Mancate promesse, tagli al welfare e favori agli evasori: nei 1.400 giorni di Meloni non c'è nulla da festeggiare
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Mancate promesse, tagli al welfare e favori agli evasori: nei 1.400 giorni di Meloni non c'è nulla da festeggiare

Il governo di Giorgia Meloni festeggia i suoi 1424 giorni, come se la durata di un governo fosse di per sé un merito. Lo è solo nel caso in cui si sia impiegato il tempo a migliorare la vita dei cittadini, altrimenti diventa un un’aggravante. 

Mancate promesse, tagli al welfare e favori agli evasori: nei 1.400 giorni di Meloni non c'è nulla da festeggiare
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Giovanna Musilli Modifica articolo

14 Settembre 2026 - 23.12


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Il governo di Giorgia Meloni festeggia i suoi 1424 giorni, come se la durata di un governo fosse di per sé un merito. Lo è solo nel caso in cui si sia impiegato il tempo a migliorare la vita dei cittadini, altrimenti diventa un un’aggravante. 

Sbaglia chi critica il governo Meloni per non aver mantenuto molte delle promesse fatte in campagna elettorale: se l’Italia è ancora una democrazia, per quanto pericolante, e non è ancora in default, lo dobbiamo esattamente al fatto che chi ci governa non è stato capace o non ha potuto mantenere la parola data. 

Prendiamo ad esempio il blocco navale, la chiusura dei confini, il premierato, l’autonomia differenziata, la flat tax estesa a tutti, la restrizione indiscriminata dei diritti civili e altre amenità identitarie che tanto hanno fatto presa su un elettorato ormai stanco, deluso, spesso sulle soglie della povertà e per lo più poco incline al consumo di libri.

Sono solo due i punti riguardo ai quali sarebbe stato positivo mantenere l’indirizzo programmatico sbandierato in campagna elettorale: la posizione critica nei confronti delle scellerate politiche dell’Unione Europea e l’attenzione alla questione palestinese. 

Purtroppo, anche su questi il dietrofront è stato immediato e repentino: il governo Meloni fin dall’inizio del mandato ha aderito passivamente a tutte le richieste dell’Unione Europea sul riarmo e sul patto di stabilità (severissimo se si tratta di spendere soldi per la sanità o la scuola, aggirabile se si tratta di acquistare armi), e si è mostrato del tutto indifferente, quando non complice indiretto, rispetto al genocidio palestinese. L’Italia è stato uno dei pochissimi paesi, insieme alla Germania, a essersi sempre opposto a qualsiasi tipo di sanzione nei confronti di Israele, del suo governo e dei coloni che continuano impunemente a occupare terre in Cisgiordania.  

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Senza contare la cieca obbedienza nei confronti degli Stati Uniti, prima di Biden e poi di Trump: è risaputo da ottant’anni che in Italia difficilmente un governo può godere di buona salute qualora sia sgradito alla Casa Bianca, ma da qui al servilismo ce ne corre. 

L’entusiasta adesione del governo Meloni alla richiesta trumpiana di devolvere il 5% del PIL alla Nato, per paesi come l’Italia che ha un debito pubblico di oltre tremila miliardi, equivale a decretare la definitiva agonia del welfare, della sanità pubblica, della scuola e di tutte le voci di spesa pubblica non collegate con la difesa. Con tanti saluti ai servizi ai cittadini e in barba all’impennata dei carburanti, delle bollette e dell’inflazione. 

Anche quando il governo ha tentato di mantenere le promesse, l’incompetenza e l’incapacità hanno fortunatamente impedito esiti catastrofici, come nel caso della legge sul premierato, arenatasi in Parlamento e quella sull’autonomia differenziata, sostanzialmente bocciata dalla Corte Costituzionale. 

Mentre purtroppo per contrastare l’immigrazione clandestina qualcosa è stato fatto: sono stati costruiti i centri di detenzione per migranti in Albania, sperperando quasi un miliardo di denaro pubblico, salvo poi scoprire che sono inutilizzabili perché violano norme vincolanti dell’UE. 

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Il governo della cosiddetta destra sociale è anche lo stesso che ha abolito il reddito di cittadinanza, si è opposto al salario minimo, ha praticamente ignorato i sindacati se non per demonizzarli, ha remato contro i referendum a difesa dei diritti e della sicurezza sul lavoro che infatti nel 2025 non hanno raggiunto il quorum. 

Sul piano della legalità, peggio che andar di notte. A parte l’epocale legge anti-rave party, lacerante emergenza securitaria su tutto il territorio nazionale, non si ricordano altre iniziative utili alla sicurezza dei cittadini. Mentre si possono ricordare molte iniziative finalizzate a tutelare l’illegalità, a garantire impunità ai colletti bianchi e a ostacolare il lavoro della magistratura. 

Dall’abolizione del reato di abuso d’ufficio, all’introduzione dell’avviso di arresto, alla limitazione delle intercettazioni, all’aumento dei reati perseguibili solo su querela di parte e non d’ufficio, il ministro della giustizia Nordio in questi anni è sembrato schierarsi dalla parte sbagliata. 

Per non parlare della riforma della Corte dei Conti, tutta a protezione degli amministratori infedeli che, pur avendo provocato danni erariali conclamati, dovranno restituire solo il 30% del maltolto. 

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Fortuna che gli elettori hanno raso al suolo la cosiddetta riforma della giustizia che, a detta della stessa Giusi Bartolozzi, capo gabinetto del ministro, serviva a “togliere di mezzo i magistrati”. 

Quanto agli oltre cento miliardi di evasione fiscale che l’Italia registra ogni anno, nulla è stato messo in campo dal governo Meloni se non una ventina di condoni e mini-condoni sempre a tutela degli evasori fiscali e mai dei contribuenti fedeli. 

Insomma, per un governo che può vantare simili risultati, sembra davvero che, al netto della longevità politica, non ci sia granché da festeggiare. 

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