Benito Netanyahu: molti nemici, molto onore (elettorale)
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Benito Netanyahu: molti nemici, molto onore (elettorale)

Il countdown è iniziato. Meno tredici giorni al giorno della verità per Israele: le elezioni di martedì 27 ottobre.

Benito Netanyahu: molti nemici, molto onore (elettorale)
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

14 Ottobre 2026 - 20.12


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Il countdown è iniziato. Meno tredici giorni al giorno della verità per Israele: le elezioni di martedì 27 ottobre. I sondaggi impazzano, l’incertezza domina, e la campagna elettorale è un susseguirsi di colpi bassi, invettive, minacce, il tutto mentre il Paese è invischiato in più fronti di guerra. La guerra eterna: il credo di Benjamin Netanyahu e della sua coalizione di messianici, razzisti, ultranazionalisti che stanno trasformando Israele in uno Stato-canaglia. Altre guerre vo cercando. Su questo ragiona Zvi Bar’el in un  interessante report per Haaretz dal titolo: Mentre il tempo a disposizione per le elezioni si esaurisce, Netanyahu sta esaurendo le guerre da vincere

Scrive Bar’el: “Il tempo stringe: a Benjamin Netanyahu restano meno di due settimane per scatenare una nuova guerra che potrebbe garantirgli la rielezione.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo tiene in una morsa da est, rinviando la ripresa della guerra con l’Iran. Neanche il Libano rappresenta più un fronte interessante, dopo che il nostro amico americano ha fatto intervenire lì un rullo compressore, frenando le nostre operazioni. La Siria parla di accordi di sicurezza e intona canti di pace. Gaza continua ad accumulare vittime ogni giorno, ma la salvezza elettorale non arriverà dalla Striscia. Né ci si può fidare degli Houthi nello Yemen. Quei bastardi stanno mantenendo la promessa fatta a Trump di non attaccare obiettivi israeliani.

Persino i palestinesi della Cisgiordania si sono addormentati sugli allori. Invece di lanciare un’intifada, una rivolta armata contro i pogrom perpetrati ai loro danni da bande criminali sostenute dalla maggioranza «normativa e pacifica» dei coloni, si limitano a lamentarsi sui media.

Per un attimo, forse, c’è stata qualche speranza che gli agenti di polizia palestinesi puntassero le armi contro soldati e civili israeliani, dando al primo ministro e al ministro della difesa la guerra che bramano. Ma anche in questo caso, la «Autorità palestinese terroristica» si è dimostrata incapace di mantenere la parola data. 

In breve, gli arabi stanno ancora una volta perdendo l’occasione di costruire un rapporto di fiducia con il governo, dimostrando che quando i tempi si fanno difficili non si può contare su di loro. Peggio ancora, il loro rifiuto di fornire a Israele un pretesto per aprire un nuovo fronte equivale a una palese interferenza nelle nostre elezioni, tradendo un chiaro pregiudizio di sinistra e un aperto sostegno a Gadi Eisenkot. Un nuovo slogan sta già per arrivare alla stampa, proclamando con gioia che «da Riyadh a Ramallah, tutti sono per Eisenkot». Non c’è bisogno di sottolineare la «collaborazione» di Eisenkot con gli arabi di Israele quando gli Houthi, i gazawi, i siriani e i libanesi ballano tutti al suo ritmo.

Con la guerra fuori discussione, non c’è altra scelta. Dovremo accontentarci di normalizzare le relazioni con l’Arabia Saudita. Quanto contavamo su Riyadh per consegnare al nostro leader supremo la carta vincente – la prova che possiamo fare pace senza pace, senza ritirarci dai territori occupati, senza uno Stato palestinese e senza i cittadini arabi di Israele.

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Dopotutto, cosa abbiamo chiesto? Che lo sceicco Mohamed bin Zayed, il sovrano degli Emirati Arabi Uniti che ha firmato gli Accordi di Abramo, fosse il re del Marocco Mohammed VI, o magari il re di, o forse simile a, come si chiama, Abdirahman Mohamed Abdullahi, il presidente del Somaliland.

Cos’è questa arroganza saudita? Cosa non abbiamo fatto per garantire la normalizzazione? Abbiamo garantito ai sauditi un po’ di tregua da Hamas; abbiamo elaborato un’idea su cui potessero lavorare; abbiamo sospeso l’emissione di avvertimenti; abbiamo bloccato le operazioni. E recentemente, abbiamo persino offerto al principe ereditario Mohammed bin Salman una partnership nella sua guerra contro gli Houthi.  

«Dimostriamo di essere degni di voi», abbiamo detto al principe ereditario. Dopotutto, abbiamo vinto su otto fronti. Gli yemeniti in gonna e sandali sono pesci piccoli per noi.

«Guardate il lato positivo», abbiamo suggerito educatamente. La normalizzazione vi darà qualcosa che l’alleanza con la Turchia e il Pakistan non vi darà mai. Dimenticate il programma nucleare su cui Trump sta temporeggiando o l’accordo sugli aerei da guerra F-35 che il Congresso sta ritardando; le Forze di Difesa di Israele saranno al vostro servizio.

Ma soprattutto, avrete un pass illimitato per l’Ufficio del Primo Ministro. Potrete fare come il Qatar; conoscete Yonatan Urich? È vostro. Passerete alla storia come colui che ha incoronato il primo ministro di Israele e determinato il destino dello Stato ebraico. Pensate solo a cosa potreste fare voi due per il Paese con altri quattro anni di Netanyahu al potere.

E niente. Improvvisamente, il principe ereditario saudita è un uomo di principi. Senza la Palestina non c’è normalizzazione, insiste, lasciando il leader supremo in bilico, senza alcun sostegno arabo. Con il principe ereditario Mohammed che si unisce al «blocco del cambiamento» e allo sforzo di estromettere Netanyahu, non resta che dipingere l’assenza di normalizzazione come una vittoria diplomatica.

All’ultimo minuto, Netanyahu ha intuito il pericolo e, con una mossa geniale, è sfuggito alla trappola di uno Stato palestinese che il leader saudita gli aveva teso. Eppure, forse c’è ancora speranza. Qualcuno ha il numero di telefono di Mojtaba?”.

Così Bar’el. L’analista israeliano chiude con una battuta sferzante, pregna di una ironia pungente che dà conto di una realtà che definire inquietante è peccare di ottimismo. Senza guerre, Netanyahu e soci non possono vivere. La guerra è il loro credo, il loro fine. Per vivere politicamente hanno bisogno di un Nemico da additare all’opinione pubblica e non importa se i fronti di guerra si allargano sempre più. Tanto a morire sono le ragazze e i ragazzi in divisa. Ecco chi governa oggi Israele: Benito Netanyahu. 

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Per tornare all’imminente voto. Il tempo stringe e i nodi da sciogliere, soprattutto nel variegato campo dell’opposizione, sono tanti e intricati. Su questo riflette, sempre dalle pagine del quotidiano progressista di Tel Aviv, Dahlia Scheindlin, in un documentato report titolato: Con l’avvicinarsi delle elezioni in Israele, un fattore potrebbe spingere uno dei due blocchi oltre il traguardo… o giù da un precipizio

Osserva Scheindlin: “Nessuno vuole sentirselo dire, ma più ci avviciniamo alle elezioni in Israele, meno sappiamo chi vincerà – e chi sarà in grado di formare un governo.

Posso invece offrire alcune riflessioni sugli ultimi sondaggi; quelle umili tendenze che potrebbero fare la differenza.

Innanzitutto, i dieci titoli che parlano della miracolosa impennata dei partiti fedeli al primo ministro Benjamin Netanyahu non rendono accurata tale affermazione. Infatti, negli ultimi due anni, i suoi partiti hanno ottenuto nei sondaggi tradizionali un risultato compreso tra i 48 e i 55 seggi, senza una traiettoria lineare (tralasciando per il momento due istituti di sondaggio di orientamento di destra). Nell’ultimo mese, la media dei sondaggi principali è passata da 51,6 seggi a metà settembre a poco meno di 52 seggi la scorsa settimana – e questo include il nuovo partito Amcha Israel, guidato da Ofer Winter.

Ma che dire della notizia allarmante di questa settimana secondo cui un sondaggio di Kan di domenica ha mostrato la coalizione a quota 53 seggi? Ebbene, se si aggiunge questo dato alla media della scorsa settimana, i partiti della coalizione raggiungono i 52 seggi esatti.

In secondo luogo, considerando la media dei due istituti di sondaggio di orientamento di destra, la coalizione è passata da 60 seggi all’inizio di agosto a 61,5 seggi oggi; quindi, anche a destra, non si registra un’impennata significativa.

In terzo luogo, ci sono altri modi per descrivere l’andamento dei sondaggi. Ad esempio: «In sette agenzie di sondaggi su otto, i fedelissimi di Netanyahu non riescono a raggiungere la maggioranza di 61 seggi». Dopotutto, persino l’istituto di sondaggi di orientamento di destra di i24 vede la propria coalizione ferma a 60 seggi. Tra le altre agenzie di sondaggi, la coalizione non si avvicina nemmeno a tale cifra. La scorsa settimana, Channel 12 ha mostrato un calo della coalizione a soli 49 seggi.

Quarto: il punto fondamentale è che tutti e otto gli istituti di sondaggio rilevano lievi oscillazioni al rialzo o al ribasso per la coalizione, entro un intervallo molto limitato. La media tra i sei principali istituti di sondaggio, che mostra una leggera tendenza al rialzo, è certamente preoccupante per i sostenitori dell’opposizione, ma non rappresenta affatto un’impennata per Netanyahu. Questo non per far sentire nessuno meglio o peggio – è semplicemente la realtà dei fatti.

Quinto: lasciatemi interpretare i titoli sensazionalistici sul crollo del blocco di Gadi Eisenkot. Una descrizione corretta sarebbe: «I partiti dell’opposizione stanno diventando sempre più divisi ed esclusivi».

Ma perché si potrebbe avere l’impressione che Eisenkot stia crollando? Per prima cosa, io considero il piccolo partito chiamato «I Riservisti» come parte dell’opposizione, perché i suoi quattro seggi (in numerosi sondaggi) sono stati conquistati per lo più a scapito dei partiti dell’opposizione. Eppure, i loro leader affermano che potrebbero schierarsi con entrambe le parti, purché non siano inclusi i partiti arabi. Gli autori dei titoli sensazionalistici escludono quindi questo partito dal «blocco dell’opposizione».

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Anche il totale dei voti dei partiti arabi è in crescita: da una media di 10-11 seggi all’inizio di agosto, la combinazione della Lista Unitaria e della Lista Araba Unita registra ora regolarmente, nei sondaggi principali, una media superiore ai 13 seggi, a partire dalla prima settimana di ottobre. Ciò è dovuto principalmente alle aspettative di una maggiore affluenza alle urne tra i cittadini palestinesi di Israele, il che è fantastico, poiché tutti i cittadini dovrebbero votare. Ma i leader dell’opposizione sionista hanno assunto la posizione sconcertante e autolesionista secondo cui una coalizione non dovrebbe includere partiti arabi.

Pertanto, i numeri dell’opposizione nel loro complesso non stanno affatto crollando: è l’ostinazione di una cerchia ristretta di partiti dell’opposizione che li sta spingendo a precludersi le principali vie verso la vittoria. Tali divisioni sono la più antica causa di fallimento elettorale nei sistemi parlamentari.

Sesto, la triste realtà è che i leader dei partiti sionisti dell’opposizione potrebbero continuare a rifiutare i partiti arabi. Il blocco dei quattro partiti principali guidato da Gadi Eisenkot ha infatti perso terreno nei sondaggi a favore dei “Riservisti” e dei partiti arabi, ed è testa a testa con il blocco di Netanyahu o in ritardo rispetto ad esso. I tentativi di formare una coalizione potrebbero davvero sfociare in una situazione di stallo, innescando un nuovo turno elettorale – con lo stesso identico elettorato, nella speranza di un risultato diverso.

Settimo, le sorprese dell’ultima settimana – persino il giorno delle elezioni – non sono una novità in Israele. I sondaggi per Maariv, Canale 12  e Canale 13 mostrano che tra il 5 e il 10 per cento degli elettori è ancora indeciso. A ciò si aggiunga un altro 5-7 per cento che sostiene uno dei due piccoli partiti ma potrebbe ancora cambiare idea per paura che il proprio partito preferito non superi la soglia elettorale. Se una parte di questi indecisi si orientasse nella stessa direzione, potrebbe regalare a quel blocco altri cinque o sei seggi, spingendo potenzialmente qualcuno oltre la linea. O forse oltre il precipizio”.

Così Scheindlin. Insomma, la partita è ancora tutta da giocare e il risultato finale è in bilico. La speranza, ragione Scheindlin, è che i leader delle forze di opposizione non si cimentino in esiziali autogol finendo per far vincere Netanyahu e affiliati. Il che significa non sbarrare la porta ad un patto d’intesa con la Lista Araba Unita. Se non ora, quando?

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