Abbas (Abu Mazen) all’Onu: i palestinesi non lasceranno la nostra terra, non accetteremo lo sfollamento
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Abbas (Abu Mazen) all’Onu: i palestinesi non lasceranno la nostra terra, non accetteremo lo sfollamento

Mahmoud Abbas parla da remoto all’Onu mentre agli stessi palestinesi viene impedito di essere presenti nell’aula. Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese non ha potuto raggiungere New York perché gli Stati Uniti gli hanno negato il visto

Abbas (Abu Mazen) all’Onu: i palestinesi non lasceranno la nostra terra, non accetteremo lo sfollamento
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24 Settembre 2026 - 21.59


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Mahmoud Abbas parla da remoto all’Onu mentre agli stessi palestinesi viene impedito di essere presenti nell’aula. Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese non ha potuto raggiungere New York perché gli Stati Uniti gli hanno negato il visto e ha dovuto affidare a un intervento preregistrato la denuncia di una guerra che ha devastato Gaza e di una politica di occupazione che, in Cisgiordania, continua a sottrarre terra e spazio alla presenza palestinese.

È difficile non vedere la contraddizione: il luogo nel quale i popoli dovrebbero poter far valere il diritto internazionale è anche quello nel quale la rappresentanza palestinese viene tenuta fuori dalla porta. Abbas lo ha detto senza giri di parole: i palestinesi non accetteranno che siano altri a decidere il loro destino.

«Non lasceremo la nostra patria. Non accetteremo lo sfollamento. E non permetteremo a nessuno di decidere il nostro futuro al posto nostro. Decidiamo noi stessi».

È questo il cuore del suo intervento. E non è una dichiarazione astratta. È la risposta politica a un conflitto nel quale la questione di chi resterà sulla propria terra è diventata uno dei nodi centrali.

«Non lasceremo la nostra patria»

Rivolgendosi ai giovani palestinesi e alla diaspora, Abbas ha rivendicato la resistenza della popolazione alla pressione esercitata dalla guerra e dall’occupazione.

«Avete dipinto il più grande quadro di orgoglio e dignità restando saldamente ancorati alla vostra terra, alla vostra unità e ai vostri legittimi diritti», ha detto.

A Gaza, ha accusato Israele, la popolazione palestinese è sottoposta a uccisioni, distruzione, fame e tentativi di sfollamento. Abbas ha definito l’offensiva israeliana una «guerra genocida» e ha parlato di una catastrofe umanitaria senza precedenti.

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Il punto politico è evidente: nessuna soluzione può essere costruita sull’idea che Gaza debba essere svuotata dei suoi abitanti o che i palestinesi debbano essere spinti fuori dalla propria terra. Il rifiuto dello sfollamento è diventato una linea rossa.

Cisgiordania, terra sottratta e violenza dei coloni

Ma Gaza non è l’unico fronte denunciato da Abbas.

In Cisgiordania e a Gerusalemme Est, il presidente palestinese ha puntato il dito contro l’espansione degli insediamenti israeliani, la violenza dei coloni, le demolizioni e quella che ha definito una politica di sottrazione delle terre.

Secondo Abbas, non si tratta soltanto di ostacoli alla nascita di uno Stato palestinese. È in discussione la possibilità stessa per i palestinesi di continuare a vivere sulla propria terra.

Ha parlato di un sistema fondato su «discriminazione razziale, pulizia etnica e terrorismo di Stato» e ha avvertito che queste politiche stanno minacciando «la stessa esistenza del popolo palestinese».

Sono accuse gravissime, che Abbas rivolge direttamente a Israele. Ma il quadro descritto nel suo intervento riguarda una questione concreta: mentre la comunità internazionale continua a parlare della soluzione dei due Stati, sul terreno la frammentazione territoriale e l’espansione degli insediamenti rendono sempre più difficile immaginare come quella soluzione possa essere realizzata.

L’appello a Trump: basta annessioni, basta espulsioni

Abbas ha quindi chiamato direttamente in causa Donald Trump.

Il presidente palestinese ha ricordato gli impegni assunti da Trump lo scorso settembre con i leader arabi e musulmani e gli ha chiesto di rispettarli: impedire l’annessione di territorio palestinese e respingere qualsiasi progetto di sfollamento.

Ha inoltre chiesto di accelerare l’attuazione della seconda fase dell’accordo di pace tra Israele e Hamas, sostenendo che non c’è altro tempo da perdere.

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Il messaggio rivolto alla Casa Bianca è dunque preciso: se Washington vuole presentarsi come arbitro di un processo di pace, deve impedire che la realtà sul terreno renda quella pace impossibile.

Non può esserci una soluzione politica se da una parte si parla di negoziati e dall’altra continuano guerra, occupazione, espansione degli insediamenti e sottrazione di territorio.

L’attacco all’Unrwa

Abbas ha dedicato un passaggio importante anche all’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi.

Ha denunciato gli attacchi israeliani contro sedi e istituzioni dell’Onu a Gerusalemme e in Cisgiordania, sostenendo che queste azioni stanno compromettendo la possibilità per l’agenzia di svolgere il proprio lavoro.

«Chiediamo a tutti gli Stati e alle organizzazioni internazionali e regionali di continuare a sostenere il lavoro dell’Unrwa, per la quale non esiste alcun sostituto finché la questione dei rifugiati non sarà risolta», ha affermato.

La questione dei rifugiati rimane infatti uno dei nodi irrisolti del conflitto israelo-palestinese. E per Abbas l’indebolimento dell’Unrwa non può essere separato dalla più ampia questione del diritto al ritorno e dello status dei palestinesi espulsi dalle loro terre.

«Quanto ancora il mondo resterà in silenzio?»

È stata forse questa la domanda più politica dell’intervento.

«Quanto ancora alcuni Stati continueranno a rimanere in silenzio davanti a Israele o a fornirgli le armi che utilizza contro il nostro popolo?», ha chiesto Abbas.

La denuncia non riguarda soltanto Israele. Chiama in causa anche i governi che continuano a sostenerlo politicamente e militarmente mentre a Gaza il bilancio umano della guerra continua a essere devastante.

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Abbas ha chiesto alla comunità internazionale di proteggere il popolo palestinese, garantire la sua permanenza sulla propria terra, porre fine all’occupazione e attuare la soluzione dei due Stati.

Ha inoltre accusato l’estremismo israeliano di perseguire un progetto espansionista legato all’idea della «Grande Israele» e di voler cancellare la presenza palestinese.

Il diritto internazionale come strada per la pace

Eppure il discorso di Abbas non si è concluso con un appello alla vendetta o alla guerra. Al contrario, ha rivendicato il ricorso agli strumenti del diritto internazionale.

Ha ricordato la scelta palestinese di rivolgersi alle Nazioni Unite, alla Corte internazionale di giustizia e alla Corte penale internazionale.

«La nostra scelta di invocare il diritto internazionale è una scelta pacifica e civile», ha affermato.

E alla fine ha teso la mano alla pace: «Tenderemo le nostre mani alla pace basata sulla legittimità internazionale», affinché i palestinesi possano conquistare libertà e indipendenza e tutti i popoli della regione possano vivere «in sicurezza, pace e buon vicinato».

È difficile immaginare un punto di partenza più elementare: nessuna pace può essere duratura se pretende che un popolo rinunci alla propria terra, ai propri diritti e alla possibilità di decidere del proprio futuro.

Il messaggio di Abbas all’Onu è stato dunque semplice e radicale soltanto perché oggi appare tutt’altro che scontato: i palestinesi non intendono sparire dalla propria terra per rendere più semplice la soluzione del conflitto. E una pace costruita sull’espulsione di una popolazione non sarebbe una pace, ma la consacrazione della forza come criterio per decidere chi ha diritto a restare.

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