Ma chi comanda davvero in casa Netanyahu? Chi è che detta la linea non sugli affari domestici ma su quelli politici che riguardano un intero Paese? The winner is…Sara Netanyahu.
A darne conto, su Haaretz, è un dettagliato, pungente, articolo-analisi di Esther Solomon dal titolo: Pensate che Bibi sia un tipo pessimo? Vi presentiamo Sara Netanyahu
Argomenta Solomon: “È stata definita la Maria Antonietta di Israele, Imelda Marcos, Elena Ceaușescu e persino Rasputin e Lady Macbeth. Ma Sara Netanyahu, moglie del primo ministro israeliano, assomiglia sempre più a un miscuglio fetido di Tucker Carlson, Madame Mao e Paul von Hindenburg: una teorica della cospirazione ben curata e nociva dietro al trono e davanti alle telecamere.
In un’intervista rilasciata lunedì sera a Channel 14, emittente fanaticamente filo-Netanyahu, e promossa a gran voce come la «rottura del silenzio» di Sara, ha riscaldato il pubblico sostenendo che la famiglia più sorvegliata di Israele fosse in costante pericolo a causa della folla urlante e omicida, affrontata senza convinzione dai servizi di sicurezza.
Sara ha attinto al linguaggio della sicurezza nazionale per illustrare l’ineguagliabile condizione di vittima dei Netanyahu: gli attivisti pro-democrazia hanno «assediato» il suo parrucchiere quando è andata a farsi tagliare i capelli a Tel Aviv. I manifestanti hanno cercato di creare un “anello di fuoco” attorno a una delle loro numerose abitazioni per bruciarli vivi – riferendosi agli attivisti a favore degli ostaggi che hanno dato fuoco a cinque bidoni della spazzatura nel quartiere dei Netanyahu un anno fa – una variazione sul tema dell’“anello di fuoco” con cui Israele è circondato dai proxy iraniani, dall’Hezbollah agli Houthi.
«Bombe» sono state lanciate contro un’altra delle loro abitazioni, ha affermato, rielaborando leggermente l’incidente del novembre 2024 in cui manifestanti pro-democrazia hanno sparato due razzi di segnalazione della marina che sono caduti nel cortile di un’altra residenza di famiglia mentre la famiglia Netanyahu non era in casa. Quale altro primo ministro di Israele è mai stato attaccato in questo modo, si è chiesta ad alta voce, riscrivendo la storia per cancellare l’assassinio di Rabin. Che narcisismo rinfrescante appropriarsi dell’esperienza dei palestinesi presi di mira dalle bombe delle Forze di Difesa Israeliane e dai blocchi dei coloni.
C’è stata una lunga digressione sulle “invenzioni” che costituiscono il processo penale in corso contro Benjamin (che a quanto pare gli ha “rovinato la vita”); come la nefasta «macchina» dell’opposizione, ben oliata e organizzata, sia determinata a non permettere alla «maggioranza» di destra di vincere di nuovo; come Donald Trump affermi che saremmo tutti morti senza Benjamin Netanyahu e chi sia lei per contraddirlo; e che praticamente chiunque voti contro Netanyahu in realtà voglia ucciderlo. Sara ha dipinto un quadro della nuova Sacra Famiglia della Terra Santa, i salvatori di Israele che affrontano una violenta persecuzione da parte dell’élite che non ha fatto altro che raddoppiare il loro impegno nella missione.
Poi è arrivata la teoria del complotto del «colpo alle spalle».
Con voce più sommessa, come se si confidasse con l’obbediente intervistatore, Sara si è chiesta come Yair Golan, ex vicecapo di stato maggiore dell’Idf e leader del partito di sinistra Democratici, che la mattina del 7 ottobre si è recato in auto nella zona di confine con Gaza e ha aiutato a salvare persone dal massacro di Hamas, fosse riuscito ad arrivare sul posto così «molto, molto» presto (intorno alle 8 del mattino, un’ora e mezza intera dopo che le sirene di allarme avevano suonato in tutto Israele), «vestito e pronto», quando altri, «compreso il primo ministro», non erano ancora a conoscenza di ciò che stava accadendo. Era solo una domanda, in stile Tucker Carlson.
In realtà, ha esitato sulla data del 7 ottobre, riferendosi inizialmente al 6 ottobre prima di correggersi. Deve trattarsi di un’esitazione di famiglia; nelle conferenze stampa, nelle interviste e nei discorsi, suo marito ha parlato del «9 ottobre» e persino del «7 novembre». Niente di grave, solo la data più disastrosa in assoluto impressa nella memoria di ogni israeliano. E lei ha detto che Golan «sosteneva» di aver combattuto e salvato delle persone, un revisionismo disinvolto, come se ci fosse un minimo di dubbio o una mancanza di documentazione mediatica e testimonianza di prima mano sulle sue azioni quel giorno.
Quest’uomo, generale di riserva, nelle ultime ore ha tratto in salvo con le sue stesse mani molti israeliani che erano rimasti bloccati senza aiuto per ore.
E c’è un’intera generazione che è cresciuta convinta che Yair Golan sia un «anarchico di sinistra». Grazie, eroe!
Un tweet del 7 ottobre 2023 che recita: «Quest’uomo, un generale di divisione della riserva, nelle ultime ore ha salvato a mani nude molti israeliani che erano rimasti bloccati senza aiuto per ore. Eppure, qui c’è un’intera generazione cresciuta credendo che Yair Golan sia un “anarchico di sinistra”. Grazie, eroe!»
Le è stato poi chiesto direttamente se il 7 ottobre ci fosse stato un tradimento, in riferimento a una teoria del complotto persistente e velenosa diffusa dagli alleati di Netanyahu subito dopo l’attacco di Hamas. La teoria sostiene che ex ufficiali militari come Golan, insieme all’alto comando delle Idf e ad altri servizi di sicurezza, coadiuvati da attivisti pro-democrazia, fossero a conoscenza in anticipo dell’imminente attacco e non lo abbiano impedito al fine di far cadere Netanyahu. Come se il leader di Hamas Yahya Sinwar fosse su WhatsApp con il capo delle Idf Herzl Halevi, a negoziare su quanti civili israeliani potessero essere uccisi o presi in ostaggio.
Ma questa teoria grottesca è stata fin dall’inizio vista come un’ancora di salvezza per Netanyahu: fornisce un alibi al primo ministro, un espediente per sviare le accuse e le responsabilità dalla classe politica e una strategia d’attacco contro l’opposizione del Paese.
La risposta di Sara? «Non voglio parlarne», seguita da una lunga disquisizione su come tutto sia stato insabbiato, su come la colpa sia di tutti tranne che di suo marito, e sul fatto che l’opposizione stia in realtà cercando di impedire che la verità venga alla luce, contestando la finta «inchiesta» di parte che il governo vuole istituire. In altre parole, lei non vuole parlare della «cospirazione», ma è proprio per questo che è assolutamente vera.
È agghiacciante paragonare la teoria del tradimento al mito della ‘pugnalata alle spalle’ che travolse la Germania dell’epoca tra le due guerre e fu sostenuto da Paul von Hindenburg, prima di essere adottato in blocco dai nazisti: secondo tale mito, la Germania avrebbe perso la Prima guerra mondiale solo a causa del «nemico interno», ovvero traditori disfattisti – in particolare ebrei – falsamente accusati di sabotare lo sforzo bellico per prendere il potere.
Ma ciò rispecchia in parte anche la teoria del complotto a lungo amplificata dai difensori di Hamas in Occidente: secondo cui Israele fosse a conoscenza del potenziamento militare del gruppo e avesse deliberatamente scelto di chiudere un occhio affinché il 7 ottobre si verificasse un’esplosione. Le narrazioni poi divergono: il campo di Hamas sostiene che Israele volesse che l’attacco di Hamas avvenisse per giustificare un genocidio premeditato a Gaza. Sara afferma invece che l’attacco di Hamas sia stato orchestrato per giustificare un «politicidio» in Israele.
La reazione all’odiosa intervista di Sara è stata immediata e furiosa. Golan ha annunciato che avrebbe citato in giudizio Sara a per diffamazione, accusandola di alimentare «un incitamento continuo e folle». Il suo partito, i Democratici, l’ha criticata aspramente per aver «superato una linea rossa che rasenta la follia». L’ex primo ministro Naftali Bennett, co-leader di Together, ha denunciato la famiglia Netanyahu per aver diffuso «teorie complottistiche malsane, false e pericolose».
Dall’altra parte dello schieramento politico, il ministro della Difesa Israel Katz ha esplicitamente rifiutato di affermare che non ci fosse stato alcun tradimento. Il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi ha dichiarato di non aver mai visto filmati di Golan che soccorreva qualcuno il 7 ottobre, ma di aver visto video in cui indossava un’«uniforme stirata» quel giorno. Il ministro della Diaspora Amichai Chikli ha sostenuto che i vertici dell’Idf e dello Shin Bet avrebbero tradito Netanyahu tenendolo all’oscuro per fomentare un colpo di stato.
E lo stesso Netanyahu? «Non credo che ci sia stato un tradimento», ha affermato, «e nemmeno mia moglie ha detto che ci sia stato un tradimento», definendo il 7 ottobre un «grande fallimento» – ma causato da altre persone.
Così il campo di Netanyahu, ricorrendo a una strategia ormai ben collaudata, invia un «portavoce con messaggi indiretti… abbastanza chiari da essere compresi da tutti», come scrive Ravit Hecht su Haaretz, ma con quel tanto di negabilità plausibile che basta. Avere la botte piena e la moglie ubriaca.
Ma tenendo presente che mancano 54 giorni a elezioni molto contese che segneranno il destino di Netanyahu, qual è la logica elettorale dell’intervista incendiaria di Sara? Qual è il valore in termini di campagna elettorale nel dare risalto a questa teoria del complotto?
Secondo il dottor Almog Simchon, assistente professore di psicologia all’Università Ben-Gurion del Negev e direttore del suo Laboratorio di Psicologia Sociale Computazionale, le teorie del complotto hanno un impatto cumulativo, noto come «effetto della verità illusoria»: più vengono ripetute, più aumenta la familiarità dell’ascoltatore con quelle narrazioni – e queste vengono giudicate più veritiere. Anche affermazioni inverosimili e notizie false, una volta ripetute abbastanza spesso, sembreranno più plausibili.
Purtroppo, ciò vale anche per le confutazioni. Quando le persone confutano le teorie del complotto, sono costrette a ripeterle, conferendo loro così maggiore risonanza.
Anche se si corregge la versione dei fatti, l’atteggiamento negativo rimane comunque associato al bersaglio della teoria – in questo caso, in particolare Yair Golan, sebbene la portata della teoria comprenda tutti i servizi di sicurezza israeliani del 7 ottobre e persino chiunque abbia mai protestato contro Netanyahu. In società altamente polarizzate come l’Israele di oggi, afferma Simchon, è molto difficile ottenere una confutazione da una fonte neutrale – qualcuno che non sia associato a nessuna delle due parti. La stessa confutazione li etichetterebbe comunque come oppositori.
Altri sociologi israeliani hanno osservato che più gli elettori di destra esprimono odio verso l’opposizione, più sono propensi a credere nella teoria del «colpo alle spalle» – e il numero di elettori della coalizione che hanno abbracciato la teoria del complotto è aumentato del 14 per cento nei due anni successivi al primo sondaggio del novembre 2023. A rischio di sembrare troppo alla Thomas Friedman, proprio nell’ultimo mese due tassisti che non si conoscono mi hanno intrattenuta con diverse versioni di questa teoria.
Quindi l’intervista di Sara si rivolge a due tipi di pubblico. Da un lato, sta alimentando la base di ‘Re Bibi’, rafforzando ciò in cui il suo gruppo ideologico già crede: che non ci si può fidare dell’opposizione, che è malvagia e che sta cospirando contro di noi.
D’altro canto, sta deliberatamente cercando di contaminare il discorso pubblico, creando una provocazione che costringe a ripetere all’infinito l’insulto originale, persino da parte di chi sta cercando di confutarlo.
Ecco perché il campo di Netanyahu sembra aver fatto un calcolo controintuitivo: l’intervista ha scatenato un’enorme reazione negativa, ma tutta quell’amplificazione delle false affermazioni originali potrebbe in realtà motivare un numero ancora maggiore di sostenitori del loro campo a recarsi alle urne il giorno delle elezioni.
Nel frattempo, è ancora difficile intravedere quel potenziale beneficio. La dott.ssa Dahlia Scheindlin, politologa e collega editorialista di Haaretz, suggerisce che, invece di rafforzare l’identità tribale politica e l’impegno al voto, il «SaraGate» potrebbe aver messo a nudo una «nuova linea di frattura politica» – tra i fedelissimi che hanno difeso o negato ciò che lei ha detto, e coloro che hanno affermato: «Ok, detesto la sinistra, ma questo è troppo assurdo. Sappiamo per certo che Yair Golan è stato un eroe il 7 ottobre».
Sono successe tante cose dal 7 ottobre 2023. Ma finché Israele non voterà per cacciare la coppia al potere, che parla del proprio sangue versato ma non di quello che ha versato – dagli ostaggi che ha condannato a morte ai civili di Gaza che ha bombardato, che si appropriano del ruolo di vittime, trasformano gli eroi in traditori, negano la propria colpevolezza, si crogiolano in un senso di diritto autocratico, confondono gli interessi nazionali con i propri affari personali, incitano ogni tipo di odio e faziosità – il Paese rimarrà ancora lì, in bilico sull’orlo dell’abisso”, conclude Solomon.
Forse, nostra chiosa finale, in quell’abisso Israele è già precipitato.
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