Per il secondo anno consecutivo Mahmoud Abbas (Abu Mazen) non potrà partecipare di persona all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti hanno negato il visto al presidente dell’Autorità nazionale palestinese e ad altri esponenti della delegazione palestinese, impedendo loro di raggiungere New York per la riunione annuale dei leader mondiali.
La decisione dell’amministrazione Trump è stata annunciata mercoledì dal Dipartimento di Stato e confermata oggi dalle principali agenzie internazionali. Washington ha esteso le restrizioni sui visti a funzionari dell’Autorità nazionale palestinese e membri dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina.
La giustificazione americana è quella ormai utilizzata dall’amministrazione Trump contro la leadership palestinese: l’Anp e l’Olp, secondo Washington, non avrebbero rispettato gli impegni assunti nei confronti degli Stati Uniti e avrebbero intrapreso iniziative per “internazionalizzare il conflitto israelo-palestinese”, rivolgendosi anche alla Corte penale internazionale e alla Corte internazionale di giustizia.
È una motivazione che dice molto della politica di Washington e poco della natura dell’Assemblea generale dell’Onu. La colpa contestata ai palestinesi è infatti, tra le altre cose, quella di aver portato davanti agli organismi giudiziari internazionali le proprie accuse contro Israele. Un’attività che Trump presenta come una violazione degli impegni palestinesi e che invece riguarda il ricorso a istituzioni internazionali per contestare la condotta israeliana.
Ancora più significativo è il contesto nel quale arriva la decisione. L’amministrazione Trump continua a sostenere con particolare forza il governo israeliano e, nello stesso tempo, colpisce proprio quei canali internazionali attraverso i quali la parte palestinese cerca di ottenere riconoscimento e tutela sul piano diplomatico e giudiziario.
Il risultato è paradossale: il presidente palestinese viene escluso dall’assemblea nella quale siedono i rappresentanti degli Stati membri e osservatori delle Nazioni Unite, mentre gli Stati Uniti utilizzano il controllo dell’accesso al proprio territorio per impedire ad Abbas di parlare personalmente ai delegati.
Non è la prima volta. Già nel 2025 Washington aveva revocato o negato i visti ad Abbas e a numerosi funzionari palestinesi. L’anno scorso l’Onu aveva quindi consentito al presidente palestinese di intervenire a distanza. Anche questa volta Abbas dovrebbe rivolgersi all’Assemblea generale attraverso un collegamento video, mentre la rappresentanza palestinese a New York continuerà a essere assicurata dai diplomatici già accreditati.
La stessa Autorità nazionale palestinese ha definito la decisione americana ingiustificata e ha denunciato il provvedimento come un colpo alle relazioni tra Washington e i palestinesi e agli sforzi per una soluzione a due Stati.
La scelta di Trump arriva dunque alla vigilia dell’Assemblea generale e assume un evidente significato politico. Non soltanto impedisce ad Abbas di essere fisicamente a New York: manda anche un messaggio alla comunità internazionale. Washington intende usare il proprio potere per ostacolare la leadership palestinese quando questa porta il conflitto fuori dal perimetro diplomatico imposto dagli Stati Uniti e lo sottopone al giudizio delle istituzioni internazionali.
Per il secondo anno consecutivo, insomma, Abbas parlerà all’Onu da uno schermo. A impedirgli di essere nella sala non sarà un’assenza diplomatica, ma una decisione della presidenza americana.
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