Cecilia Strada smaschera l’ipocrisia sull’orrore palestinese: Ben Gvir non è un’eccezione, ma il sistema israeliano
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Cecilia Strada smaschera l’ipocrisia sull’orrore palestinese: Ben Gvir non è un’eccezione, ma il sistema israeliano

Cecilia Strada è una pericolosa fiancheggiatrice di organizzazioni terroristiche? Qualcuno la voglia di strillarlo ai quattro venti ce l’ha da molto tempo e in parecchi hanno pure accostato gli aneliti di verità e pace della figlia del fondatore di Emergency

Cecilia Strada smaschera l’ipocrisia sull’orrore palestinese: Ben Gvir non è un’eccezione, ma il sistema israeliano
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Seba Pezzani Modifica articolo

21 Maggio 2026 - 22.41


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Cecilia Strada è una pericolosa fiancheggiatrice di organizzazioni terroristiche? Qualcuno la voglia di strillarlo ai quattro venti ce l’ha da molto tempo e in parecchi hanno pure accostato gli aneliti di verità e pace della figlia del fondatore di Emergency a quelle che, a loro dire, sarebbero le inaccettabili intemperanze istituzionali di Francesca Albanese, l’altro grande bersaglio privilegiato di chi ancora non ammette che ciò che sta succedendo in Palestina è destinato a essere il peggior crimine collettivo del secolo. Sempre che non accada di peggio, lì o altrove: il tempo per battere il triste record del secolo, infatti, non manca.

In diversi tra i nostri parlamentari del PD e pure di qualche altro partito a esso in teoria alleato sono particolarmente stizziti nel dover tenere a freno quei commenti al vetriolo che avrebbero volentieri espresso insieme alla bile di cui hanno avuto un inevitabile rigurgito biblico. Cecilia Strada, infatti, ha dichiarato che «Ben Gvir non è l’eccezione. È la regola», dopo lo spettacolo deplorevole e disgustoso di cui si è reso protagonista il ministro della sicurezza nazionale di Israele, in mondovisione. Ancora una volta, saranno costretti a elaborare la stizza in un silenzio carico di imbarazzo. Dopo il trattamento riservato agli attivisti della Sumud Flottilla – compresi numerosi cittadini italiani – il nostro governo, che per mesi – anzi, anni – ha fatto orecchie da mercante di fronte alle insensate violenze di stato di Israele, si è finto indignato e ha chiesto al Ponzio Pilato per eccellenza, il ministro degli Esteri, Tajani, di assumere posture incazzose che in lui stridono particolarmente e di sfoggiare l’abito belligerante dell’offesa patria. Da parte sua, il primo ministro Giorgia Meloni non ha mai stigmatizzato le decine di migliaia di morti provocate dai bombardamenti israeliani e gli omicidi “mirati” che hanno falciato giornalisti, personale medico, volontari, donne, vecchi e bambini, preferendo trincerarsi dietro l’appoggio incondizionato all’amico Israele e al suo diritto sacrosanto di difendersi.

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Sembra che soltanto il penoso teatrino delle botte e umiliazioni inflitte dai militari israeliani ai volontari della Flottilla – rapiti con un vero e proprio atto di pirateria in acque internazionali – sotto la regia compiaciuta di un ministro con la stella di Davide su un bavero e un cappio d’oro sull’altro sia riuscito nell’ardua impresa di dare la sveglia ai cagnolini di Trump. I circa 75.000 morti ufficiali palestinesi in meno di tre anni, la devastazione di intere aree urbane e le continue violazioni di qualsiasi parvenza di diritto internazionale da parte di Tel Aviv, dunque, non contano nulla. Non a caso, l’indignazione ufficiale è un conto, la scelta di prendere definitivamente le distanze dagli orrori dello stato di Israele è un altro, come dimostrato dalla decisione di schierarsi al fianco della Germania contro sanzioni serie e realmente pesanti da parte dell’Europa.

La storia non insegna nulla, ma è la storia a raccontarci la verità. E dire che ancora in molti fingono che non vi sia una parvenza di verità condivisibile in quello spicchio travagliato di mondo.

Poco più di trent’anni fa, conobbi una coppia di sposini israeliani residenti a Parma per ragioni di studio. Bionda e con gli occhi azzurri, lei (presumibilmente askenazita), di carnagione olivastra e con gli occhi castani, lui (certamente sefardita). Due ragazzi convintamente “di sinistra”, comunque ostentatamente progressisti. Il primo ministro israeliano del tempo, Yitzhak Rabin, stava per siglare gli accordi di Oslo e i due giovani erano suoi strenui sostenitori. Di lì a qualche anno, un ebreo di una frangia estremista vicina proprio a Ben Gvir lo avrebbe assassinato. La questione mediorientale iniziava a interessarmi e la curiosità di sapere cosa pensassero due miei coetanei israeliani della pace con i palestinesi era forte. Dunque, glielo chiesi senza girarci intorno. La loro risposta fu che la pace era l’unica soluzione e che, in quanto tale, andava sposata. Non mi dissero che la pace era una cosa giusta perché i palestinesi avevano a loro volta diritto a una terra. Certo non mi dissero che ne avevano più diritto di loro, occupandola da un paio di migliaia di anni. Non mi dissero nemmeno che il trattamento umiliante a cui i loro vicini di casa erano sottoposti quotidianamente dal governo di Tel Aviv non aveva diritto di cittadinanza in un mondo giusto e in un paese che si professava democratico e aspirava a essere un faro di democrazia nell’aera.

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Semplicemente, l’idea che ci fosse un altro popolo nel luogo che i loro antenati avevano trasformato in stato confessionale non era concepibile. Nessuno glielo aveva insegnato. Anzi, qualcuno gli aveva impartito la lezioncina che ci tocca sentirci propinare ogni giorno: questa è la nostra terra, la terra dei nostri avi, la terra che Dio ha dato ad Abramo e ai suoi discendenti. Oppure, peggio ancora: i palestinesi non esistono, non sono un popolo, questa terra non gli è mai appartenuta.

Il lavaggio del cervello non serve farlo con il megafono. Basta ripetere più volte, anche sommessamente, una panzana per far sì che si sedimenti nel cervello dei deboli e, da lì, contamini con la sua onda osmotica persino il limitato spazio della discussione razionale e libera. Il resto lo fa il flusso costante ed enorme di disinformazione che la macchina della propaganda alimenta almeno dal 1948 in poi.

Il sistema è lo stesso di sempre: dichiararsi vittime della storia, strapparsi i capelli, ribaltare il senso comune delle cose, negare l’evidenza, disumanizzare i dissenzienti, annientare fisicamente e psicologicamente il nemico.

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Ragione ha Cecilia Strada: Ben Gvir non è l’eccezione. Le parole di dissociazione pronunciate da qualcuno all’indomani della diffusione delle immagini dei trattamenti degradanti riservati ai volontari della Sumud Flottilla sono lacrime di coccodrillo e bugie da pulcinella. Ben Gvir sarebbe un perfetto signor nessuno se qualcuno non gli avesse dato il voto e se, con il suo voto alla Knesset, non tenesse in vita il traballante governo Netanyahu. Ed eliminare politicamente Netanyahu non sarebbe difficile se davvero ce ne fosse la volontà. Ogni paese ha il governo che si merita.

Una tazza di caffè forte per tutti i membri del nostro governo, dunque, e pure per svariati esponenti della nostra ignava opposizione forse darebbe la sveglia.

Anche noi, a quanto pare, abbiamo il governo che ci meritiamo.

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