In Italia il problema di chi da decenni legifera sulla scuola è che non conosce la scuola.
Se il ministro dell’Istruzione e del merito Valditara e la stessa Giorgia Meloni avessero avuto contezza della situazione reale della scuola italiana, avrebbero saputo che esiste già una circolare ministeriale (ascrivibile all’indimenticata ministra dell’istruzione del terzo governo Berlusconi Maria Stella Gelmini) che fissa al 30% la presenza di stranieri per ogni classe e soprattutto avrebbero saputo che in sedici anni non è stata praticamente mai applicata.
Non per cattiva volontà dei dirigenti scolastici, in genere sempre pronti alla cieca obbedienza alle circolari governative, ma per l’impossibilità pratica di limitare la presenza di studenti di origine non italiana, soprattutto nelle regioni del centro-nord, in cui gli stranieri superano il 10% della popolazione. Sapendo questo, la presidente del consiglio Meloni avrebbe potuto evitare di annunciare l’ennesima iniziativa inutile, dal sapore propagandistico e finalizzata esclusivamente a rincorrere Vannacci sul terreno del nazionalismo becero e fascistoide dell’ex generale.
Le ragioni dell’inapplicabilità di una norma del genere sono tante e complesse. Proviamo a dirne qualcuna.
Innanzitutto, il numero di alunni per classe e la mancanza dei fondi necessari per moltiplicare le classi. Detto diversamente: se in una scuola gli stranieri sono il 40% degli alunni di ogni classe, si potrebbe abbassare la percentuale solo diminuendo gli alunni di ogni classe e creando nuove classi. Ma per farlo servirebbero nuove aule e nuovi docenti, cioè investimenti pubblici. Né d’altra parte si possono obbligare le famiglie degli immigrati regolarmente presenti nel nostro paese a portare i figli a scuola a chilometri da casa, solo perché la scuola di quartiere ha già raggiunto il tetto consentito degli stranieri e non ha i fondi per aumentare il numero delle classi: in questo modo, infatti, si lederebbe il diritto allo studio costituzionalmente garantito (art. 34).
Non è degno di un paese civile accettare gli stranieri solo in quanto lavoratori sottopagati e sfruttati dell’imprenditoria (squisitamente italica s’intende) e poi emarginarli se si tratta di fornire loro un’istruzione.
D’altra parte, una distinzione per etnia violerebbe perfino l’articolo 3 della Costituzione, quello che stabilisce l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, perciò, un’eventuale ulteriore stretta sulla percentuale di stranieri per classe deve essere motivata da ragioni di inclusione, non dal razzismo di chi in realtà ritiene che gli studenti stranieri non debbano integrarsi con quelli italiani.
Perciò, la norma non può riguardare gli stranieri che parlano l’italiano – talora, peraltro, meglio di tanti italiani – ma dovrebbe riguardare solo i bambini e i ragazzi privi delle competenze linguistiche di base. In questo caso, però, la soluzione non può essere solo quella di diminuire il numero di stranieri per classe, così da “disturbare” meno gli studenti italiani, infischiandosene dell’apprendimento degli stranieri, ma occorrerebbe accompagnarla quanto meno al finanziamento di progetti pubblici e gratuiti di potenziamento linguistico, come accade in Francia e in altri stati europei. Ma anche per questo ci vogliono investimenti, non slogan.
L’altra brillante idea orgogliosamente partorita da Meloni per risolvere i problemi dell’integrazione scolastica è quella di vietare il burqa e il niqab, cioè due tipi di velo che coprono il viso di molte donne islamiche. Dal punto di vista della propaganda, l’iniziativa ha senz’altro la sua efficacia, perché richiama implicitamente alla superiorità dei cosiddetti valori occidentali rispetto all’impostazione patriarcale e liberticida delle comunità islamiche più intransigenti, potendo perfino vantare fondati motivi di sicurezza a proprio supporto. E in effetti il velo integrale è già vietato in molti paesi europei come Francia, Austria, Belgio e Portogallo.
Nell’Italia meloniana, però, rimane l’impressione di una certa ipocrisia in questa sfrontata rivendicazione di superiorità morale di una società – nell’immaginario governativo bianca e cattolica – rispetto al mondo islamico, dal momento che quasi contestualmente alle proposte sulla scuola lanciate da Meloni a Fenix, la festa dell’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia, il ministro degli Esteri Antonio Tajani stigmatizzava l’uso delle minigonne da parte di donne (italiche) giudicate per questo poco affidabili.
Né si possono dimenticare tutte le dichiarazioni che gli esponenti di Fratelli d’Italia hanno fatto nel corso degli anni contro l’emancipazione femminile e a favore del matrimonio e della maternità come massima realizzazione della vita di una donna.
Del resto, questo governo nulla ha fatto per favorire la reale autonomia ed emancipazione delle donne, ignorando del tutto le discriminazioni salariali rispetto agli uomini, la questione del congedo paritario, il problema degli asili nido tutt’altro che gratuiti… e via dicendo. Perfino la legge contro la violenza di genere è maschilista, dal momento che l’iniziale richiamo al consenso esplicito è stato trasformato su iniziativa della senatrice e presidente della commissione giustizia Giulia Bongiorno nel riferimento al dissenso esplicito.
Insomma, fra ignoranza tendente all’improvvisazione, ipocrisia e propaganda, questa destra si scontra sempre contro gli stessi ostacoli: il rispetto del dettato costituzionale, l’eguaglianza dei diritti, le libertà civili, l’integrazione del diverso… cioè i veri valori occidentali che andrebbero difesi e soprattutto applicati.
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