“Il gioco delle forme” a Teatrosophia: uomo incinto, libertà e paradossi della genitorialità contemporanea
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“Il gioco delle forme” a Teatrosophia: uomo incinto, libertà e paradossi della genitorialità contemporanea

Dramma semiserio di inattesa e misteriosa gestazione paterna in un interno. Semiserio  perché si sorride anche, eccome se si sorride e si ride persino.

“Il gioco delle forme” a Teatrosophia: uomo incinto, libertà e paradossi della genitorialità contemporanea
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21 Maggio 2026 - 22.27


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di Mariano Sabatini

Dramma semiserio di inattesa e misteriosa gestazione paterna in un interno. Semiserio  perché si sorride anche, eccome se si sorride e si ride persino. È in estrema sintesi il nucleo drammaturgico del coinvolgente testo di Stefano Ferrara, andato in scena nel romano Teatrosophia, dal titolo “Il gioco delle forme”: triangoli, quadrati, rettangoli, cerchi che solo la fantasia più libera e gioiosa può divertirsi a ricombinare nei modi meno consueti o prevedibili. Già, perché non ci si pensa mai che certi giochini didattici, in apparenza innocui, possono allenare i più piccoli al conformismo, alla ripetizione coatta di dannosi stereotipi mentali, ai quali si finisce per aderire in modo acritico. Ed è invece necessario e bello rimanere accoglienti verso le mirabili sorprese della vita. 

Chi lo dice che in un cerchio non entri un quadrato? O che in un rettangolo non possa incastrarsi bene un triangolo? Allo stesso tempo chi ci dice che un maschio, etero e cisgender non possa ritrovarsi con un pancione, alle prese con le angosce, i dolori, i pesi alle caviglie di un feto che gli cresce nella pancia. A regalare a un pubblico folto e attentissimo (con qualche inevitabile mugugno di fastidio per le tematiche che serpeggia alla fine) uno spettacolo di oltre un’ora e mezza, sempre da solo in scena, in un monologo che passa dall’introspezione ai tentativi di dialogo provocatorio con gli astanti, è l’eccellente Bruno Petrosino, 34 anni, di origini salernitane. Un attore giovane, ma con un solido e articolato percorso teatrale alle spalle – si legge sul comunicato stampa. – Un volto dai tratti inconfondibili che ha già conquistato il pubblico nella prima parte della stagione con Nessuno dopo di te. Petrosino torna in scena con un monologo intenso e delicato: un atto di resilienza gentile, un invito ad andare oltre le apparenze, a mettere in discussione l’idea che esista una forma “giusta” in cui incasellarsi. Un augurio sincero: imparare ad amare qualcuno per ciò che custodisce dentro.

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Petrosino è Emidio, un uomo incinto come Marcello Mastroianni e Arnold Schwarzenegger nei relativi film. Il motivo per cui lo sia non è noto, è così e basta (in realtà poi un’ipotesi si farà), è come il miracolo del concepimento di Gesù, solo che non c’è stato nessun arcangelo fluttuante ad annunciarglielo. Come comportarsi in questi casi? Come dare una spiegazione razionale a qualcosa che capita e basta, un qualcosa di extraordinario che rende straordinarie queste vite ordinarie? Emidio è un uomo incinto che soffre il concetto atavico di genitorialità. Com’è possibile poter sacrificare la propria vita per dare al mondo un’ulteriore bocca da sfamare, proprio lui che, a detta sua, tornando indietro, non ci metterebbe proprio piede su questo mondo? Emidio è un uomo incinto che non sa accudire e pensa solo ai fatti suoi. Non vuole assumersi la responsabilità di sé stesso, figuriamoci di un altro. Emidio è un uomo incinto che quando si siede non sta mai comodo, che cambia sempre posa della schiena, che beve l’ultimo goccio della bottiglia. 

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Petrosino, bravissimo,  padrone del palcoscenico, ineccepibile nelle trasmutazioni di umore del personaggio, in una lunga rapsodica danza di sensi e senso, mette la sua imponente fisicità al servizio dell’indesiderata gestazione e in modo carismatico induce il pubblico a ripetere con lui “siamo genitori di merda”. Inutile negarlo, spesso è vero. Soprattutto se nell’egoismo di gestire i figli secondo i nostri desideri dimentichiamo di spingerli per tempo fuori dal nido e ne facciamo nostri bolsi cloni. In una dipendenza affettiva che li avvilisce e spersonalizza. E se ci volesse un padre, un padre in grado di partorire con dolore (già ma da quale orifizio?), per trovare il coraggio di concedersi e rispettare il privilegio della libertà, nostro e altrui? Libertà anche di non nascere. Di immaginare. Di opporsi all’inesprimibile e irriducibile.    

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