Rapimenti e aggressioni ai giornalisti: clima di terrore in Libia
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Rapimenti e aggressioni ai giornalisti: clima di terrore in Libia

Il rapporto presentato ieri a Tunisi dell'Ong statunitense Human Rights Watch, parla di minacce e aggressioni che subiscono i giornalisti in Libia.

Guerra e morti in Libia
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10 Febbraio 2015 - 12.17


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I giornalisti in Libia non se la passano per niente bene: a denunciarlo è un rapporto presentato ieri a Tunisi dall’Ong statunitense Human Rights Watch, che parla di continue aggressioni e rapimenti frequenti a cui sono sottoposti gli operatori dell’informazione in terra libica.

“Gli operatori dell’informazione in Libia sono aggrediti, rapiti e uccisi impunemente. Tra le 250 persone uccise nel 2014 in omicidi presumibilmente a sfondo politico – si legge nel documento – ci sono anche i giornalisti”.

Va ricordato che dalla metà del 2012, al novembre 2014, si sono verificati “almeno 91 casi di minacce e di aggressioni contro di loro, 14 dei quali hanno avuto come vittime le donne”. In questo lasso di temo, ben 30 giornalisti sono stati rapiti e addirittura 8 sono stati brutalmente uccisi.

“26 attacchi armati” contro le sedi di giornali e tv. Attacchi avvenuti, secondo Human Rights Watch – si legge nel documento -, per punire i giornalisti per i loro servizi, articoli, opinioni o simpatie [politiche]. Le autorità – afferma lo studio – non sono riuscite a processare chi ha compiuto gli attacchi contro i giornalisti e i mezzi d’informazione. Tuttavia, i tribunali hanno denunciato le persone – tra cui anche i giornalisti – per reati connessi alla libertà di espressione”. Secondo Joe Stork, vice capo di HRW per il Medio Oriente e Nord Africa, la mano leggera delle istituzioni contro gli aggressori “ha permesso alle milizie di assaltarli, minacciarli, rapirli e persino ucciderli”.

“Le autorità di governo e gli attori non statali che controllano il territorio dovrebbero condannare urgentemente gli attacchi contro i giornalisti e – si legge nello studio -, dove possibile, processare [gli autori delle violenze]” ha aggiunto Stork. A fargli eco è Hanan Saleh, ricercatrice presso l’organizzazione. Saleh parla di “cultura dell’impunità”: “molti giornalisti non vogliono denunciare alla polizia [le aggressioni che hanno subito] perché ritengono che le forze dell’ordine e il sistema giudiziario non possano fare molto per aiutarli a fare giustizia”.

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