di Antonio Salvati
Il periodo storico successivo alle tragedie della prima parte del XX secolo ci aveva fatto credere che l’umanità si fosse finalmente emancipata dalla necessità di ricercare nel volto dell’altro un nemico da combattere. Che il pluralismo fosse ormai un fatto acquisito. Che chi è diverso – per cultura, genere, lingua, religione, posizione sociale, visione del mondo – potesse essere parte, a pieno titolo, della vita comune. Purtroppo, dall’inizio del XXI secolo viviamo in un paradigma culturale che ci costringe a stare sulla difensiva. Per difendere il benessere, il potere e l’identità acquisiti percepiamo ogni cambiamento o imprevisto come una minaccia, perdendo la capacità di gestire le relazioni con l’altro concreto. Stiamo scivolando lungo un piano inclinato, con un esito incerto, per dirla con le parole del sociologo Mauro Magatti.
In questo nostro tempo complesso in cui la guerra è stata legittimata occorre la ripresa di un grande movimento di lotta per la pace e d’impegno contro la guerra e la violenza diffusa, che sappia incrociare grande passione civile e realismo politico, nell’intelligenza delle situazioni. Ci viene in soccorso – verrebbe da dire come sempre – la filosofa Donatella Di Cesare con il suo ultimo volume Il dominio e il dissenso. Breve manifesto per chi resiste (Feltrinelli 2026, € 13 pp. 144). Nei suoi precedenti lavori, l’autrice ci aveva aiutato a capire come la politica contemporanea si inscriva nello spazio dell’immunizzazione e della paura. Il nuovo testo è in un certo senso la prosecuzione delle riflessioni precedenti.
Sta cambiando – segnala la Di Cesare – il rapporto tra democrazia e dissenso. Quest’ultimo visto sempre più come una minaccia e non come una condizione della democrazia. Quello che è grave è che non c’è una repressione diretta. Non siamo in un paese autocratico, non si viene imprigionati o deportati. Quello che avviene è la neutralizzazione e la vanificazione del dissenso. Chi dissente non incide perché si insinua l’idea che i singoli individui non abbiano più potere. Oppure il dissenso viene criminalizzato, visto come reato. Il dissenso diviene un problema di sicurezza, di ordine pubblico, non di stimolo intellettuale per eventualmente segnalare il superamento di alcuni limiti. Si esclude la possibilità di un confronto, di una prospettiva diversa.
Oggi il dissenso corre veloce, si estende, si moltiplica. Per entrare nello spazio pubblico non deve più varcare le soglie tradizionali – la piazza, il giornale, l’aula. Circola nelle reti digitali, rimbalza sulle piattaforme, viene rilanciato tra commenti, chat e dirette. Ma si consuma – spiega l’autrice – mentre appare. Non produce attrito, non lascia traccia – non genera conflitto. È un rumore senza risonanza. «Prima di essere represso, il dissenso viene anzitutto disperso. Sembra avere più spazio, ma a ben guardare ha poco peso. È privo di forza e gravità. Perciò finisce per frammentarsi in mille rivoli periferici, controversie locali, indignazioni intermittenti. Si protesta, si discute, si litiga, ci si infiamma – senza risultato. Tenuto ai margini, decentrato, trasformato in opinione personale, ridotto a sfogo emotivo, il dissenso è neutralizzato, reso inefficace. Sopravvive, ma svuotato di valore politico. È come un’agorà che parla molto, ma non decide nulla, una pluralità apparente, tollerata perché irrilevante».
La Di Cesare parla di dominio, non di dissenso. Se partiamo dal modello greco, la democrazia presuppone la partecipazione. La partecipazione vuol dire prendere parte, ma anche prendere partito. Vuol dire dividersi. La divisione attiene alla democrazia perché determina un legame, ossia siamo legati da un confronto che non può mai essere violento. Talvolta, il ricorso a strumenti democratici come il diritto o la giustizia diventano modalità contro il dissenso. Pensiamo alle querele temerarie che colpiscono giornalisti ed intellettuali (come Saviano, Canfora) o addirittura i comici. Diventano strumenti di delegittimazione o di intimidazione che segnano il confine del dicibile, una sorta di linea rossa: questo si può dire e questo no. Non è in discussione il procedimento giuridico in sé, ma l’utilizzo per colpire il dissenso. Il dissenso costa.
C’è, inoltre, il fenomeno dell’autocensura. La parola non viene più proibita: si ritrae. La polarizzazione del dibattito pubblico, in cui prevale lo schema amico-nemico, favorisce l’autocensura. «Si tace il più delle volte per timore di non rientrare nella narrazione ufficiale – con i costi che ne deriverebbero. Ma si tace anche per restare nei limiti della contronarrazione, per non esporsi dentro la propria comunità culturale o la propria parte politica. Il prezzo sarebbe un doppio isolamento». È come se la geografia del dicibile – la linea rossa di ciò che bisogna dire o non dire – fosse tracciata non dalla censura, ma dall’autocensura. Il timore per le ripercussioni negative suggerisce di tacere.
Non bisogna confondere il dissenso con la violenza. Occorre eventualmente interrogarsi sul contesto in cui emergono forme violente di protesta. Quale violenza – si chiede la Di Cesare – viene riconosciuta e quale resta invisibile? Quale rottura scandalizza e quale è già incorporata nell’ordine? Sappiamo che vi è una violenza silenziosa, legale, amministrativa, economica, che espelle, marginalizza, precarizza, seleziona, rende superflui. «È una violenza che si dissimula dietro la normalità. Quando il dissenso interrompe quella normalità, ciò che disturba non è tanto il danno materiale, quanto la rottura dell’immagine pacificata della città. Difendere il dissenso non vuol dire assolvere tutto ciò che si compie sotto il suo nome. La violenza nasce spesso dove la divisione non è riconosciuta. Una città che si pensa una, compatta, riconciliata con sé stessa, prepara le condizioni dello scontro più radicale. Una città che riconosce la propria divisione, che ne accetta la visibilità, riduce invece la tentazione dell’annientamento».
Non c’è libertà di parola senza una comunità che la custodisce come bene condiviso. Il dissenso non è solo un singolo atto di ribellione, «è un gesto che riapre lo spazio della politica e restituisce alla comunità il diritto di nominare il proprio tempo». L’agorà resta il luogo emblematico della politica. Non è sufficiente protestare, intervenire – tanto più quando l’intervento si consuma nel clic, nel like solitario, nella disincarnata partecipazione a distanza. È fondamentale«incontrarsi di persona, vedere ed essere visti, avere un posto sulla scena comune. La piazza è tutto questo. Non semplicemente il diritto di apparire, nei termini di Arendt, ma il diritto di modificare la partizione dello spazio pubblico, di contare dove non si era contati. Non una mera somma aritmetica, ma una simultanea presenza politica». Come la storia insegna il dissenso non nasce nei corridoi amministrativi, «ma attraversa ostinatamente la città: dalla Rivoluzione francese ai movimenti operai, dalle marce per i diritti civili alle occupazioni studentesche, il dissenso occupa la piazza. Scioperi, sit-in, manifestazioni: non sono solo forme di protesta, rivendicazioni. Sono varianti di uno stesso atto: interrompere la continuità con cui il potere si presenta».
Il dominio sa gestire un’esplosione emotiva e tradurla in polemica, in qualcosa di innocuo. Fatica invece a governare un’alleanza. Il guaio è che siamo esposti, connessi, ma non legati. «Allearsi non è coincidere. Non è fondersi in un’identità – senza differenze interne. Anche nel dissenso esistono fratture, non solo di idee, ma di condizioni: tra chi è più esposto e chi meno, tra chi rischia il lavoro e chi rischia solo reputazione». Allearsi vuol dire trasformare l’energia dell’indignazione «in vincolo politico, restare legati anche quando l’urgenza si abbassa, i contrasti affiorano. Senza questo passaggio, per quanto difficile e precario, il dissenso non può proiettarsi nel futuro. Resta traccia testimoniale – senza quella capacità di durata che è insieme invenzione, perché resistere non significa conservare». E resistere comincia proprio da qui, «dalla capacità di sostenere il contrasto senza dissolversi, di condividere la responsabilità nella estrema vulnerabilità di questo tempo». In questo tempo turbolento è necessario vigilare. Vigilare ha un significato politico: «chi dorme si ritira nel mondo privato, chi veglia partecipa alla vita della polis e la tiene in vita. Oggi il pericolo non è solo il ripiegamento individuale. È la fusione critica nel fronte. Non solo l’isolamento, ma l’allineamento».
Indubbiamente, come rilevano anche altri esperti e filosofi come Massimo Cacciari, il regime di guerra è ormai la forma che ha preso la politica nel nostro tempo. Non coincide solo con i conflitti armati in corso. È piuttosto – spiega Di Cesare – «la riorganizzazione complessiva dello spazio pubblico secondo una logica bellica. La guerra non resta al fronte – entra nel linguaggio, restringe i confini del dicibile, stabilisce i criteri di legittimità. Divide il mondo in fedeli e sospetti. Chiede allineamento, trasforma la complessità in ambiguità, la distanza in colpa». In questo quadro si è consolidata una forma rinnovata di fascismo, come ha Di Cesare nel suo precedente volume Tecnofascismo. Non il fascismo monumentale del Novecento, ma una sua versione tecnocratica e securitaria. Il tecnofascismo non sospende apertamente la democrazia: la piega, la svuota. Pertanto, oggi resistere significa «non interiorizzare la guerra come grammatica permanente». Non minimizzare il pericolo di un nuovo fascismo, «non attenuare la gravità di un regime tecnobellico». Non limitarsi a parlare di “crisi della democrazia”, «quando il riarmo detta le nuove coordinate politiche. Nominare con precisione è – come si è visto – il primo atto di resistenza».
Resistere allora non è un gesto eroico né clandestino. È la postura «di chiunque rifiuti di collaborare alla chiusura del possibile. Se in passato la resistenza appariva come risposta a una repressione manifesta, oggi deve anticipare, guardare oltre». Finché qualcuno contraddice, interrompe, si allea, resiste, «la guerra non avrà l’ultima parola».
Con un linguaggio semplice, esattamente nel solco della «pace disarmata e disarmante» richiamata fin dal suo primo saluto dalla Loggia delle Benedizioni di San Pietro, Papa Leone ripete che «le armi possono e devono tacere». «Non risolvono mai i problemi, ma li intensificano soltanto». In un altro intervento ha insistito: «La pace si costruisce nel cuore» e «la guerra non è mai inevitabile». Sembrano parole scontate, per il leader spirituale della cattolicità, ma il tono e il tempismo suggeriscono invece altro: Papa Leone non si limita a offrire ai fedeli dei “luoghi comuni”, ma sta intervenendo nella “grammatica” stessa della violenza geopolitica. Le spese militari stanno aumentando in maniera esplosiva, i profitti dell’industria militare galoppano e pure l’indifferenza per gli impatti umanitari della guerra è in crescita. E mentre il mondo brucia così, arriva un Papa che predica che «la pace di Cristo non è il silenzio della tomba dopo il conflitto» e che la vera Pace richiede «riconciliazione, perdono e coraggio». In questo nostro tempo complesso, ci vuole la ripresa di un grande movimento di lotta per la pace e d’impegno contro la guerra e la violenza diffusa, che sappia incrociare grande passione civile e realismo politico, nell’intelligenza delle situazioni. La pace deve – per dirla con Andrea Riccardi – tornare a essere un sogno condiviso, il cuore dell’educazione delle giovani generazioni, il fondamento della società, uno dei maggiori temi del dibattito politico. Per realizzare una pace più larga, c’è un problema di opinione pubblica: che tanti condividano ed esprimano l’orrore per la guerra. Dobbiamo tornare a parlare delle guerre anche lontane: manifestare, intervenire, non dimenticare. È un lavoro di vigilanza, ha ragione Di Cesare. Oggi più che mai, è tempo di scegliere: forza umana o disumana, dominio o dialogo. Il libro della Di Cesare ci aiuta a scegliere.