George Harrison, il Beatle riluttante: talento, spiritualità, eccessi e contraddizioni
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George Harrison, il Beatle riluttante: talento, spiritualità, eccessi e contraddizioni

George Harrison. Il Beatle riluttante (Caissa Italia, traduzione di Elena Montemaggi, pagg 366, euro 25) di Philip Norman.

George Harrison, il Beatle riluttante: talento, spiritualità, eccessi e contraddizioni
George Harrison
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22 Settembre 2026 - 12.35


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di Rock Reynolds

Forse solo la Shoah, la Seconda guerra mondiale e la storia di Gesù Cristo e dei suoi epigoni hanno dato vita a un numero superiore di pubblicazioni: la parabola dei Beatles si è lasciata alle spalle migliaia di libri che ne hanno analizzato la fulminea ascesa e la fine altrettanto veloce praticamente sotto ogni aspetto. C’è chi ha scritto semplici biografie della band, chi ne ha anatomizzato la musica, chi ne ha sviscerato i testi, chi li ha collocati all’interno di uno studio sociologico dell’Inghilterra degli anni Sessanta, chi ha cercato significati politici nella loro arte, chi addirittura ha pensato di snocciolare riferimenti al divino, al cibo, agli animali nella loro discografia. Non v’è un solo tema dello scibile che non sia stato ascritto ai quattro di Liverpool, per lo più inconsapevoli dei significati più o meno arcani della propria produzione artistica.

È con questa premessa che mi sono accostato a un ennesimo capitolo della letteratura dedicata a questo fenomeno musicale e culturale che non ha uguali nella storia dell’umanità. Il che significa che pensare di leggere una lunga biografia di uno dei quattro non mi sorrideva particolarmente. La curiosità ha fortunatamente avuto il sopravvento e, da buon fan e conoscitore dei Beatles, ho trovato pane per i miei denti in George Harrison. Il Beatle riluttante (Caissa Italia, traduzione di Elena Montemaggi, pagg 366, euro 25) di Philip Norman.

D’accordo, Norman appartiene alla nobiltà della critica pop: a lui si deve quella che, a tutt’oggi, è forse considerata la storia dei Beatles per eccellenza: Shout! Ma la mia diffidenza si è stemperata e poi è svanita del tutto con il passare delle pagine, pagine in cui ho scoperto qualche aneddoto e dettaglio che, persino a un beatlemaniaco come me, sono risultati del tutto nuovi.

Ma partiamo dal titolo emblematico: chiunque abbia un minimo di familiarità con i Beatles ha inevitabilmente sempre considerato George Harrison una figura quasi nell’ombra. George non ha mai fatto molto per contrastare tale immagine, manifestando quasi dal principio la necessità di preservare la propria privacy e di distaccarsi dalla narrazione pubblica che ritagliava addosso ai quattro amici di Liverpool una scomoda divisa da geni e semidei. George Harrison. Il Beatle riluttante ha il pregio di evidenziare tale esigenza, a tratti divenuta una vera e propria ossessione, senza però cedere alla tentazione di compiere un’operazione celebrativa e riuscendo lucidamente a restituirci un Harrison a tutto tondo, con i suoi principi ferrei – soprattutto dettati dal crescente coinvolgimento nella spiritualità indiana – e pure con le sue frequentissime e umanissime cadute di tono.

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Il George Harrison che emerge da queste pagine non è un santerellino. Se qualcuno è convinto che le marachelle le avesse combinate soprattutto John Lennon, non certo un personaggio facile da maneggiare, con le sue paure mascherate da un’aria burbera e scostante, dopo aver letto questa biografia di George, potrebbe ricredersi.

Uno degli elementi cardine dei Beatles che, più di qualsiasi altro grande gruppo apparso sulle scene del rock’n’roll, hanno fondato la propria fortuna su spirito innovativo, creatività e genio musicale, è quello che a prima vista in molti sottostimano: l’amicizia. I quattro ragazzi di Liverpool, come Norman sottolinea più volte, erano come i moschettieri di D’Artagnan e sapevano serrare le fila nei momenti di imbarazzo e presentarsi al pubblico con un’immagine che bucava lo schermo e che era figlia di sorrisi inizialmente genuini e via via studiati con maestria teatrale. L’età di George, che non aveva nemmeno vent’anni al momento della pubblicazione del primo singolo dei Beatles, “Love me do”, sarebbe stata un elemento di imbarazzo, persino di disturbo per il più giovane della band che, per molti anni, avrebbe lottato per lo più in silenzio contro l’atteggiamento da padre padrone di John Lennon e quello sprezzante do Paul McCartney, nonostante fosse stato quest’ultimo a caldeggiare il suo ingresso nel gruppo, mantenendo però un’aria di superiorità che alla lunga avrebbe alimentato tensioni insopportabili e insuperabili.

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Philip Norman non fa sconti e, pur riconoscendo la grandezza artistica di George, ce lo restituisce con luci e ombre. George, restando spesso in disparte insieme a Ringo e lasciando che i riflettori si puntassero soprattutto su John e Paul, avrebbe sviluppato una personalità fortissima, seppur in bianco e nero. Il George che Norman descrive è un grande talento musicale, un chitarrista fine quanto poco conscio della propria grandezza, una personalità votata alla spiritualità tanto quanto agli eccessi. È il George che avrebbe sposato sul finire dell’esperienza dei Beatles la religiosità orientale e che, tra i primissimi artisti occidentali, avrebbe tentato una fusione tra pop e musica tradizionale indiana. Ma è pure il George che, più di ogni altro nei Beatles, avrebbe inseguito avventure sessuali con una frequenza sconcertante, talvolta macchiandosi di plateali infedeltà: a questo proposito, davvero interessante è il racconto della sua storia con Pattie Boyd, poi abbandonata tra le braccia dell’amico Eric Clapton. Ma, persino una volta trovata la pace dei sensi con la sua seconda e ultima moglie Olivia, madre del suo unico figlio, Dhani, le divagazioni sentimentali, talvolta smaccate, non sarebbero mancate.

George è il Beatle “silenzioso”? Certo, ma è pure quello che non si tirava mai indietro quando c’era da dire qualcosa di forte. Lo sanno bene gli altri tre, a cui non avrebbe mai lesinato parole dure. In fondo, è il George a tratti sereno e a tratti risentito. È il George riluttante, quello che avrebbe aperto il cuore ai bisogni di un Bangladesh in grave difficoltà, con il primo grande evento benefico, il “Concert for Bangladesh” del 1971, e, molto tempo dopo, con un impegno per i bambini abbandonati a se stessi negli orfanotrofi della Romania in seguito alla caduta del regime di Ceausescu. Ma è pure la medesima persona che sapeva puntare i piedi con ostinazione patologica ogni volta che non gli andava qualcosa. È lo stesso George che praticava la meditazione trascendentale e che credeva che Krishna gli concedesse il diritto a ogni divagazione erotica. Il suo misticismo o, quantomeno, il suo romanticismo ottimista traspaiono da canzoni senza tempo come “Something”, “Here comes the sun” e “My sweet Lord” (di cui Norman traccia il percorso a ostacoli dovuto a una causa per plagio persa brutalmente), ma non tutto oro è quel che luccica e George ha per decenni flirtato pericolosamente con alcol e cocaina, oltre che con una dipendenza da fumo che lo avrebbe fatto finire nella tomba.

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È pure il George che aveva incredibili slanci di generosità e che era al tempo stesso capace di plateali meschinità. Ed è il George che si schermiva quando veniva trattato da divinità del rock, ma che, in altre circostanze, assumeva atteggiamenti infantili da superstar. È il George che amava il giardinaggio quasi quanto la musica o forse più, ma che aveva una passione sfrenata per le auto veloci. Ed è pure il George che, cosa di io non ero al corrente, ha sostanzialmente evitato ai Beatles dell’era pre-Ringo di finire la propria avventura prematuramente e ha co-firmato con John quello che resta il primo brano mai inciso a loro nome, “Cry for a shadow”, uno strumentale un po’ di maniera ma comunque promettente.

E poi, naturalmente, ci sono la musica e il cinema, soprattutto la commedia in stile Monty Python, altra sua grande passione, e il business, non sempre il suo forte, ma non necessariamente per colpa sua. Philip Norman riesce a far capire al lettore che, nonostante la sua diffidenza naturale, le situazioni in cui George si è lasciato trascinare in guai finanziari sono più che numerose.

Tra le pagine, ovviamente, compaiono i nomi della nobiltà della musica, del mondo dello spettacolo, della politica e dello sport. Solo qualche esempio: Elvis, Chuck Berry, Everly Brothers, Bob Dylan, Tom Petty, Rolling Stones, Jimi Hendrix, Peter Sellers, Ravi Shankar, Gerald Ford, Madonna, Muhammad Ali, Jackie Stewart.

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