Riassunto mancante ⚠️
di Antonio Salvati
Il 9 ottobre il Segretario alla guerra degli Stati Uniti d’America ha annunciato che Nidal Hasan, l’ex psichiatra e militare dell’esercito statunitense, responsabile della strage del novembre 2009 in cui persero la vita 13 persone e altre 32 rimasero ferite, sarà giustiziato tramite plotone d’esecuzione (pratica in uso in paesi come l’Iran, la Corea del Nord e l’Afghanistan) e la fucilazione sarà trasmessa in streaming. Dopo circa 90 anni ritornano le esecuzioni pubbliche negli Stati Uniti.
L’ultima riguardò Rainey Bethea, impiccato in Kentucky nel 1936 davanti a una folla di 20.000 spettatori. Da allora, la pena capitale è stata progressivamente sottratta allo sguardo collettivo, pur mantenendo un sistema di testimoni selezionati, tra cui giornalisti e rappresentanti delle parti coinvolte. Con lo streaming la camera della morte potrebbe diventare, per la prima volta negli Stati Uniti, un luogo accessibile attraverso uno schermo a chiunque abbia una connessione facendo della morte inflitta dallo Stato un evento da spettacolizzare.
È l’ennesimo esempio – come sostengono dalla Comunità di Sant’Egidio – della «bancarotta del senso di umanità minimo che deve accompagnare il comportamento di qualunque Stato” E la notizia della fucilazione in streaming arriva dopo l’orrore suscitato dal fallito tentativo nel Tennessee di uccidere Christa Pike dopo due somministrazioni di pentobarbital. Tale orrore ha spinto il governatore a sospendere tutte le altre esecuzioni previste quest’anno in Tennessee. La vicenda di Christa Pike dimostra ancora una volta «il fallimento dell’illusione della cosiddetta pena capitale indolore».
Mario Marazziti di Sant’Egidio ha nuovamente rievocato la storia dell’iniezione letale negli Stati Uniti, presentata per decenni come un metodo capace di evitare sofferenze al condannato. “Ci è stata venduta la bugia che si può uccidere in maniera indolore», afferma, mentre il caso di Christa Pike rende evidente la contraddizione di un sistema che cerca di trasformare l’uccisione di Stato in una procedura apparentemente asettica, una forma più pulita, più avanzata per dare la morte senza “sporcizia”, per dare la morte “indolore”. Particolarmente grave sarebbe stata la ripetizione della somministrazione del farmaco dopo che la prima non aveva prodotto la morte. Come la ghigliottina l’iniezione letale era nata da una modernizzazione, dall’esigenza di infliggere la morte in maniera più rapida e meno approssimativa del semplice taglio della testa.
La somministrazione delle iniezioni è stata provata essere tutt’altro che un modo indolore di ricevere la morte: quella che paralizza – a base di curaro, vietata per usi dentistici – non toglie la coscienza: il dolore resta, ci si sente scoppiare dentro ma non si può urlare, e chi guarda pensa che dall’altra parte non c’è dolore, che c’è sonno, che c’è una morte serena. Ma la morte serena non esiste. La morte pulita non esiste.
Molti scrittori ci hanno aiutato comprendere l’orrore delle esecuzioni pubbliche. Nelle prime pagine di Riflessioni sulla pena di morte, Albert Camus racconta quanto accadde al padre, ad Algeri. Era un “uomo semplice e probo”, sostenitore della pena di morte. Volle un giorno assistere ad una decapitazione. Al ritorno a casa fu capace solo di vomitare, senza dire parole. Cambiò opinione senza nemmeno doverlo spiegare.
Anche lo scrittore russo Ivan assistette ad esecuzione capitale insieme a parecchia folla, raccontata nel volume L’esecuzione capitale di Troppmann, una sorta di diario-reportage molto minuzioso relativo alla spettacolarizzazione di un evento macabro quale la ghigliottina assistette. Durante il ritorno a casa, lo scrittore comprensibilmente rifletteva considerando «l’inutile e insensata barbarie di tutta quella procedura medioevale, in grazia della quale l’agonia del condannato si prolunga d’una mezz’ora (era durata dalle sei e ventotto alle sette) (…) Con qual di ritto si fa tutto ciò? Come può esser permesso un simile ripugnante costume? E la stessa pena di morte è essa giustificata? Noi avevamo visto quale effetto produceva un simile spettacolo sul popolo. Non c’è nulla di istruttivo in simili spettacoli». È evidente lo sdegno dello scrittore di fronte alle pulsioni del la folla. Ciò che provano gli spettatori di quel macabro spettacolo sembra andare al di là di ogni morale. La folla è di colpo riportata ai territori primitivi, dove più nulla può essere giudicato, valutato con equità e dignità. In merito all’esemplarità del castigo e sulla sua presunta potenza d’intimidazione, come non riportare quanto Arthur Koestler significativamente ricordava: in Inghilterra, all’epoca in cui borsaioli venivano giustiziati, altri borsaioli esercitavano il proprio talento tra la folla che circondava la forca da cui pendeva il collega. Giustamente Turgenev riferendosi agli spettatori si domanda «qual vantaggio, sia pur minimo, avevano potuto ritrarre costoro da quell’ebbra nottata, insonne, inattiva, pervertita?».
La pena di morte non ha il potere dell’esemplarità, ma quello – assolutamente reale – di degradare fino alla vergogna, alla follia, all’assassinio.
Sebastiano Vassalli, in La chimera, un pregevole romanzo storico ambientato tra la fine delle guerre di religione e l’inizio della guerra dei Trent’anni, racconta l’esecuzione di Antonia accusata di essere una strega. Vassalli si sofferma nei minimi dettagli evidenziando l’indole violenta e crudele degli uomini del tempo. È una descrizione in cui l’assurdo giubilo ed impazzimento della folla ricorda quanto avviene nelle odierne lapidazioni per adulterio delle donne in Afghanistan: «Avvicinandosi Borgo San Gaudenzio, dove c’era il mercato, le grida della gente per strada s’infittirono e crebbero d’intensità: tornarono ad essere un urlio confuso e minaccioso, un ininterrotto frastuono (…) S’incontravano, quasi ad ogni passo, comitive dirette al dosso dell’albera, che andavano laggiù per veder bruciare la strega. (…) Non erano gente sanguinaria, né malvagia. Al contra rio, erano tutti brava gente: la stessa brava gente laboriosa che nel nostro secolo ventesimo affolla gli stadi, guarda la televisione, va a votare quando ci sono le elezioni, e, se c’è da fare giustizia sommaria di qualcuno, la fa senza bruciarlo, ma la fa; perché quel rito è antico come il mondo e durerà finché ci sarà il mondo. (…) “Siamo qui per bruciarti, maledetta! È tutto pronto! Ci manchi solo tu!”. (…) C’era folla dappertutto. (…) “Maledetta strega! Devi bruciare! A morte! Al rogo!”»
Victor Hugo, si sa, assistette ad alcune esecuzioni ed ebbe quindi di modo di stare insieme alla folla e di conoscerne i comportamenti, le reazioni. Un ruolo, quello di coloro che assistono, non innocente: in un’esecuzione capitale è sempre la folla la prima giustiziera, la prima nemica del condannato, come osservò Michel Foucault in Sorvegliare e punire, un libro in cui descrive l’evoluzione della punizione in Europa occidentale a partire dal XVIII secolo. In L’ultimo giorno di un condannato a morte descrive i sentimenti della folla immedesimandosi nel condannato a morte: «quelle voci, quelle facce alle finestre, sulle porte, alle inferriate dei negozi, sui bracci dei lampioni; quegli spettatori avidi e crudeli; quella folla ove tutti mi conoscono e in cui io non conosco nessuno; questa strada lastricata, murata di volti umani… Ero sconvolto, inebetito, fuori di me. È insopportabile il peso di tanti sguardi fissi su di voi». Le grida, la vista, l’odio della folla, in altri termini, fanno parte del castigo e si confondono con un’altra pena inflitta al condannato in preparazione della morte: quella di dover esporsi allo sguardo di tutti, come in un tragico gioco di teatro. È una testimonianza che fa impallidire e dimostra quanto poco edificante sia tale supplizio. Viene spontaneo nuovamente chiedersi dov’è l’esemplarità dell’esecuzione capitale? Viene da pensare che si uccide un criminale perché così si è fatto per secoli, per forza d’inerzia, nel nome di teorie – come quella della prevenzione – a cui gli esecutori non credono più. Tuttavia, è opportuno sottolineare che la pubblicità di un’esecuzione, oltre a destare, di fatto, istinti sadici dalle imprevedibili ripercussioni, provoca anche rivolte e disgusto nelle pubbliche opinioni. Questo spiega perché a tutt’oggi molte esecuzioni – in particolar modo nei paesi asiatici – avvengono nel segreto.
La pena capitale non garantisce sicurezza e indebolisce il patto sociale secondo cui lo Stato deve difendere sempre la vita, amano ripetere a Sant’Egidio. Parlare oggi della pena di morte – sottolinea Marco Impagliazzo Presidente della Comunità di Sant’Egidio – è difendere la cultura della vita, un valore che appartiene a tutte le civiltà, a tutte le religioni. La pena di morte è la sintesi della disumanizzazione. Occorre pensare ed essere diversi, resistendo alle scorciatoie – fallimentari – di una giustizia semplificata e distruttiva, impotente di fronte alla rimozione delle cause, debole di fronte alla necessità di riannodare i fili della convivenza civile, tentata da atti dimostrativi, ancorché impotenti – a volte iniqui due volte, come dimostrano gli errori giudiziari a catena anche in sistemi giudiziari raffinati – come la pena di morte.