Il secondo trauma del 7 ottobre: Netanyahu potrebbe vincere ancora
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Il secondo trauma del 7 ottobre: Netanyahu potrebbe vincere ancora

Ancora 18 giorni e Israele saprà se avrà un futuro. O se il suo suicidio sarà compiuto. Il giorno della verità bussa alle porte. E non ha tempi supplementari da giocare.

Il secondo trauma del 7 ottobre: Netanyahu potrebbe vincere ancora
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9 Ottobre 2026 - 19.20


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Ancora 18 giorni e Israele saprà se avrà un futuro. O se il suo suicidio sarà compiuto. Il giorno della verità bussa alle porte. E non ha tempi supplementari da giocare. Israele è chiamato a decidere del proprio destino. I sondaggi danno in rimonta la coalizione che sostiene il peggior governo nella storia dello Stato ebraico. E già questo darebbe molto su cui riflettere. Ma come, Israele potrebbe ancora dare fiducia a un criminale di guerra, a un Primo ministro che ha colpevolmente sottovalutato tutte le indicazioni provenienti da Paesi arabi non certo ostili a Israele – Egitto, Emirati Arabi Uniti – che l’allertavano sull’imminenza di una operazione massiccia di Hamas? Israele potrebbe puntare di nuovo su un politico dal cinismo inarrivabile, che ha sempre anteposto i suoi interessi personali a quelli del Paese.

Che ha guidato un golpe giudiziario, che ha smantellato quasi tutte le fondamenta dello Stato di diritto; che ha militarizzato l’informazione trasformandola, con rare, eroiche eccezioni, in una possente macchina del fango indirizzata contro tutti i suoi avversari. Insomma, Israele potrebbe “suicidarsi”?  Non è una domanda retorica, nel senso che la risposta non è scontata.

Certo, come Gloablist ha rimarcato più e più volte, la forza della destra kahanista e ultranazionalista si poggia anche sulla debolezza dell’opposizione, divisa, senza una leadership carismatica, incapace di prospettare una visione realmente alternativa a quella della destra “bibista.” È così. Ma non basta a spiegare il sostegno che la destra della guerra perpetua, del genocidio a Gaza, dell’apartheid pogromista in Cisgiordania, continua a godere dentro la società israeliana. E allora di questo si dovrebbe discutere, con rigore, serietà, equilibrio. In un confronto vero, profondo, di idee.

Quello che l’ultimo bastione – assieme al magazine online +972 – di giornalismo indipendente in Israele, Haaretz, fa quotidianamente. E per questo Globalist quotidianamente offre ai suoi lettori analisi, reportage, opinioni che quel dibattito impreziosiscono. Cercando davvero di capire dove sta andando Israele. Cogliendone le diverse e complesse sfumature ed evitando narrazioni di comodo, dando di Israele l’immagine che più si confà ai nostri standard valoriali o, in opposto, assolutizzando i suoi aspetti peggiori. 

Uno sforzo di comprensione tutt’altro che agevole in un universo mediatico dove a dominare è tifare una parte o l’altra. È sostituire il ragionamento con l’invettiva. È alzare i toni per coprire l’assenza di argomenti. 

Di questo sforzo di andare controcorrente sono espressione gli articoli di due delle storiche firme del quotidiano progressista di Tel Aviv: Rogel Alpher e Ravit Hecht.

Il primo firma un’analisi dal titolo: Il secondo trauma del 7 ottobre: Netanyahu potrebbe vincere ancora

Argomenta Alpher: “Secondo la narrativa dominante nel campo anti-Netanyahu, il calo nei sondaggi e il rafforzamento della coalizione derivano direttamente dalle lotte di potere tra i leader del blocco – e dall’assenza di un candidato concordato alla carica di primo ministro. 

L’opinione comune è che non sia troppo tardi per rimediare a questa situazione: se solo Naftali Bennett e Avigdor Lieberman annunciassero il loro sostegno a Gadi Eisenkot e lo appoggiasse, il blocco che si oppone al primo ministro Benjamin Netanyahu potrebbe ancora riprendersi. Secondo questa tesi, un gruppo cruciale di elettori di destra che alle ultime elezioni aveva votato per Netanyahu aveva già intenzione di votare per l’opposizione, ma ha cambiato idea a seguito delle lotte interne tra i suoi leader e della loro incapacità di superare gli impulsi egoistici e formulare un messaggio unificato per consolidare il blocco. Questa è la tesi ottimistica.

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Ecco la tesi pessimistica: Netanyahu avrebbe dovuto essere politicamente finito dopo il 7 ottobre. Disonorato per l’eternità. Indipendentemente da chi si candidasse contro di lui. Pertanto, alla luce del 7 ottobre, il paragone con la destituzione di Viktor Orbán in Ungheria, la speranza e l’ispirazione che ne derivano, e l’intuizione che solo un candidato di destra sia in grado di determinare una svolta – sono tutte irrilevanti. L’Ungheria non ha vissuto un 7 ottobre. Orbán non è stato responsabile di un orribile massacro di massa del proprio popolo.

Dobbiamo interiorizzare il fatto che lo shock liberale del 7 ottobre è in due fasi: prima lo shock per il disastro in sé, seguito da uno shock di natura completamente diversa. Non del tipo che ti colpisce tutto in una volta con un boato fragoroso, ma di quello graduale. Che si sviluppa lentamente e si vive attraverso mille piccole esplosioni. Una sorta di scivolamento nello shock al rallentatore, che è ancora al culmine, e si sta svolgendo davanti ai nostri occhi e nei nostri cuori: perché non solo Netanyahu non è politicamente finito, ma potrebbe benissimo continuare a ricoprire la carica dopo le elezioni.

E i liberali sono stati abbandonati due volte: prima, insieme a tutti i cittadini israeliani, il 7 ottobre; e successivamente da metà della loro stessa gente, che, nonostante il 7 ottobre, vuole che Netanyahu continui a ricoprire la carica. Lo shock che ne deriva è profondo, continuo e quotidiano. È un trauma. 

La posta in gioco è la sanità mentale del Paese. I battibecchi tra Eisenkot, Bennett e Lieberman sono davvero meschini e infantili, ma non è forse meschino e infantile rifiutarsi di votare per loro a causa delle loro faide, quando l’alternativa è la follia di Netanyahu? Quando l’alternativa è un primo ministro che in qualsiasi Paese sano di mente sarebbe stato destituito anni fa?

Questo è sicuramente un caso in cui dobbiamo rivolgerci al popolo con le nostre lamentele. Se il 7 ottobre non è bastato al popolo per cacciare Netanyahu, allora basterà un po’ di armonia all’interno del blocco che gli si oppone? Chiunque resti a casa o voti per il blocco di Netanyahu perché non si abbassa a votare per politici scadenti è un cittadino irresponsabile e irredimibile di un paese folle, la cui follia distruttiva cerca di perpetuare. 

L’intera campagna elettorale avrebbe dovuto essere superflua, una mera formalità. La vittoria avrebbe dovuto essere già in tasca al campo anti-Netanyahu. Non perché siano uniti. Non perché abbiano successo. Ma perché sono sani di mente”.

Così Alpher.

Più problematica è la riflessione di Ravit Hecht dal titolo: Negando il reale timore di Israele nei confronti di uno Stato palestinese, la sinistra perderà ancora una volta contro Netanyahu

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Annota Hecht: “Alla vigilia di un’elezione da brivido, in cui centinaia di migliaia di persone temono di perdere la propria patria se l’attuale governo dovesse rimanere al potere, e al termine dei giorni terribili che hanno circondato il 7 ottobre – giorni che riaprono ulteriori cassetti pieni di dolore attraverso altre storie e immagini che continuano ad affiorare dal profondo del trauma –, la polarizzazione tra le tribù di Israele sembra ormai irreparabile.

Sembra che il massimo a cui si possa sperare sia un freddo divorzio con il minimo di dolore e rancore e la creazione di esistenze parallele con punti di contatto minimi.

È difficile, e in verità anche superfluo, ignorare i mali che affliggono il blocco dei sostenitori del governo: il razzismo, la tolleranza che rasenta l’ammirazione per la corruzione e i comportamenti criminali e l’odio cieco verso le élite o chiunque sia percepito come parte di esse, considerato un valore supremo, una motivazione primaria. Nulla in quel ritratto, certamente rozzo e pieno di grossolane generalizzazioni, suscita rispetto.

Ma tutti i sostenitori del governo appoggiano i pogrom contro i palestinesi, o si scagliano con nauseante sadismo contro i parenti delle persone uccise o prese in ostaggio il 7 ottobre 2023? 

I sostenitori del governo sono tutti persone che approvano il pestaggio di autisti di autobus arabi per puro divertimento o sono permeati da un odio verso i laici, fortemente intriso di gelosia e sentimenti di inferiorità? 

Certo che no. Qualsiasi divisione binaria di questo tipo è primitiva e infantile – proprio come lo è quando la destra vede gli arabi in quel modo.

Allora perché tutte quelle persone perbene nutrono riserve su qualcuno come Gadi Eisenkot, nonostante il suo background e il suo carattere? Perché sembrano preferire un truffatore sfuggente il cui curriculum include il peggior massacro del popolo ebraico dai tempi dell’Olocausto, e il cui ufficio brulicava di agenti di un paese ostile che finanzia Hamas? 

Perché tollerano l’estorsione e l’evasione del servizio militare da parte degli ultraortodossi, insieme a tutte quelle persone della malavita che la coalizione di governo ha elevato a cariche di rilievo?

La prima risposta, come già osservato, è l’appartenenza tribale. È infatti più forte di ogni altra cosa, e non c’è molto da fare al riguardo. Ma per molte di queste persone c’è anche un altro motivo che sfugge alla sinistra ideologica: la negazione della loro paura, che non è infondata.

Meirav Arlosoroff ha saggiamente scritto che finché la sinistra ideologica insisterà nel dipingere la soluzione di uno Stato palestinese come una sorta di porta d’accesso all’utopia, senza affrontare le ragioni giustificate per temerla, incontrerà solo sospetto e alienazione. E ha ragione: non solo per quanto riguarda il futuro, ma anche per quanto riguarda il passato. A riprova di ciò, basti guardare i risultati elettorali degli ultimi due decenni.

L’ipotesi che il massacro del 7 ottobre non sarebbe avvenuto se Israele non si fosse ritirato dalla Striscia di Gaza non può essere né dimostrata né confutata, e il suo utilizzo è tendenzioso e propagandistico.

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Tuttavia, dato che il 7 ottobre è seguito al ritiro da Gaza, e che gli attentati agli autobus nelle città israeliane sono seguiti agli Accordi di Oslo, e che dopo il ritiro di Israele dalla zona di sicurezza in Libano Hezbollah si è trincerato al confine settentrionale al punto da minacciare un’invasione e un massacro nel nord accompagnati da lanci di razzi, è impossibile promettere all’israeliano medio che il ritiro porterà sicurezza e tranquillità. Semplicemente non ci crederà, e non perché sia malvagio o un kahanista.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu sfrutta questa paura – che tra la destra è palese al punto da fornire carta bianca alla devozione al kahanismo, e nascosta come braci sepolte tra i sostenitori del centro-sinistra – prima di ogni elezione. E questo è il suo vantaggio rispetto ai rivali: non nega la paura e la usa per sferrare un attacco indecente.

La soluzione non sta nel continuare a alimentare mali in continua espansione come il controllo militare su una popolazione civile o la formazione di milizie con pratiche naziste, poiché questi porteranno il disastro su di noi e alla fine distruggeranno l’intero Paese.

Ma non consiste nemmeno nel negare la paura giustificata che una massa critica della popolazione palestinese (e anche delle popolazioni degli Stati esistenti nella regione) creda o sostenga la via sostenuta da Hamas (proprio come una massa critica della popolazione ebraica sostiene il kahanismo).

La soluzione è sempre stata, e sempre sarà, rappresentata dai pragmatici moderati che detestano lo spargimento di sangue e la politica del «nemmeno un pollice», e che cercano di soddisfare i bisogni esistenziali di entrambi i popoli – innanzitutto affrontando onestamente le loro paure”, conclude Hecht. 

Un articolo importante, onesto intellettualmente, il suo, che pone questioni dirimenti che vanno al cuore di quella che si potrebbe definire la “psicologia di una nazione”. Ha ragione, per chi scrive, Ravit Hecht: non è che la maggioranza degli israeliani si è scoperta kahanista, fascista, conquistata da un sionismo religioso che, in nome della Torah, affida al popolo eletto una missione divina: realizzare Eretz Israel, il Grande Israele, dal mare (Mediterraneo) al fiume (Giordano). Certo questa destra messianica esiste, spadroneggia impunemente, ma, sondaggi alla mano, non avanza e uno dei suoi partiti è dato sotto la soglia di sbarramento del 3%. E allora? Allora, riflette Hecht, Netanyahu e la destra maggioritaria che orienta Israele, fa leva sulla paura, sull’insicurezza che il 7 ottobre ha rafforzato ma che non nasce quel giorno. La paura scagliata contro il Nemico che vuole annientarti. Un tratto comune, a ben leggere, dei populismi che vanno per la maggiore nel mondo, e qui in Europa.  Netanyahu su quella paura ha prosperato politicamente; sulla paura ha costruito la sua immagine di “Mr.Sicurezza”. La paura di fare scelte senza ritorno. Di praticare una strada piena di incognite. La strada della pace dà meno sicurezze, tragico paradosso, di quella che offre la guerra. La pace dei coraggiosi. Quella tentata da Yitzhak Rabin. Come finì è storia. Una tragica storia.  

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