassonetto della spazzatura nel quartiere di Korçë a Tirana. Sul corpo riportava delle ferite gravi, secondo i media locali, il marito l’aveva maltrattata e picchiata sino a farla morire. E questo è solo un fatto di cronaca, che si aggiunge però ad una lunga lista di violenze avvenute negli ultimi mesi in Albania. Le statistiche assomigliano ad un bolettino di guerra: secondo il Centro di affari europei e di sicurezza dell’Istituto per la democrazia, nel terzo trimestre del 2012, ben 158 persone sono state uccise nel Paese e altre 220 ferite.

Gli omicidi, gli attacchi, le rapine legati alla vendetta pongono l’Albania al primo posto nei Balcani per violenza. In confronto vi sono 1.2 omicidi per 1000 abitanti in Serbia, 1.9 in Macedonia, mentre in Albania sono 4 e dal 2010 i crimini sono aumentati del 40%. La cronaca nera è diventata l’argomento principale dei media albanesi. Mai come prima lo spettacolo macabro fa più notizia della politica, della crisi economica o di altri ambiti della vita sociale come la salute, l’istruzione, la cultura o addirittura l’attualità internazionale. Tre milioni di albanesi restano ogni giorno scioccati dal numero e dall’efferatezza dei crimini.

Le violenze si susseguono e si assomigliano, ma ogni nuovo fatto di cronaca spinge sempre un po’ più in basso. E’ un concorso invisibile verso la brutalità, un precipizio in direzione della morte, una fatalità come se ne sono mai visti prima. Omicidi o attacchi a mano armata in pieno centro delle città, cadaveri trovati lungo le nazionali, omicidi legati alla vendetta nelle montagne remote del Nord, guerre di bande, episodi drammatici nei villaggi sperduti di cui il Paese scopre l’esistenza senza sapere cosa possa scatenare simili violenze. Secondo l’analista Mustafa Nano, in Albania il crimine e la politica sono strettamente legati.

Gli agenti di polizia intrattengono relazioni con i criminali, i politici utilizzano i criminali per raggiungere i propri scopi, soprattutto in periodo elettorale, ad esempio per manipolare i voti. E’ vero che una violenza coniugale che si conclude con un omicidio a Pukë non ha nulla a che vedere con un affare che tocca i partiti politici, un ministro o un tribunale di Tirana come allo stesso modo un omicidio di sangue nelle montagne dei Mirditës non ha colore politico. Eppure, come tanti altri crimini ordinari, questi episodi non fanno che riflettere un fenomeno ben più ampio: il declino dello Stato, l’indebolimento delle istituzioni, l’inefficacia della prevenzione, delle operazioni di polizia e della giustizia.

Il bandito anonimo che uccide un agente per rubargli dei soldi, un ladro qualunque che ferisce gravemente un tassista a mezzanotte, il coniuge violento che uccide la moglie con un colpo di fucile dopo un litigio, il killer imboscato che uccide il vicino per vendicare il sangue di un membro della sua famiglia: tutti questi individui si pongono contro la legge e la vita. Tutti loro avrebbero paura se si vivesse in uno Stato di diritto funzionante. Il crimine riflette la debolezza dello Stato albanese. La maggior parte dei governanti non avrà più la legittimità di chiedere nuovamente la fiducia al popolo.

La criminalità è una vasca che accumula frustrazioni, che si riempie grazie alla crisi, all’apatia sociale, economica e culturale della società albanese. Combattere il crimine è una priorità nazionale. Il Messico si batte contro i trafficanti di droga, il Brasile contro i diseredati delle bidonvilles, l’Albania deve reagire a questi crimini che si fanno beffa della legge, dello Stato e delle istituzioni. Il recente omicidio del commissario di polizia di Shijaku è la dimostrazione dell’incapacità delle autorità a lottare contro la criminalità organizzata. Ora, se lo Stato non controlla più il territorio, il vuoto che si crea favorisce l’anarchia. Oggi tutti possono schiacciare su un grilletto senza che nessuno reagisca. E’ lo Stato che ci deve proteggere.
(Skender Minxhozi, “Le Courrier des Balkans”).

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