Susan Sarandon, Pina Picierno e il "campo Netanyahu"
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Susan Sarandon, Pina Picierno e il "campo Netanyahu"

Non sono un critico cinematografico, ma so, da appassionato cinefilo dilettante, la grandezza della Sarandon attrice. Quello che mi ha colpito, emozionato, e sì commosso, è la Susan Sarandon attivista dei diritti umani

Susan Sarandon, Pina Picierno e il "campo Netanyahu"
Susan Sarandon e Elly Schlein
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14 Ottobre 2026 - 13.41


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Chi scrive ha avuto modo di seguire ieri, de visu, la conferenza stampa, a Roma, di un mito vivente del cinema internazionale: Susan Sarandon. Non sono un critico cinematografico, ma so, da appassionato cinefilo dilettante, la grandezza della Sarandon attrice. Quello che mi ha colpito, emozionato, e sì commosso, è la Susan Sarandon attivista dei diritti umani, il suo impegno che continua ancora oggi a 80 anni, portati splendidamente, e che l’ha portata anche a conoscere il carcere per aver protestato contro il genocidio a Gaza e le sporche guerre di Netanyahu e Trump. Le sue parole hanno scaldato i cuori dei giovani che Susan ha incontrato dopo la proiezione a loro dedicata dell’ultimo film, The Accompanist, del quale è protagonista assoluta.  

Quei ragazzi pendevano dalle sue labbra. Perché, a differenza dei politici, l’attrice americana sa toccare le corde giuste, sa suscitare emozioni, ed emozionando fa riflettere sulle ragioni di un impegno che unisce generazioni diverse contro un mondo cinico, schifoso, disseminato di guerre e di spaventosi e crescenti ingiustizie. 

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Di questo mondo infame, Gaza è diventata il simbolo. Il simbolo di una ingiustizia disumanizzante. Dell’oppressione senza limiti subìta dall’unico popolo al mondo ancora sotto occupazione, contro cui è in atto una soluzione finale perpetrata da quello che fogli, foglietti, fogliacci nostrani filo-Isra continuano, senza vergogna, a considerare l’”unica democrazia del Medio Oriente”, e i carnefici in divisa militare, l’”esercito più morale al mondo”.

Per un momento, scusate il blasfemo accostamento, Al volto di Susan Sarandon si è sovrapposto, nel mio inconscio in subbuglio, quello di Pina Picierno. Sia chiaro: lungi da me qualsiasi accostamento machista. No, quello che mi sono chiesto è il perché dell’assoluta mancanza di empatia che la tenace antagonista del “campo Lavrov” ha sempre dimostrato verso i palestinesi. 

Sarebbe bastato trasferire a Gaza, un milligrammo dell’indignazione reiterata da Picierno, per non parlare di Antonio Calenda, verso i crimini commessi dall’esercito russo in Ucraina. Nada de nada. Israele non si tocca. Chissà perché…

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I ventimila bambini palestinesi uccisi a Gaza sembrano contare meno dei bimbi ucraini vittime dell’aggressore russo. Come se esistessero bambini di serie A e bambini di serie B in vita e in morte.

Per Picierno, Calenda e simili, l’incancellabile ignominia di Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli e via elencando, è quella di non aver mai messo piede a Kyiv. E lo stesso dicasi per i “pacifinti” pro-Putin e pro-Hamas. Non cadrò nella trappola del chi è andato dove…Non chiederò a Picierno e Calenda se hanno mai messo piede a Gaza – prima del 7 ottobre perché poi sarebbe stato loro impedito dai governanti israeliani che non volevano testimoni scomodi nei luoghi del genocidio-. Ma sant’Iddio, anche senza mettere piede a Gaza, avranno letto le centinaia di report delle agenzie Onu, delle più importanti Ong per i diritti umani. Avranno letto o avuto notizia dei drammatici rapporti sulla condizione disumana alla quale sono costretti i bambini di Gaza, pubblicati da Save the Children, dall’Unicef, da Medici senza Frontiere, da Oxfam, da Amnesty International., dall’israeliana B’Tselem.  E se vogliono saperne di più sul genocidio a Gaza, telefonino o incontrino la neo-Nobel per la Pace, Navi Pillay. 

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Susan Sarandon l’ha fatto. Pina Picierno non mi risulta. Sono certo, però, è che se avesse espresso un barlume di indignazione per lo scempio di vite umane fatto da Israele a Gaza o per il feroce regime di apartheid instaurato in Cisgiordania, lo spazio avuto sulla stampa mainstream si sarebbe fortemente ridotto. 

Va bene sparare contro il “campo Lavrov”. Ma guai a criticare il “campo Netanyahu”.

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